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Libia, «avevamo quasi fatto la pace, poi è arrivata la guerra» | il manifesto

La guerra in Libia

Al senato. Il presidente del Consiglio risponde sugli ultimi sviluppi della crisi: la tempistica degli scontri ci fa pensare che la nostra strategia era giusta. Adesso insistiamo parlando con tutti e per recuperare la concordia della comunità internazionale. Non c’è al momento un’emergenza sbarchi

di Domenico Cirillo

«Fallimento della diplomazia italiana?». L’avvitarsi della crisi libica appare come la dimostrazione più evidente dell’inefficacia dell’azione del governo Conte, prima e dopo la conferenza di Palermo. Ma per il presidente del Consiglio, che ieri sera è andato a riferire sugli ultimi sviluppi nell’aula del senato, non è così. Anzi, è vero il contrario: «La tempistica degli scontri ci induce a pensare che stessimo procedendo nella direzione giusta e che si sia voluto deliberatamente far deragliare un processo politico concreto e ben avviato».

L’accusa è solo indirettamente rivolta alla Francia, all’appoggio garantito da Macron al tentato blitz di Haftar – gli attacchi sono di competenza di Salvini. Conte se la prende genericamente con «le forze dell’instabilità permanente, della violenza e della conservazione dello status quo». E poi, appena un po’ più chiaramente, «non ci sono interessi economici o geopolitici che possano giustificare scorciatoie militari». Perché, spiega il presidente del Consiglio, «una Libia instabile non conviene a nessuno» e sul punto «divergenze» nella comunità internazionale «non sono ammissibili».

Non sono ammissibili ma ci sono. Conte parla poche ore dopo che il governo di Tripoli ha fatto il gesto formale di rompere le relazioni diplomatiche con la Francia, ascrivendo così ufficialmente Parigi al campo degli alleati di Haftar. In serata poi la Russia ha bloccato la risoluzione preparata dal Regno unito per il Consiglio di sicurezza dell’Onu che avrebbe dovuto chiedere l’immediato cessate il fuoco. Non piace a Mosca che la responsabilità dell’ultimo scontro militare venga chiaramente attribuita ad Haftar. Da segnalare però che i paesi africani abbiano appoggiato il no della Russia e che anche gli Stati uniti siano rimasti assai freddi. Del resto il colloquio telefonico di mercoledì di Conte con Trump, più volte rimandato, non si è segnalato per il calore. Tant’è che, con la Libia in fiamme a pochi chilometri dalle coste italiane, è stato proprio palazzo Chigi a precisare che il confronto ha avuto per oggetto anche la situazione in Venezuela.

Secondo Conte, che aveva accanto i ministri Tria e Fraccaro, non il ministro degli esteri Moavero, è prevedibile che la crisi libica possa peggiorare. «La situazione sul terreno è fragile, fluida». Ed è proprio «lo stallo e l’apparente parità delle forze in campo» ad alzare le probabilità che la crisi si aggravi. Lo si può notare dal «crescente uso di armamenti più potenti, artiglieria pesante, aviazione». Di conseguenza «il rischio di una crisi umanitaria è concreto». Ma «al momento» per Conte «non emerge un quadro di imminente pericolo per quanto riguarda le possibili conseguenze sui flussi migratori». E aggiunge, riferendosi evidentemente all’allarme per gli 800mila profughi lanciato da Serraj, «al di là delle cifre circolate nei giorni scorsi anche a fini propagandistici». In definitiva il presidente del Consiglio, anche riconoscendo che «gli spazi di manovra sono esigui» non indica altra strada se non quella di intensificare gli sforzi per il dialogo tra le parti in conflitto e per «riportare la coesione nella comunità internazionale».

Negli interventi, il M5S ha chiesto al governo di presentare una risoluzione al consiglio di sicurezza, alquanto prematura, per una missione di pace dell’Onu a guida italiana. Mentre le opposizioni hanno sottolineato le divisioni nel governo italiano. Salvini intanto rilanciava l’allarme per «sicuri terroristi pronti a partire per l’Italia». Non solo con le cifre si può fare propaganda.

Sorgente: il manifesto

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