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Trump chiama Erdogan: «Fermati». Gli Usa pronti a sanzioni e dazi | corriere.it

Trump chiama Erdogan: «Fermati». Gli Usa pronti a sanzioni e dazi

Il presidente americano invia il suo vice Pence in Turchia. Stop europeo alle vendite di armamenti. Il bando sarà attuato con tempi e modalità stabilite Paese per Paese. Ora Erdogan vuole Kobane

Donald Trump annuncia le sanzioni contro la Turchia e nello stesso tempo chiede a Recep Tayyip Erdogan di «fermare le operazioni in Siria». In realtà Stati Uniti ed Unione europea faticano a tenere il passo degli sviluppi tumultuosi. Le truppe di Bashar al Assad sono già arrivate nella cittadina di Manbij, al confine con la Turchia, muovendosi nel vuoto lasciato dai soldati americani. Da Ankara, lo stesso Erdogan fa sapere che i piani non cambiano: primo obiettivo, la conquista di Kobane, roccaforte dei curdi e della lotta all’Isis.

Le sanzioni annunciate da Trump prevedono dazi fino al 50% sull’import di acciaio e il blocco di un accordo commerciale, per ora solo teorico, per un valore di 100 miliardi di dollari. In realtà l’effetto sull’economia di Ankara è trascurabile. Ieri la lira turca ha perso il 2% sul dollaro, più per il pericolo di una guerra aperta con la Siria che per le sanzioni americane. La Turchia vende agli Stati Uniti beni per circa 10,3 miliardi di dollari (dati 2018). La voce acciaio vale circa 500 milioni di dollari, un po’ meno dell’export di tappeti. Le sanzioni sono solo un graffio, dunque.

Il leader turco si mantiene in stretto contatto con Vladimir Putin, in attesa di ricevere la visita, annunciata ieri, del vice presidente americano Mike Pence. È ancora difficile capire se Siria e Turchia riusciranno a evitare la guerra aperta e a trovare un nuovo equilibrio, coinvolgendo anche l’Iran. Di sicuro Putin avrà un ruolo chiave, potendo far valere il suo appoggio ad Assad, la nuova partnership con Erdogan e il suo potere di veto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Sembra sempre più difficile, invece, che a quel tavolo ci siano americani ed europei.

Ieri il Consiglio dei ministri degli esteri Ue, riunito in Lussemburgo, ha deciso di bloccare la vendita delle armi alla Turchia. Il bando sarà attuato secondo tempi e modalità stabilite Paese per Paese. Anche l’Italia fermerà le consegne «per i futuri contratti e ordinativi», ha precisato il ministro Luigi Di Maio, che ha ottenuto un meccanismo a livello europeo per verificare l’applicazione delle misure. Per i produttori italiani di armamenti, la Turchia rappresenta il terzo mercato, dopo Qatar e Pakistan. Il governo di Roma si aggiunge, dunque, a quelli di Francia, Germania, Garn Bretagna, Paesi Bassi, Svezia e Finlandia.

Nello stesso tempo, però, il presidente americano ha difeso ancora una volta la scelta di smantellare i presidi militari alla frontiera turco-siriana: «Ma veramente c’è qualcuno che pensa che dovremmo andare in guerra contro un membro della Nato, come la Turchia?». Infine il leader degli Stati Uniti scarica sugli europei i pericoli legati alla fuga dei prigionieri dell’Isis: «L’Europa aveva la possibilità di riprendersi i propri foreign fighters, ma non ha voluto sostenere i costi. Lasciamo che paghino gli Usa, hanno detto gli europei…». Al lavoro anche il Congresso: democratici e repubblicani voteranno insieme una risoluzione per spingere Trump ad annullare il ritiro dalla Siria.

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