Ecco perché la rivoluzione socialdemocratica di Lula spaventa il capitalismo internazionale

3 Ottobre 2022 0 Di Luna Rossa
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Ha fatto il lustrascarpe, l’operaio e il sindacalista. È stato tre volte in galera e, per la terza volta, potrebbe diventare Presidente. Non piace ai banchieri, al Fmi e all’establishment neoliberista

Luiz Inácio da Silva, per tutti Lula, è nato nel 1945 in una famiglia poverissima di otto figli nello Stato brasiliano di Pernambuco. Ha fatto il lustrascarpe, il venditore ambulante, l’operaio, il sindacalista. Ha fondato il PT, Partido dos Trabalhadores. Si è sposato tre volte, è stato tre volte in galera e, molto probabilmente, sarà per la terza volta presidente della Repubblica brasiliana.

Dal 1964 al 1984 la dittatura militare imprigionò migliaia di oppositori e ne assassinò centinaia; molti intellettuali – da  Cardoso a Gilberto Gil, da Oscar Niemeyer a Chico Buarque e Caetano Veloso – furono costretti all’esilio. Lula in quegli anni è stato negli Stati Uniti per approfondire l’organizzazione sindacale, ha fondato il partito e il sindacato di sinistra, ha combattuto la dittatura con l’arma dello sciopero.

Dal 1995 al 2003 Fernande Henrique Cardoso, tornato dall’esilio e diventato presidente della Repubblica, ha modernizzato l’economia e ha accumulato per il Paese la ricchezza che poi Lula, presidente dal 2003 al 2010, ha distribuito democraticamente, consentendo a 42 milioni di brasiliani l’accesso a una condizione migliore.

Campione del mondo

Durante le sue due presidenze sono state varate leggi innovative soprattutto sulle tasse, il lavoro, la giustizia e la scuola. Il Ministero per lo Sviluppo Sociale e la lotta alla fame, creato apposta, ha potenziato tutto il welfare incrementando programmi come “Borsa famiglia”, “Fame zero”, “Brasil Sem Miseria”, “Accelerazione della crescita”. Grazie a questi interventi, poi imitati da molti altri Paesi nel mondo, la classe media brasiliana è passata dal 37 al 50 per cento della popolazione; la malnutrizione infantile è calata del 46 per cento, la deforestazione dell’Amazzonia è diminuita dell’85 per cento; l’Onu ha conferito a Lula il titolo di “campione del mondo nella lotta contro la fame”.

Quando Lula, dopo due mandati, ha dovuto lasciare la presidenza, il Brasile era la decima potenza economica mondiale e il suo Pil cresceva costantemente da trent’anni. Su 196 Paesi dello scacchiere planetario, il Brasile era al primo posto per produzione di zucchero e caffè, al secondo per produzione di oli di semi, al quarto per produzione agricola e per lunghezza della rete stradale, al quinto per produzione di stagno e di cotone, al sesto per produzione di alluminio e di automobili, al nono per industria manifatturiera e per servizi. Inoltre era il quinto Paese al mondo per percentuale di bambini iscritti alle scuole elementari e cittadini abbonati a Internet.

Sotto Cardoso e sotto Lula vi è stata una crescita continua e omogenea dei contratti formali di lavoro passati dal 31 al 42 per cento, del reddito da lavoro quasi raddoppiato, dell’illuminazione elettrica domiciliare e degli abbonamenti telefonici, fino a coprire quasi tutto il territorio nazionale, dell’accesso all’istruzione che, nel caso dei ragazzi tra sei e quattordici anni, ha raggiunto il 98 per cento. Nello stesso tempo vi è stata una decrescita altrettanto costante e omogenea del lavoro infantile, che è sceso dal 20 al 4 per cento; e soprattutto della disuguaglianza che, secondo l’indice Gini, è sceso da 0,571 a 0,499.

Una comparazione fatta dall’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística in base a 130 indicatori dimostra che durante le due presidenze di Lula, rispetto alle due precedenti di Cardoso, si è ottenuta una crescita maggiore nell’istruzione, nell’espansione dei servizi pubblici e nell’ampliamento dei beni di consumo di base. Con Lula il Brasile non è rimasto inchiodato alla monocoltura, non è stato più un Paese dipendente, ha compiuto notevoli passi avanti nella transizione dalla fase industriale a quella postindustriale dell’economia e della società. Se fino a 150 anni prima importava solo schiavi, migranti poverissimi e avventurieri, ora attirava giovani laureati da tutto il mondo e intrecciava rapporti commerciali con i maggiori mercati del pianeta.

La voce del sottoproletariato

Secondo l’edizione di Le Monde Diplomatique Brasil del novembre 2010, il Paese era una macchina economica costruita per far vivere bene o benissimo l’8 per cento della popolazione: la cosiddetta “classe A, cresciuta solo dell’1 per cento nel decennio. La classe medio-alta (B) era salita dal 10 al 13 per cento e fruiva di un livello di vita poco inferiore a quello della classe alta. La classe medio-bassa (C) era salita dal 30 al 39 per cento e viveva in uno stato di precarietà strutturale per quanto riguarda le abitazioni, l’istruzione, i trasporti, l’alimentazione, il tempo libero. A questa classe C ormai apparteneva il 65 per cento di tutto il popolo delle favelas. In fine, la classe operaia (D) era salita dal 28 al 30 per cento e il sottoproletariato che era sceso dal 25 al 10 per cento. Praticamente i 200 milioni di brasiliani erano così divisi: 31 milioni appartenenti alla classe alta, 113 milioni alla classe media, 56 milioni alla classe bassa. Nei dieci anni intercorsi tra il 2003 e il 2013, ben 42 milioni di brasiliani erano saliti socialmente anche grazie alla borsa-famiglia e all’introduzione di quote riservate alle minoranze per l’ingresso nelle facoltà pubbliche.

Il merito di Lula (demerito, se guardato con gli occhi dei suoi nemici neoliberisti) è di aver dato voce al sottoproletariato, che negli anni della sua presidenza è diminuito, al proletariato e alla classe medio-bassa, che sono cresciuti. In cifre assolute, durante le sue due presidenze sono stati creati 20 milioni di posti di lavoro mentre 40 milioni di brasiliani poveri sono entrati nella “classe C”. Questa rivoluzione socio-economica è stata accompagnata da una parallela rivoluzione socio-culturale: il presidente del Brasile con il più basso titolo di studio ha creato il maggior numero di nuove università nelle zone più disagiate del Paese facendo crescere di ben 4 milioni il numero degli studenti universitari, tra cui quelli che prima erano discriminati per motivi razziali o economici.

Lula, che è stato anche un formidabile mediatore in politica internazionale, non piacque e tuttora non piace agli imprenditori, ai banchieri, alla Scuola di Chicago, al Fondo Monetario Internazionale, ai mass media che fanno da cani da guardia a tutta questa borghesia. Insomma non piace ai neoliberisti che fecero il bello e il cattivo tempo nel Cile di Pinochet e che vorrebbero continuare a fare altrettanto in tutta l’America latina. La rivoluzione socialdemocratica avviata da Lula spaventò il capitalismo internazionale che corse ai ripari e, da corrotto, si fece paladino dell’anti-corruzione facendo fuori il PT e Lula stesso con un doppio golpe, mediatico e giudiziario, come avviene in tutte le controrivoluzioni nella società postindustriale.

Controrivoluzione

I fattori che secondarono questa operazione furono molteplici. Intanto le tre piaghe endemiche del Brasile – ineguaglianze socio-economiche, violenza e analfabetismo – per quanto efficaci fossero gli interventi posti in atto da Lula, continuavano a mettere in difficoltà l’operato del governo. Il 10 per cento della popolazione bianca possedeva il 75 per cento di tutta la ricchezza; tra i venti milioni di brasiliani più ricchi, 18 milioni erano bianchi; tra i venti milioni di brasiliani più poveri 15 milioni erano neri.

Per ridurre le disuguaglianze, i governi di Lula e poi quelli di Dilma Rousseff dovettero colpire l’alta borghesia aumentando le tasse ma solo una parte delle risorse drenate confluì nel welfare: tutto il resto si disperse nei rivoli della burocrazia brasiliana che da sempre alimenta se stessa e che anche col PT al governo era riuscita a conservare i suoi privilegi stratosferici. Per questo e per imperdonabili scandali finanziari il PT deluse i suoi elettori. Intanto l’ampliamento della classe C aveva fatto aumentare i bisogni di sicurezza, infrastrutture, salute e formazione, ma il Governo non era stato capace di soddisfarli. Come scrisse un autorevole quotidiano, lo Stato, alcuni ministri e funzionari del PT unirono truculenza e arroganza scavando un fossato tra essi stessi e la popolazione di cui avrebbero dovuto essere rappresentanti e servitori. Così lo Stato – e con esso il PT e Lula stesso – finirono per essere visti come illegittimi e insaziabili accaparratori di risorse pubbliche per tornaconti privati.

Si tenga conto che la rivoluzione socialdemocratica che aveva innalzato la collocazione sociale e il potere d’acquisto di milioni di cittadini in un Paese così ineguale, aveva provocato due mutazioni imprevedibili: buona parte dei neo-borghesi diventarono evangelici e, come gran parte degli evangelici, nelle successive elezioni votarono per Bolsonaro; il potere dette alla testa ad alcuni protagonisti della stessa rivoluzione socialdemocratica, persino a persone che avevano combattuto la dittatura subendo carcere e torture. Esaltati dal potere e dalle opportunità di arricchirsi facilmente, ne profittarono a man bassa, sconquassando il PT e diffamando Lula, rimasto coerente nelle sue idee e nel suo tenore di vita. Del resto Lula commise l’errore di fidarsi dei suoi collaboratori, dandone per certa una onestà sempre più palesemente incerta. Senza quella corruzione, i media e gli avversari avrebbero avuto le armi spuntate.

Nel 2013 scoppiarono movimenti studenteschi e di massa. Il sociologo Manuel Castells, intervistato dal quotidiano O Globo, imputò la rabbia delle masse brasiliane all’oltraggiosa disattenzione dei politici verso i problemi di chi li aveva eletti e li pagava, all’incompetenza e negligenza dei burocrati. Quando, poco dopo, entrò in gioco la magistratura con la “Operaçao Lava Jato” Lula fu accusato e condannato per corruzione e riciclaggio. Secondo i sondaggi avrebbe vinto largamente le imminenti elezioni presidenziali. Per il Comitato per i Diritti Umani dell’Onu si sarebbe potuto candidare, ma la legge brasiliana lo impediva. Così Jair Bolsonaro si è ritrovato presidente della repubblica e ha esercitato i suoi poteri con bizzarria, a volte perfino demenziale, e autoritarismo, a volte perfino fascista.

La lotta al neoliberismo

Lula è rimasto in carcere dal 7 aprile 2018 all’8 novembre 2019. Il 7 marzo 2021 è stato prosciolto da ogni accusa dal Tribunale Supremo Federale del Brasile, tornando quindi eleggibile e riacquisendo i suoi diritti politici.

Il 25 aprile 2019, insieme a mia moglie, ebbi il permesso di fare visita a Lula nel carcere di Curitiba dove era detenuto dal 7 aprile 2018. Una volta liberato, l’ho poi incontrato nuovamente a Roma, dove era venuto su invito del Papa, e ho potuto parlare più distesamente con lui.

Oggi Lula è un personaggio politico ancora più prezioso per la sinistra brasiliana e mondiale di quanto già fosse venti anni fa. Alla sua vasta esperienza ora si è aggiunta quella provocata dal tradimento dei suoi vecchi compagni di lotta e dalla protervia fascista dei suoi avversari potentissimi, armati di soldi, media, connivenze planetarie, spregiudicatezza e perfidia. Ma soprattutto, a rendere più solida la personalità di Lula, ci sono i lunghi giorni di isolamento carcerario che hanno consentito a una mente lucida come la sua di riflettere a fondo sulla situazione mondiale e sulla crisi della sinistra.

La posizione ideologica di Lula è più chiara che mai e, nei nostri colloqui, me ne ha parlato con grande convinzione. Tutti, a suo avviso, sanno ormai che il mondo sta diventando più disuguale; che nella maggioranza dei Paesi i lavoratori stanno perdendo i loro diritti; che le conquiste conseguite stanno cadendo una a una; che le riforme non bastano più e quando anche arrivano a essere approvate, sono già superate dai tempi; che occorre una rivoluzione planetaria per ribaltare questa situazione intollerabile e per difendere l’ambiente.

A suo avviso occorre convocare tutte le forze sensibili e coraggiose, le personalità del calibro dell’ex presidente uruguaiano Pepe Mujica, di Papa Francesco, di tutti i leader mondiali consapevoli della necessità e dell’urgenza che 3,5 miliardi di poveri si liberino dell’oppressione esercitata da poche migliaia di straricchi. La malattia senile della sinistra – mi dice Lula con rammarico – resta quella di avere perso il contatto con i poveri, di avere rinunziato alla funzione pedagogica nei confronti degli sfruttati, di avere trascurato la formazione di avanguardie capaci di esercitare nelle battaglie politiche una leadership competente, autorevole, coraggiosa e disinteressata.

Lula è convinto che, tanto in America quanto in Europa, la sinistra non uscirà alla svelta dalla situazione in cui si è cacciata e che ora ha davanti a sé una lunga marcia da compiere. Anche i processi, le condanne, l’odio scatenato in Brasile contro il Partito dei Lavoratori, le colpe vere che il PT ha commesso e quelle che gli sono state cucite addosso dai mass media implacabili e concentrici, sono come un grande seminario, una grande auto-analisi alla quale la sinistra è costretta e dalla quale uscirà migliorata.

Lula mi fa notare con apprensione che, nella società postindustriale, le dittature si appropriano del potere con modi e tecniche affatto diverse da quelle cui eravamo abituati nella società rurale e in quella industriale. Oggi, per fare un golpe, non occorrono più i manganelli e i carri armati. Basta l’azione combinata di quattro strumenti: i media, la magistratura, i social media e le libere elezioni. Con i media si manipolano le masse demonizzando gli avversari e rendendone ovvia, persino pretesa l’eliminazione; con la magistratura li si mette in galera eliminandoli dalla competizione elettorale; con i social media si vincono le elezioni; con le elezioni si assicura un alibi democratico alla dittatura.

In questo modo il Brasile è passato in soli tre anni da una democrazia compiuta a una post-democrazia in cui il presidente Jair Bolsonaro, il vice-presidente e sette ministri sono militari. E, per colmo del paradosso, i militari, rispetto a Bolsonaro e ai suoi tre figli energumeni che lo affiancano notte e giorno, appaiono persino come saggi moderati.

Sulla soglia della cella, prima che la porta ci separasse brutalmente, Lula mi disse: «Mia madre era analfabeta e io sono ignorante. Ma mi chiedo come fanno tanti politici e tanti magistrati, pure essendo istruiti, a commettere errori e ingiustizie gravissime». E poi aggiunse: «Sono ignorante, eppure avevo previsto la crisi prima di Tony Blair, prima di Putin, prima di Obama. Soprattutto avevo previsto che il prezzo maggiore l’avrebbero pagato i lavoratori».

(Domenico De Masi – tpi.it)

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