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Un anno di odio e di speranza | il manifesto

Il bilancio. L’imprevedibile e clamoroso suicidio politico di Salvini nella crisi d’agosto rimette tutto in discussione, e nel Paese nasce lo sbarramento democratico. Il 2020 non sarà un anno bellissimo, ma interessante sì. Per i lavori in corso, quasi una «rifondazione», sia a destra che a sinistra. E per l’energia dei nuovi movimenti

Norma Rangeri

Possiamo salutare il 2019 non solo senza rimpianti ma con animo sollevato e un pizzico di motivato ottimismo?

Sì. E in primo luogo per una ragione “personale”, che riguarda proprio il manifesto: l’inizio di questo anno vecchio, e orribile, ci aveva infatti caricato sulle spalle l’avviso di una breve e durissima agonia della nostra cooperativa editoriale, a causa del taglio del Fondo per l’editoria. La mannaia grillina, minacciosa come una strega cieca e ignorante, era pronta per portare a termine la sua mortifera missione contro i giornali e la libertà di stampa. E nonostante la campagna di sottoscrizione, iorompo.it – che si va concludendo con un confortante risultato – difficilmente avremmo potuto continuare ad assicurare l’uscita del giornale nelle edicole.

Adesso, con il nuovo anno e con il nuovo governo, possiamo guardare al Cinquantenario del manifesto (1971-2021) con un diverso impegno e una rinnovata fiducia.

Ma non è soltanto per questo specifico interesse che vediamo il futuro con maggiore serenità. Perché il 2019 è iniziato con i peggiori presagi per il Paese, terremotato dalle elezioni del 2018 e poi finito nelle mani di un ministro di polizia che ha fomentato odio contro gli immigrati, aizzato la povera gente delle periferie a danno dei più deboli, che ha distillato disprezzo contro i protagonisti delle battaglie per i diritti civili, che ha dimostrato dove arriva l’arroganza del potere quando si fonda sull’uomo solo al comando che vuole decidere tutto in prima persona.

Peraltro Conte, Di Maio e Salvini sembravano un’armata invincibile. I numeri in Parlamento erano schiaccianti, soprattutto grazie al battaglione di parlamentari Cinque Stelle, usciti trionfanti dalle elezioni politiche.

Durante la prima fase del governo giallo-verde, abbiamo visto all’opera una maggioranza determinata a rispettare il “contratto”, con un premier come figurina di subordine. Qualcuno tra i grillini scalpitava, intuendo che la sovraesposizione salviniana avrebbe eroso i loro consensi, come inesorabilmente avrebbe poi sancito il voto europeo.

Tuttavia le piazze della Democrazia erano ugualmente piene di giovani. In prima fila nelle grandi marce contro il razzismo (come a Milano), e in quelle immense che hanno caratterizzato il movimento esploso per difendere l’ambiente e il Pianeta dalla crisi climatica. Un movimento irriso dalla maggioranza di governo e dai media di complemento che usavano con scherno il riferimento a Greta Thunberg.

Persino il moderato Pd – primo responsabile della crisi politica e sociale del Paese nell’ultimo decennio e prima vittima dei propri errori (confermati dal disastro elettorale del 4 marzo 2018) – aveva indossato i panni di forza barricadera, mettendo in scena nelle aule parlamentari qualche rissa contro la manovra di bilancio del governo giallo-verde.

Il provvedimento contro il quale il Pd si accaniva di più era il reddito di cittadinanza (che invece mette in tasca qualche soldo a chi se la passa male, come riconosce il ministro Provenzano, chiedendo però che venga corretto, e non cancellato come vorrebbe una ministra renziana irresponsabile). Movimentismi a parte, nel Pd, soprattutto dopo l’elezione di Zingaretti, regnava un clima di scontro interno, poi confermato dalla scissione di Renzi, sintomo di una crisi di identità ancora irrisolta.

E le forze alla sua sinistra?

Dopo il magro risultato elettorale del 2018 – largamente prevedibile vista la congenita incapacità di trovare una unità di intenti e di impegni – ha vivacchiato, appoggiandosi ai movimenti, alla lotta in difesa degli immigrati, all’antifascismo, senza però trovare una energia in grado di andare oltre l’orticello delle tante sigle di partito. Non per caso, con un centrosinistra in deficit di credibilità, con una sinistra ridotta ai minimi termini e prosciugata, quando arrivarono le elezioni, regionali o europee, il risultato non cambiò: era sempre di più deserto rosso. Soprattutto in Italia dove alle elezioni europee dello scorso maggio, la lista di sinistra non prese nemmeno il quorum.

E mentre nel resto d’Europa i Verdi raggiungevano risultati sorprendenti e le varie sinistre tenevano botta, solo in Italia la destra xenofoba e razzista arrivava all’apoteosi con Salvini che schiacciava i grillini incassando la fiducia sul nefasto decreto sicurezza, e l’applauso del Parlamento sul Tav.

Eppure, proprio nel momento di maggior forza e potenza di fuoco del governo – nonostante le fibrillazioni interne ai 5S – accade qualcosa di imprevedibile, di inedito, di difficilmente spiegabile se non da una ipertrofica e autoreferenziale voglia di potere assoluto: è la crisi di agosto. È vero che il paese, con i continui strappi di Salvini, era sull’orlo della decomposizione istituzionale, come segnalò il vecchio socialista Rino Formica, in una lucida e allarmata intervista al manifesto. Ma è altrettanto vero che senza il masochismo salviniano, oggi forse avremmo ancora un governo a guida leghista.

Sta di fatto che quel suicidio politico ha dato il via libera ad una reazione di sbarramento democratico, come del resto già era avvenuto in Italia ai tempi del corrotto regime berlusconiano, caso di scuola nel mondo. In quei giorni di agosto ci tornò in mente la celebre immagine del rospo evocata da Luigi Pintor, con il relativo bacio che avrebbe aperto la stagione dei governi Prodi.

Eppure le voci che consigliavano il patto con il diavolo (i grillini) erano minoritarie, mentre corazzate mediatiche e forti correnti politiche chiedevano di votare, pur sapendo di consegnare il paese a una destra che reclamava esplicitamente pieni poteri per cambiare i connotati della Costituzione.

Invece e nonostante i mille ostacoli, come ai tempi della Prima Repubblica, la storia si è ripetuta, e i famigerati rospi nel frattempo si sono moltiplicati.

Quello che credevamo impensabile in tanti, si è materializzato quando due importanti esemplari della specie, Renzi e Grillo, improvvisamente si sono rivolti parole amorose, dando il via libera al governo giallo-rosso.

E dunque a pensarci bene il 2019 è stato orribile per metà. E l’anno si chiude non solo con Salvini fuori dal Viminale, ma con un governo Pd-5Stelle-LeU, che l’ormai impotente Berlusconi definisce come «il più di sinistra della storia», con una manovra di bilancio che tappa le falle dei conti pubblici, con la possibilità di andare avanti con questa inedita compagine fino al termine della legislatura. Ma a determinate condizioni.

Naturalmente Salvini e la sua poderosa massa elettorale, nutrita da una strategica, e costosissima, macchina social, non sono svaniti nel nulla. Però, per uno strano effetto reattivo, anche questo imprevedibile, nel Paese sono esplosi gli anticorpi al veleno leghista, invadendo le piazze di tutta Italia con le Sardine, giovani e vecchie, e i loro elementari, eloquenti, balsamici messaggi per la nostra convivenza civile.

È con questa esplosione di partecipazione, ironica, tenace e democratica («Bella Ciao» è tornata ad essere il secondo inno nazionale), che possiamo salutare il bizzarro, contraddittorio, pauroso e preoccupante per un verso, carico di speranza e di voglia di cambiare per l’altro, anno vecchio.

Come sarà quello che sta per nascere nessuno può prevederlo. Perché oltre l’Italia c’è il mondo attraversato da sanguinosi venti di guerra.

La tragica e infinita crisi siriana, la guerra civile in Libia, gli scontri politici in America Latina, i gilet gialli in Francia, la rivolta di Honk-Kong, le proteste popolari in India – tanto per fare qualche esempio – testimoniano la drammaticità dell’epoca che stiamo vivendo. Si spara nelle strade, si uccide senza pietà chi protesta, si reprimono nel sangue e nel carcere i dissensi sociali e politici in troppe zone nel mondo.

E però queste stesse “zone calde” ci dicono che grandi movimenti e nuove generazioni sono in campo.

Dalla rete alla piazza tutto cambia nei codici e nelle diversità: i teenager si mobilitano contro tutti i governi, non solo quelli reazionari; non ci sono i protagonisti che infiammavano le rivolte del 68 ma una ragazzina, Greta, che ne diventa il simbolo, con una prorompente carica utopica delle nuove generazioni. Anche le donne continuano a battersi con proteste di massa, contro i femminicidi, contro la violenza del patriarcato, raccogliendo larghi consensi tra le popolazioni di diversi paesi. Senza dimenticare le parole e l’esempio di papa Francesco, che ha risvegliato le coscienze non solo nel mondo cattolico ma anche in quello laico con i suoi messaggi di duro attacco al capitalismo.

Il 2020 non sarà un anno bellissimo, ma ci sono interessanti lavori in corso nella ”rifondazione” del sistema politico e di tutti i partiti, il cui esito non dipenderà dalle destre all’opposizione, bensì dalla capacità delle forze di centrosinistra (in senso lato) di offrire risposte credibili ai problemi sociali di un paese sfiancato da una durissima crisi economica, culturale e morale.

E quindi auguri. Alla comunità del manifesto, che quasi da mezzo secolo non smette di battersi per sostenere questo giornale e gli ideali che rappresenta.

E auguri a chi vuole cambiare nel segno dell’uguaglianza, dell’accoglienza, della solidarietà e della libertà.

Sorgente: Un anno di odio e di speranza | il manifesto

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