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«Via della Seta, asse con gli Usa. L’Italia ha già scelto di uscire», titola il Corriere della sera, anche se il governo legato a Washington cerca in tutti i modi di evitare strappi troppo costosi con Pechino o almeno di minimizzare l’offesa e le conseguenze. Nuovi ambasciatori in pista: quello italiano a Pechino e quello Usa finalmente a Roma, ma con indirizzi interventisti pericolosi.

La scivolosa ‘Via della seta’

«Belt and Road Initiative» un progetto annunciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, che prevede l’investimento di centinaia di miliardi di dollari in vari paesi per rafforzare le infrastrutture commerciali nel mondo ed espandere l’influenza della Cina tra Africa, Asia ed Europa. Lettura occidental-americana, imporre l’influenza economica e politica cinese sul mondo. Analoghe iniziative americane contestate come protezionistiche anche in Europa non sono citate. Nel 2019 il governo italiano Conte I (Salvini-Di Maio vice), fu unico paese del G7 e dell’Europa occidentale (oltre al Portogallo) a firmare un ‘memorandum d’intesa’ per l’ingresso del paese nella ‘Belt and Road’. L’accordo di cinque anni e si rinnova automaticamente: per uscirne, il governo Meloni deve inviare una disdetta scritta con tre mesi di anticipo, entro la fine del 2023.

Tra Cina e Usa, equilibri pericolosi

«Da poche ore è arrivato a Pechino il nuovo ambasciatore italiano, Massimo Ambrosetti», segnala Marco Galluzzo. Levatura culturale alta, compreso un Phd a Cambridge sulla Cina e l’ascesa economica del colosso diretto da Xi Jinping. Ambrosetti ha salutato i colleghi della Farnesina condividendo due impressioni su uno dei dossier più delicati che dovrà gestire, e qui il Corriere svela le sue fonti: «l’Italia ha già deciso di uscire dal discusso accordo commerciale con i cinesi siglato sotto il governo Conte I, gli americani ne sono stati informati».

Le certezze di Washington

«Secondo quanto risulta al Corriere, in ogni caso, non esiste alcuna pressione americana per un semplice motivo: già da alcuni mesi interlocuzioni periodiche fra gli staff dei due presidenti (Biden-Meloni), incluse visite ufficiali e ufficiose, hanno al centro del confronto il dossier Bri». E il ‘Memorandum’ che con il governo Draghi era stato ‘congelato’, rivive per morire. «Ma ora alla Casa Bianca sanno benissimo, perché così gli è stato in qualche modo garantito, che l’addio italiano a Pechino non è il se ma il quando», afferma ancora il Corsera. Salvo ‘aggiustamenti’ di convenienza. Esempio, fare come l’inviso Macron che non è entrato nella Bri, ma fa affari su tecnologie strategiche con i cinesi. Contropartite di sostanza a superare la forma, ed accontentare le non sempre delicate spinte atlantiche.

Se il nuovo ambasciatore Usa non esagera

«Finalmente Joe Biden metterà fine ad un lungo sgarbo nei confronti dell’Italia. La nomina del nuovo ambasciatore Usa era attesa da oltre due anni». Jack Markell, 62 anni, attuale ambasciatore Usa all’Ocse ed ex governatore dal 2009 al 2017 del Delaware. «E adesso è possibile anticipare anche un dossier rovente di cui il neo-ambasciatore dovrà occuparsi: convincere Giorgia Meloni a non rinnovare la partecipazione dell’Italia nelle Nuove Vie della Seta di Xi Jinping», scrive senza giri di parole Federico Rampini. «Estrarre l’Italia dall’abbraccio cinese: la missione del nuovo ambasciatore Markell».

Italia-Cina quasi fosse un dente cariato, il titolo poco felice. Col rischio che il nuovo ambasciatore prenda troppo alla lettera l’indicazione di Biden di convincere Meloni a non rinnovare la partecipazione italiana alla Via della Seta.

Il malumore americano su quello ‘strappo’

‘Malumore’ americano su quello ‘strappo’ italiano da sempre. Fin da quando alla Casa Bianca c’era Donald Trump e il ministro degli esteri era Mike Pompeo. Quel disaccordo non è diminuito con Biden, che continua a sostenere una strategia di ‘contenimento’ dell’espansionismo cinese in settori chiave come telecom 5G e semiconduttori. I due bracci esecutivi della strategia di Biden verso la Cina, il segretario di Stato Antony Blinken e il capo del National Security Council Jake Sullivan, non sono certo due ‘colombe’. E Biden ha un argomento in più rispetto a Trump. Nei quattro anni in cui il ‘Memorandum Conte-Xi’ è stato in vigore, i benefici per l’Italia sono tutti da dimostrare, è la tesi di Washington.

L’Italia non è stata sommersa da nuovi investimenti cinesi né da una+ creazione di ricchezza e occupazione. Anzi, due Paesi che non sono entrati nella Belt and Road Initiative di Xi, come Germania e Francia, hanno continuato ad essere destinazioni privilegiate per i capitali cinesi.

Per Bloomberg meglio Taiwan di Pechino

Un articolo dell’agenzia stampa Bloomberg, ha fatto notare che se l’Italia ha incassato un investimento di valore strategico, questo è arrivato non dalla Repubblica Popolare cinese bensì dall’isola di Taiwan: è l’annuncio di un’operazione da 400 milioni di dollari nella produzione di semiconduttori, dove Taiwan è leader mondiale (ma in società con la Cina continentale).

Sorgente: Sulla via cinese della seta l’Italia obbediente svolta verso America –

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