0 10 minuti 1 mese

Una frenata brusca, porte buttate giù a colpi di calci, fucili spianati. Giovani portati via, intere famiglie sequestrate nelle proprie case per giorni affinché non denunciassero. E poi la tragedia: le lunghe file alla polizia per chiedere notizie dei propri figli. Ma i nomi dei figli non si riscontravano in alcun documento, erano semplicemente scomparsi, desaparecidos.

La tecnica del far sparire la gente senza lasciare alcuna traccia iniziò negli anni Sessanta, durante la “ditatura blanda” guidata dall’esercito brasiliano, ma in Argentina e in Cile assunse numeri e modalità degne del peggior film horror. La gente sapeva? Certamente qualcuno sapeva e qualcuno era anche contento che si ponesse fine ai movimenti di estrema sinistra i cui componenti finirono nelle maglie dei campi di concentramento sparsi territorialmente in questi due Paesi. Ma chiunque poteva diventare una vittima, anche solo per un sospetto, per un errore, per uno sfizio dei militari.

Nel 1977, solo un anno dopo l’inizio del Processo di Riorganizzazione Nazionale – come autodefinirono la dittatura argentina – alcune madri, stanche di non ricevere risposte, iniziarono a marciare in cerchio intorno a Plaza de Mayo: ogni giovedì, puntualmente, sfidavano il potere con le loro teste coperte da un fazzoletto bianco e le foto dei loro figli tra le mani. Si organizzarono e nacque l’Associazione Madres de Plaza de Mayo. Divennero ogni giovedì sempre più numerose e divennero un problema politico. Alcune fra queste sono divenute molto note, in particolare Hebe De Bonafini, scomparsa recentemente, ed Estela De Carlotto che presto darà vita e diverrà presidente di un’altra associazione, le Abuelas de Plaza de Mayo. Entrambe amate e odiate, contestate o coccolate, queste associazioni ci dicono molto più dell’Argentina di quanto si potrebbe pensare, poiché qualsiasi politica a livello nazionale ha a che fare con loro che rappresentano un passato molto recente, doloroso con cui l’Argentina forse non ha fatto i conti fino in fondo.

Nestor Kircher, presidente peronista argentino dal 2003 al 2007, diede un impulso rinnovatore ai rapporti con le associazioni: è sua l’operazione di trasformazione dell’ESMA (Escuela Superior de Mecánica de la Armada) ovvero uno dei più grandi campi di concentramento dentro la città di Buenos Aires in un centro di memoria collettiva e di educazione. E parrebbe un fatto incontestabile che uno dei centri delle torture e delle uccisioni potesse essere un punto di partenza per una costruzione cittadina e nazionale dei fatti che superasse il mero giudizio di disapprovazione e punto a capo. Kirchner ha affondato il dito nella piaga, ha messo a carne viva ciò che infondo si vuole dimenticare per portare avanti una di quelle pacificazioni alle quali il mondo contemporaneo ci ha abituati. Ferite che in realtà poi difficilmente di rimarginano senza lasciare non detti e, peggio, non risolti nella popolazione, fra le pieghe di una società irrimediabilmente divisa fra chi ha sofferto vittime, chi sosteneva gli aguzzini e chi, infine, pensa che quei fatti non li riguardi in quanto passati.

Estela De Carlotto ha ritrovato suo nipote, esattamente il nieto 114: era stato dato alla luce da una madre legata mani e piedi che poi fu ammazzata dopo atroci torture e nel frattempo cresciuto da una famiglia vicina al regime, come è accaduto per tutti gli altri bimbi rubati. La gioia di questa nonna che riesce ad abbracciare dopo trentasette lunghissimi anni suo nipote ci avvicina al riconoscimento di un dolore che a fatica può essere immaginato. “Sono fortunata” – ha sempre detto Estela – “posso portare i fiori alla tomba di mia figlia e ho potuto conoscere mio nipote prima di morire. La maggioranza delle madri e delle nonne non ha potuto farlo”.

Negli anni questa terribile storia, così vicina nel tempo, è stata appunto incontestabile. Fin quando però il vento del liberismo più totalitario non ha ripreso a soffiare sull’Argentina. Javier Milei l’anarcoliberista fin dalla sua campagna elettorale ha attaccato le Madres e le Abuelas, le ha accusate di indottrinare la società, di rubare denaro pubblico, di vivere alle spalle dello Stato. Al contempo, così bravo a mostrarsi come il leone che si batte e vince contro tutti, ha temuto le parole di questa anziana signora che il Giorno della Memoria, lo scorso marzo, gli ha ribadito che deve mantenere fede alle promesse che ha fatto al Paese altrimenti dovrà dar conto al Paese stesso. Queste semplici parole hanno così infastidito il Presidente da far partire una denuncia contro De Carlotto in quanto starebbe sobillando il popolo contro di lui e quindi contro lo Stato.

Milei e il suo governo, lo stesso giorno, hanno negato lo spazio televisivo che ogni anno è stato concesso alle Associazioni per ricordare quanto accaduto mandando in onda un servizio negazionista discutendo, come fa da tempo, sul numero dei desaparecidos, che sarebbero circa ottomila o qualcosa in più e non trentamila come dicono le Associazioni, che gli uccisi erano tutti membri di organizzazioni terroristiche di estrema sinistra, che vi furono desaparecidos anche dall’altro lato. Tutti elementi smentiti dai fatti, dalle prove, dalle testimonianze dirette e indirette. D’altronde, Milei ha scelto come sua vice l’avvocato Victoria Villarruel, la fondatrice del Centro de Estudios Legales sobre el Terrorismo y sus Víctimas. Figlia di un generale che ha combattuto alle Malvinas, Villarruel fin da giovane ha militato nella destra e ha conosciuto personalmente sia il dittatore Jorge Videla sia il poliziotto Miguel Osvaldo Etchecolatz, che diresse personalmente ventuno centri di detenzione e tortura e che fu il responsabile della desaparición di sei studenti minorenni durante la Notte delle Matite Spezzate, poiché chiedere sconti sui libri o per il biglietto del tram era evidentemente un tratto distintivo dell’essere sovversivi.

Ecco quindi come la vicenda politica del neopresidente argentino si lega al destino della memoria di una Nazione. Milei, l’anarcocapitalista Milei non poteva che collegarsi con la peggiore pagina della storia contemporanea argentina e non lo fa per un particolare amore per le divise o per un senso di devozione rispetto alle forze armate del suo paese: lo fa perché questa scelta è in perfetta sintonia col tipo di politica economica che si prefigge. Liberalizzazione spinta, sottrazione al capitale privato dei contribuenti – in particolare impiegati statali e pensionati – per aumentare il capitale delle aziende, apertura deregolamentata alle imprese estere di “razza bianca”, dunque occidentali (statunitensi ed europee). Tutte le azioni compiute sinora fuori dal suolo argentino sono state in tale direzione, presentandosi come un grande padrone che invita le multinazionali a “banchettare sull’Argentina”, a trovare in lui il miglior alleato contro i comunisti (quali?), l’oriente, i musulmani. Promette agli Usa di far aprire una base militare nella Tierra del Fuego, sebbene la legge argentina non prevede questa possibilità. Ma Milei non sa che farsene della legge: è un superuomo che si beffa dello stato di diritto, anzi pure dello Stato che, secondo le sue parole, è un abominio ed andrebbe abolito. Milei e la sua motosega vuol distruggere tutto ciò che c’è perché tutto è troppo moderato o troppo socialista: va bene solo Hayek e la scuola austriaca, altroché. E lo sta facendo vedere: licenziamenti senza giusta causa da un momento all’altro dagli uffici pubblici, ridimensionamento di ministeri essenziali, tagli alle università pubbliche, tagli alle mense pubbliche. Dinnanzi alle proteste di chi dichiara di non riuscire a comprare un po’ di carne da mangiare da settimane Milei dà la colpa al peronismo, anzi al kirchnerismo. “No hay plata” è divenuto il mantra adatto a qualsiasi circostanza.

Milei ha promesso di voler tagliare tutti i fondi dell’ESMA, ad oggi patrimonio riconosciuto dall’Unesco, museo della memoria tra i più visitati al mondo e università di giornalismo. Non vuole finanziare luoghi di indottrinamento, dicono i suoi ministri.

La verità è che Milei deve liberarsi di quella storia il prima possibile, prima che il suo stesso paese lo condanni, prima che si sveglino anche quelli che è riuscito a convincere. Milei deve liberarsi dell’ingombrante ricordo vivo, nel barrio di Núñez, usato da quelli che prima di lui dovevano liberarsi da chi sosteneva che il paese aveva bisogno di una politica e di una economia differenti.

“Nunca más”: così terminò l’arringa del coraggioso procuratore Julio César Strassera contro Las Juntas, i capi criminali del terrorismo di Stato argentino. Nunca más, mai più: una formula che già si usava nel Paese, la medesima formula che si usò per rinominare il lungo documento uscito dal CONADEP, la Commissione Nazionale sulle Persone Scomparse. Mai più, perché mai più doveva ripetersi. Ma furono tanti, al contrario, i tentativi di depistaggio, di insabbiamento, di cancellazione forzata della storia e Milei è indubitabilmente figlio di questo processo di rimodellamento della realtà e della storia.

A ricordarci che nessuna memoria è stabile e che l’individuo vorrà imporsi sulla comunità quando gli interessi economici sono più importanti persino della dignità di un Paese.

Sorgente: Javier Milei e l’incubo di un passato che ritorna | La Fionda