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23 May 2024
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GAZA. Si dimette Aharon Haliva capo dell’intelligence militare israeliana per il fallimento del 7 ottobre. Bibi ora è sotto sotto pressione. Israele non ha fornito prove dell’accusa secondo cui dipendenti dell’Unrwa sarebbero membri di Hamas

«Vorrei dargli una sepoltura degna e pregare sulla sua tomba, solo questo», diceva ieri in un video una donna affacciandosi sulla fossa comune individuata accanto all’ospedale Nasser di Khan Yunis. Si riferiva al figlio 21enne scomparso da due mesi nella zona del complesso medico più importante nel sud di Gaza, occupato dalle truppe israeliane nelle scorse settimane. Difficilmente riuscirebbe a identificarlo. I corpi sono in avanzato stato di decomposizione. Appena recuperati, per ragioni sanitarie, vengono subito avvolti in sudari bianchi. Solo alcuni sono stati identificati grazie al ritrovamento dei documenti.

Ieri ne sono stati recuperati altri 73, da tre fosse comuni. In quella più grande, scoperta sabato, sono stati trovati 210 cadaveri di giovani e anziani e di donne. «Alcuni erano ammanettati e spogliati dei vestiti, altri sono stati giustiziati a sangue freddo» ha detto un medico del Nasser accusando l’esercito israeliano di aver cercato di «nascondere i suoi crimini» seppellendo frettolosamente i morti. La stessa accusa rivolta a Israele dalle squadre della Protezione civile che nei giorni scorsi hanno recuperato i corpi di circa 300 persone uccise da bombardamenti e combattimenti dentro e intorno all’ospedale Shifa di Gaza city. «Ci aspettiamo di trovare altri 200 corpi nelle fosse comuni», ha previsto Ismail Thawabta, direttore dell’ufficio stampa governativo.

Il calvario di Khan Yunis non è terminato. Nella parte orientale della città ridotta in gran parte in macerie, ieri sono rientrate all’improvviso le truppe israeliane mettendo in fuga le famiglie tornate da pochi giorni nelle abitazioni ancora in piedi. Sono scappate ad Abasan oppure hanno raggiunto i rifugi dell’Onu già pieni di sfollati. Bombe anche su Rafah dove la popolazione e un milione di sfollati attendono l’assalto di Israele. Netanyahu due giorni fa ha annunciato l’avvio di intense operazioni militari a Gaza come unica strada per «distruggere» Hamas e riportare a casa gli oltre 100 ostaggi israeliani.

Tra domenica e lunedì i raid aerei hanno uccisi 22 civili, tra di essi numerosi bambini, a Tel Al Sultan e altre zone di Rafah. I medici dell’ospedale degli Emirati hanno fatto venire alla luce un bimbo operando un taglio cesareo sulla madre, uccisa da un raid aereo. In un video si vede la concitazione dei sanitari dopo il salvataggio e il piccolo che poi viene messo in un’incubatrice. «La madre, Sabrin Sakani, era incinta alla trentesima settimana – ha raccontato un medico – Le condizioni del neonato sono stabili, dovrà restare qui tre 3-4 settimane. Poi dopo andrà dai nonni, zii, uno dei familiari». Un bambino che è nato già orfano.

In Cisgiordania resta forte lo sdegno per l’uccisione di almeno 14 palestinesi, diversi dei quali combattenti, durante la lunga incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Nur Shams e in alcune aree della adiacente città di Tulkarem. Domenica si sono tenuti i funerali delle vittime, tra cui però non figura più Mohammed Jaber, detto Abu Shujaa, un giovane capo militare del Jihad Islami molto popolare a Nur Shams. Dato per ucciso da Israele, Abu Shujaa è invece riapparso ed è stato portato in spalla da decine di persone. Cadono nel vuoto, intanto, le proteste per i raid dei coloni israeliani nei villaggi palestinesi tra Nablus e Ramallah. Dopo l’uccisione di un adolescente israeliano, almeno quattro palestinesi, tra cui un autista di ambulanza, sono stati uccisi dal fuoco di coloni.

Netanyahu e un po’ tutto Israele, hanno accolto con rabbia l’ipotesi di sanzioni degli Usa, per «violazioni dei diritti umani» in Cisgiordania, al Battaglione Netzah Yehuda. Secondo il premier e il leader centrista Benny Gantz, l’eventuale passo americano sarebbe «il massimo dell’assurdità» e hanno annunciato un’opposizione netta alla decisione. Il Battaglione Netzah Yehuda è stato fondato nel 1999 ed è formato da religiosi ultraortodossi. Ora è impiegato a Gaza. Negli ultimi anni i suoi soldati sono stati accusati varie volte di gravi abusi a danno di civili palestinesi. Se la decisione sarà confermata, rappresenterà un precedente anche per le corti internazionali competenti per crimini di guerra.

Ieri però più che del battaglione degli ultraortodossi, in Israele si parlava della lettera di dimissioni presentata da Aharon Haliva, il generale al comando dell’intelligence militare il 7 ottobre, quando Hamas ha attaccato il sud dello Stato ebraico (circa 1.200 morti, 253 presi in ostaggio). Spiegando che resterà in carica fino alla nomina di un sostituto, Haliva si è assunto la responsabilità per il «fallimento» di quel giorno in cui, assieme ai suoi uomini, si è fatto cogliere di sorpresa da Hamas.  Le dimissioni accresceranno le pressioni su Netanyahu che pubblicamente ha ammesso solo in parte le sue colpe e ha rinviato ogni decisione alla fine della guerra. «Sarebbe opportuno che il primo ministro Netanyahu facesse lo stesso», ha prontamente commentato il capo dell’opposizione Yair Lapid.

È il momento della rivincita dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi. Israele «deve ancora fornire prove a sostegno» delle accuse secondo cui alcuni dipendenti dell’agenzia sono membri di Hamas. Lo afferma l’indagine indipendente guidata dall’ex ministro degli Esteri francese Catherine Colonna. Il rapporto commissionato sulla scia dell’accusa israeliana che almeno 12 dipendenti dell’Unrwa avrebbero partecipato al 7 ottobre, rileva che l’agenzia umanitaria aveva regolarmente fornito a Israele elenchi dei suoi dipendenti da sottoporre a controllo e che «il governo israeliano non ha informato l’Unrwa di alcuna preoccupazione relativa al suo personale». A causa delle accuse israeliane gli Usa, l’Italia e altri paesi occidentali hanno tagliato i finanziamenti all’Unrwa nonostante le enormi necessità di 2,3 milioni di palestinesi a Gaza.

Sorgente: Sono centinaia i corpi nelle fosse comuni di Khan Yunis | il manifesto

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