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Com’è nato e si è sviluppato il controverso stereotipo di Cristoforo Colombo come figura paradigmatica dei conquistatori, tra falsi miti e verità storica.

Marco Mostarda

Nel 1980 Howard Zinn dava alle stampe il suo A People’s History of the United States, un libro destinato a diventare immensamente influente. Ad oggi esso è passato attraverso sette edizioni, per più di due milioni di copie vendute: un volume in cui l’autore si proponeva programmaticamente di rifiutare la storiografia tradizionale in quanto «memoria degli Stati» – con ciò riprendendo una fortunata quanto discutibile definizione di Kissinger – onde contrapporle una narrazione innovativa che assumesse il punto di vista delle minoranze, degli sconfitti.

Una storia non dall’alto, bensì dal basso; ma non come, cinquant’anni prima, la Scuola delle Annales francese aveva declinato questo importante cambio di paradigma. Non una storia sociale, bensì una ideologica, militante. Una storia ridotta a memoria consapevolmente politicizzata onde fungere da grimaldello nelle controversie politiche del presente. La narrazione (perché non è possibile parlare propriamente di analisi) proposta da Zinn si prefiggeva infatti di «raccontare la storia della scoperta dell’America dal punto di vista degli Arawak, della Costituzione dal punto di vista degli schiavi, di Andrew Jackson così come visto dai Cherokee, della Guerra Civile così come vista dagli irlandesi di New York […]».

Tralasciamo per un attimo gli imbarazzi e le falle metodologiche cui un simile approccio si presta in casi specifici: le popolazioni Arawak dei Caraibi, ad esempio, non hanno lasciato fonti scritte e tentare di ricostruire il loro profilo, di ridare loro voce attraverso le fonti della conquista significa – al più – cogliere dei frammenti di ciò che realmente fu attraverso lo specchio deformante costituito dalla memoria dei conquistatori. Ciò detto, è evidente come Zinn proponga una sorta di variante del vecchio pregiudizio della storia scritta dai vincitori: in questo caso i vincitori sono i ceti dominanti di una società, volti ad infondere attraverso la storia cosiddetta ufficiale i loro valori e la loro narrazione nella costruzione dell’identità della nazione a scapito della storia delle minoranze, dell’identità dei gruppi marginali. In una parola, delle vittime.

En passant si potrebbe notare come l’autore sembri risentire di una concezione della storiografia più ottocentesca che non contemporanea; e rifarsi ad un’epoca ormai tramontata, quella dello Stato-nazione emerso dalla Rivoluzione francese, in cui all’insegnamento scolastico della storia veniva effettivamente demandato il compito di forgiare l’identità della nazione mediante l’educazione patriottica del cittadino. La storiografia contemporanea si è da lungo tempo emancipata da simili oneri, ma Zinn non sembra darsene per inteso: la sua critica nasce vecchia, ma è soltanto la prima di una serie di consapevoli distorsioni.

La seconda distorsione, dopo una simile dichiarazione d’intenti, è costituita dal proporre la figura di Cristoforo Colombo come paradigmatica dei conquistatori. Orbene, Colombo fu più tosto uno sconfitto: un uomo che, pur protagonista di una meteorica ascesa sociale (proveniente da una famiglia di lanaiuoli, egli divenne Ammiraglio del Mar Oceano) ed in grado di assicurare il benessere economico a sé ed ai suoi discendenti, aveva assistito al fallimento di ogni suo progetto per il Nuovo Mondo. Arrestato, si era visto infine tradurre in ceppi in Spagna, gravando su di lui accuse ben più infamanti delle catene.

Approdo di Cristoforo Colombo a Hispaniola, incisione di Theodor de Bry a corredo delle Collectiones peregrinationum in Indiam Occidentalem et Indiam Orientalem, Francoforti at Moenum, 1594. Foto: Rijksmuseum Amsterdam, RP-P-BI-5278.

La storiografia si nutre di documentazione primaria: atti, contratti, verbali, lettere, memoriali. La loro produzione non è esclusivo appannaggio dei ceti dirigenti, degli esponenti più in vista della politica e dell’intellettualità; la loro preservazione e trasmissione è dettata in egual misura dal caso e dalla necessità (in primis di tener traccia dell’operato di persone e istituzioni nel caso in cui siano chiamate a darne conto). Gruppi e personaggi marginali concorrono alla loro produzione, e proprio attraverso il caso – o la necessità – le memorie degli sconfitti possono essere tramandate o addirittura prese a modello, traducendosi in accettate verità storiche. È quanto accadde a Colombo, la cui memoria ebbe la ventura di intersecare la strada di una delle personalità più influenti del secolo ed uno dei pochi intellettuali cinquecenteschi ancora rilevanti per il dibattito contemporaneo: Bartolomé de las Casas, la cui penna simpatetica avrebbe fatto molto nell’esaltare la figura dell’Ammiraglio e perpetuarne il punto di vista attraverso opere estremamente influenti come la Historia de las Indias. Ma torniamo a Zinn ed al modo in cui egli liquida la figura di Colombo e le sue imprese:

Così aveva inizio la storia, cinque secoli fa, dell’invasione europea degli insediamenti indiani nelle Americhe. Questo inizio, quando si legge Las Casas – ed anche se le sue stime sono frutto di esagerazione (all’inizio vi erano tre milioni di indiani, come egli dice; o meno di un milione, come alcuni storici hanno calcolato; od otto milioni, come altri oggi credono) – è fatto di conquista, riduzione in schiavitù, morte. Quando leggiamo i libri di storia dati ai bambini negli Stati Uniti, tutto inizia con un’eroica avventura – non vi è spargimento di sangue – ed il Columbus Day è una festa nazionale.

Appare evidente che per Zinn la distruzione delle popolazioni americane non costituisca una semplice conseguenza della scoperta colombiana; essa inizia direttamente con Colombo e questi ne è il primo interprete e protagonista. E se il lettore fosse ancora in dubbio riguardo alle reali posizioni dell’autore, un inciso di poco successivo sgombrerebbe il campo da ogni incertezza:

enfatizzare l’eroismo di Colombo e dei suoi successori come navigatori ed esploratori, e de-enfatizzare il loro genocidio, non costituisce una scelta tecnica, ma una scelta ideologica. Essa serve – inconsapevolmente – a giustificare quanto accaduto.

 

Ritratto di Bartolomé de las Casas opera di anonimo del tardo XVI secolo ed oggi conservato all’ Archivo General de Indias di Siviglia. Foto: Wikimedia Commons.

Zinn non è stato il primo autore in assoluto ad estendere la categoria di genocidio alla catastrofe demografica occorsa ai nativi americani in conseguenza della conquista europea: egli si muoveva infatti lungo il solco tracciato cinque anni prima dallo storico Francis Jennings (The Invasion of the America, 1975). Ne è stato però l’interprete più celebre, inaugurando una stagione di studi metodologicamente discutibili – oltre che di pubblicistica di basso livello – culminata nella pubblicazione del celebre American Holocaust: The Conquest of the New World (1992) di David Stannard. Se questa catastrofe demografica non può essere negata (né deve essere minimizzata: vi ritornerò a breve), al contempo dovrebbe risultare lapalissiano come l’applicazione, ad un contesto di cinque secoli precedente, del paradigma interpretativo fondato sul concetto novecentesco di genocidio sia surrettizia nel suo anacronismo.

Ma ammettiamo pure, in via ipotetica, che una tale chiave di lettura possa essere adoperata: dalla prima formulazione del termine genocidio da parte di Raphäel Lemkin nel 1944 (Axis Rule in Occupied Europe), sino alla sua ricezione da parte delle Nazioni Unite con la Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (1948), per poter parlare di genocidio occorre che si verifichi l’intento di «distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso» in quanto tale, i cui appartenenti «siano deliberatamente – e non casualmente – presi di mira a causa della loro reale o percepita appartenenza ad uno di questi quattro gruppi» (Article II). La distruzione genocidaria deve costituire un fine in sé ed essere scientemente perseguita in nome di quel fine.

Nulla del genere è ovviamente rintracciabile in alcuna fase della conquista e della colonizzazione delle Americhe: ne mancherebbero le basi ideologiche (darwinismo sociale, razzismo biologico, guerra totale), gettate soltanto a partire dal XIX secolo. Già Tzvetan Todorov, nel suo La conquête de l’Amérique del 1982, aveva d’altronde scomposto la distruzione degli indios in tre fattori concomitanti: morte in battaglia, direttamente per mano dei conquistatori; morte per maltrattamenti, primariamente legati al sovrasfruttamento economico; morte per malattia. Passando dal primo al terzo fattore il grado di intenzionalità – e quindi di responsabilità – dei conquistatori è decrescente e al contempo inversamente proporzionale al grado di letalità: vale a dire che furono soprattutto le nuove malattie ad andamento epidemico a fare ecatombi di indigeni, ed una volta integrate dall’alto tasso di mortalità fra i lavoratori delle piantagioni e delle miniere questi due fattori concorsero, da soli, a spiegare il collasso demografico delle popolazioni precolombiane.

Mappa di Juan de la Cosa del 1500, Museo Naval de Madrid, Núm. de catálogo: 257. Si tratta della prima rappresentazione cartografica dell’America in assoluto, stesa da un esperto navigatore (e proprietario della nau Santa María) che aveva partecipato ai primi due viaggi colombiani.

A tal riguardo stime precise sono impossibili, ma sembra sempre più plausibile che alcune popolazioni abbiano subito un tracollo persino dell’80% o del 90%. Le stragi scientemente perpetrate dai vari Cortés, Alvarado, Pizarro, Almagro sul campo di battaglia, d’altro canto, furono determinanti nella crisi dei sistemi politici precolombiani e al contempo irrilevanti nell’andamento demografico complessivo. Anzi, come acutamente osservato da David Abulafia nel suo recente The Discovery of Mankind. Atlantic Encounters in the Age of Columbus (2008), il collasso delle popolazioni indigene fu per i conquistatori accadimento tanto imprevisto quanto sgradito, poiché esso costituiva un ostacolo rilevante allo sfruttamento economico delle terre conquistate: problema cui, come noto, si pose rimedio tramite la massiccia importazione di manodopera schiavile dall’Africa, secondo una politica approvata inizialmente dallo stesso Las Casas.

Il collasso delle popolazioni precolombiane fu, pertanto, parziale conseguenza del sistema di sfruttamento imposto dai conquistatori: e la distruttività di tale sistema fu amplificata sia dalla volontà di conseguire guadagni immediati, spesso tradotti in un’economia di rapina (tipica, ad esempio, della prima fase della conquista spagnola, cui poi subentrò un efficace sistema amministrativo); sia dalla percezione da parte degli europei di agire in uno spazio anomico. Un contesto lontano dalle leggi della madrepatria ed in cui, al contempo, le regole delle società locali (percepite come barbare, se non degeneri) non si applicavano agli invasori. Tale conclusione coincide peraltro con la diagnosi avanzata da Las Casas già nel 1552 con la sua celebre Brevísima relación de la destrucción de las Indias, in cui si imputava l’annientamento degli indios proprio alla spietata avidità degli spagnoli, non astretta da alcuna legge civile o scrupolo morale.

Ironico che questa stessa Relación, per il suo essere prodiga di dettagli (non sempre verificabili) sulle nefandezze dei conquistatori, sia al contempo la fonte maggiormente citata da Zinn per giungere sbrigativamente alla conclusione opposta, ossia accreditare la teoria del genocidio: le fonti andrebbero non solo lette, ma anche comprese nello spirito oltre la lettera. La domanda che dovremmo porci è pertanto un’altra: in quale misura Colombo contribuì alla costruzione del sistema di sfruttamento coloniale spagnolo che entro il 1519 avrebbe distrutto i nove decimi delle popolazioni Taíno di Hispaniola, Cuba e Puerto Rico, costringendone i miseri resti all’assimilazione agli europei? La domanda, premetto, è imbarazzante poiché proietta ombre inquietanti su di una figura sin troppo mitizzata da una certa vulgata storica, senza approdare al contempo ad alcuna incontrovertibile certezza in un senso o in un altro. Una situazione affatto inconsueta per la ricerca storica, laddove essa si deve misurare con la contraddittorietà, la parzialità e la frammentarietà delle fonti a disposizione.

Paesaggio con la caduta di Icaro, di Pieter Bruegel il Vecchio, 1560 circa, Musées royaux des Beaux-Arts de Belgique, Inv. 4030. La nau (o caracca) raffigurata in secondo piano offre un’idea di come dovesse apparire la Santa María, nave ammiraglia di Colombo durante il primo viaggio. Foto: Wikimedia Commons.

L’azione di governo esercitata da Colombo sui territori nuovamente scoperti è sempre stata considerata nel complesso un fallimento: uno per lungo tempo ascritto – in mancanza di documentazione probante – ad un insieme di incompetenza e assenteismo. Pesava la pervicacia dell’Ammiraglio nell’esercitare i poteri connessi alle cariche di viceré e governatore generale (attraverso i fratelli Diego e soprattutto Bartolomeo, quest’ultimo investito della carica di adelantado) riconosciutegli dalle Capitolazioni di Santa Fe stipulate con la Corona, mentre egli seguitava a dedicarsi a nuovi viaggi di esplorazione.

Le condizioni dei primi insediamenti dell’Hispaniola erano particolarmente difficili. I coloni furono presto ridotti all’inedia, perseguitati dalle malattie e inclini alla sedizione. A fronte della ribellione di molti dei suoi (fra cui personalità di spicco come Francisco Roldán, già alcalde della città di La Isabela) e della continua emorragia di coloni decisi a fare ritorno in Spagna perché scontenti dell’operato dell’odiato clan dei genovesi, Colombo invocò più volte l’invio da parte della Corona di un giudice che si facesse carico dei procedimenti in loco. Queste richieste furono infine esaudite dai sovrani, anche se non nel modo che l’Ammiraglio si sarebbe atteso. Nel 1500 approdò infatti a Santo Domingo frey Francisco de Bobadilla, comendador dell’Ordine di Calatrava, armato di lettere patenti che lo investivano del governo della colonia e lo nominavano inquisitore, con l’ordine di ripristinare l’ordine e condurre una pesquisa (ovvero un’inchiesta) circa le accuse di malgoverno rivolte a Colombo e ai suoi fratelli.

Non è chiaro se Bobadilla si conducesse entro i limiti dei poteri di cui era stato investito giacché, ad ogni buon conto, nelle lettere che egli recava non si faceva cenno della destituzione di don Cristóbal dalle predette cariche; ma sta di fatto che l’inquisitore procedette all’arresto dei tre Colombo e, avviata l’istruttoria ed escussi i testimoni, redasse il fascicolo dell’inchiesta di cui inviò copia in Spagna assieme ai prigionieri. Poiché l’unica altra copia di questa inchiesta scomparve con lo stesso Bobadilla due anni dopo, nel terribile naufragio della flotta del 1502, la trascrizione trasmessa alla Corona era la sola sopravvissuta.

Karte von dem Eylande Hayti, heutiges Tages Espagnola, oder die Insel St. Domingo, di Jacques Nicholas Bellin, Leipzig, 1754, 74691154. Si tratta di un’interessante carta settecentesca che tenta di ricostruire la suddivisione dell’isola fra i vari cacicchi Taíno all’epoca dell’arrivo di Colombo nel 1492. Foto: Library of Congress.

Las Casas diede mostra di conoscere il documento e di essersene servito, sunteggiando nella sua Historia de las Indias i principali capi di imputazione rivolti all’Ammiraglio ma – oggi sappiamo – anche omettendo alcuni dettagli imbarazzanti che avrebbero potuto screditarne la memoria. A seguito del perdono di Colombo da parte dei monarchi spagnoli, di questo faldone si smarrirono le tracce ed esso fu considerato perduto sino alla sua clamorosa riscoperta nell’archivio di Simancas pochi anni or sono, ad opera di Consuelo Varela e Isabel Aguirre (che nel 2006 ne hanno curato un’edizione estesamente introdotta e commentata, di cui qui mi servo: La caída de Cristóbal Colón: El juicio de Bobadilla).

Ora che disponiamo nuovamente dell’incartamento originale, possiamo appurare che le accuse mosse all’Ammiraglio furono sostanzialmente tre: se egli avesse meditato di opporsi alla destituzione, e d’imprigionare a sua volta Bobadilla, sollevando in armi i suoi fedelissimi fra gli spagnoli ed i cacicchi indios suoi alleati; se egli avesse commesso irregolarità nell’amministrazione della giustizia, comminando pene arbitrarie e di inusitata durezza; se egli si fosse opposto alla conversione degli indios.

Ciascuna delle tre accuse meriterebbe una lunga e delicata disamina, soprattutto in considerazione dell’estrema parzialità della fonte di cui ci si serve. Dei circa 300 uomini che nel 1500 costituivano la colonia spagnola, Bobadilla convocò soltanto 22 testimoni, tutti uomini ostili ai Colombo, più qualche loro fedelissimo così compromesso col passato regime (è il caso di Rodrigo Pérez, luogotenente dell’Ammiraglio) da avere molto da guadagnare dallo smarcarsene col rendere testimonianze particolarmente incriminanti. La problematicità del dossier, la necessità che esso venga valutato in trasparenza sceverando, per quanto possibile, i secondi fini dei testimoni e di chi ne sollecitava le dichiarazioni, deve essere sempre tenuta a mente. Ma in merito al quesito che ci siamo posti – se ed in quale misura Colombo contribuisse alla costruzione del sistema di sfruttamento dei nativi – il punto che ci interessa è soprattutto l’ultimo, riguardante la conversione degli indios. Esso non riflette una semplice apprensione dei reali di Spagna per la salute spirituali dei loro nuovi sudditi: gli indiani non convertiti potevano infatti essere ridotti in schiavitù, ed eventuali ostacoli frapposti da Colombo all’opera portata avanti dai frati missionari si sarebbero spiegati alla luce della determinazione dell’Ammiraglio a spremere sino all’osso il capitale umano dell’Hispaniola, traendo dal commercio degli schiavi un utile esorbitante dalle stringenti condizioni poste dalla Corona. Tale era il sottotesto della domanda posta dall’inquisitore.

Sgombriamo innanzitutto il campo da un possibile equivoco: Colombo, in linea con gli orientamenti della società del tempo, non era affatto contrario all’istituto schiavile, tutt’altro. Nel corso del suo soggiorno portoghese – e della sua sfortunata esperienza come mercante di base a Madeira – egli aveva avuto modo di apprezzare la natura estremamente lucrosa del commercio degli schiavi africani gestito dai portoghesi attraverso le feitorias fondate lungo la costa dell’Africa occidentale ed era incline ad importare (almeno in parte) il modello nelle colonie spagnole.

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Sorgente: Cristoforo Colombo e la distruzione delle Indie fra storiografia e culture wars