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18 July 2024
0 4 minuti 1 anno

 

Tutti le hanno viste arrivare

8 marzo. Le donne afghane, perseguitate dai talebani, inseguite da violenza e povertà, costrette a salire sui barconi, annegate con i loro figli nelle acque di Crotone. Le donne iraniane, in lotta […]

Norma Rangeri

Le donne afghane, perseguitate dai talebani, inseguite da violenza e povertà, costrette a salire sui barconi, annegate con i loro figli nelle acque di Crotone. Le donne iraniane, in lotta per le libertà più elementari e per la vita stessa, martirizzate fino alla morte. Le donne ucraine in fuga con i figli o rimaste a sopravvivere sotto le bombe di Putin.

A tutte loro ieri il presidente Mattarella ha dedicato questo 8 marzo 2023, chiamando simbolicamente a rappresentarle, la studentessa iraniana, Pegah Tashakkori, e la giurista afghana Frozan Nawabi, diplomatica, candidata al premio Nobel nel 2014, accolte nel nostro paese.

Una cerimonia sobria, con lo sguardo rivolto al mondo, a «quelle aree del pianeta dove alle donne non sono riconosciuti i diritti fondamentali», vittime di una sequenza di orrori, elencati da Mattarella: «Mutilazioni genitali, violenze sessuali, matrimoni combinati, persino per spose bambine, discriminazioni, divieti, imposizioni assurde e umilianti, impedimenti allo studio, al lavoro alla carriera, al voto alla partecipazione politica».

Dove invece, come nella nostra parte di mondo, le libertà democratiche sono assicurate, il fronte avanzato del femminismo lavora ogni giorno e scende in piazza (ieri in 38 città), per colmare ritardi culturali, arretramenti sociali, violenze omicide che negano di fatto quei diritti costituzionali di uguaglianza e libertà, pur formalmente riconosciuti.

Su queste frontiere purtroppo il nostro paese è, in Europa, in fondo a tutte le classifiche. Un arretramento pesante nonostante le importanti novità politiche che, negli ultimi mesi, hanno riguardato la politica nazionale con la prima volta di una donna a Palazzo Chigi, con l’inedito di una donna segretaria del principale partito di opposizione. Due indubbie novità, ma assai diverse nel loro specifico significato. Perché l’ormai famosa citazione di un saggio della femminista americana Lisa Levenstein («Non ci hanno visto arrivare»), si riferisce, come ha spiegato la stessa Levenstein, alla forza di un movimento, quello femminista, capace, come nel caso di Elly Schlein, di spingerla alla guida di un partito. Mentre nulla ha a che vedere con una donna che arriva al comando di un partito, e di un governo, con meccanismi maschili conformi e culture antifemministe.

Nonostante la conquista di ruoli politici così importanti, compresi quelli dei massimi gradi raggiunti in alcune magistrature come la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione, o nelle istituzioni culturali, basta abbassare la visuale per ritrovarci nelle sofferenze quotidiane delle donne senza lavoro, senza pensione, senza reddito, senza riconoscimento sociale, prigioniere di un patriarcato che le priva di ogni autonomia, relegandole in gabbie di moderna schiavitù.

Tuttavia resta fortissima la consapevolezza della propria differenza, nel corpo e nella mente, resta inestirpabile la “Coscienza di sfruttata”, come recitava un libro pietra miliare del neofemminismo. E non c’è regime politico o sistema economico che possa cancellarla.


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