“Se il CARA è meglio della chiusura del CARA”: la spirale degenerativa della politica del meno peggio – Progetto Melting Pot Europa

4 Febbraio 2019 0 Di ken sharo

di Monica ScafatiAutore: Monica ScafatiLo sgombero a sorpresa del CARA di Castelnuovo di Porto ha prodotto sconcerto per la totale assenza di preavviso e concertazione, per le modalità autoritarie e naziste con cui si è svolto prescindendo da ogni diritto di restare. Il prelevamento e la “ricollocazione forzata” sorda alle volontà e alle esigenze di chi la subisce, sono senza dubbio sufficienti a poter parlare di “deportazione”, dunque concordo anch’io con l’attribuzione di questa specifica denominazione, ma…Si, c’è un “ma”, anche se dopo aver reso un tormentone mediatico lo scherno al “non sono razzista ma”, ad oggi pare si debba temere a pronunciarlo, come fosse indizio di cittadinanza pavida o intransigenza fluida, prova provata di contraddizione interna o tradimento.Siamo a questo perchè con quella ed altre analoghe mosse social ad alto share e basso costo intellettuale, oltre che mancare clamorosamente se pur prevedibilmente -come in altri casi- lo scopo di zittire con uno slogan quelli che parlando per luoghi comuni di crisi o emergenza migratoria, finivano col venir soggiogati dalla propaganda salviniana (che ha costruito consenso proprio insistendo su un’autonarrazione in cui tutto era mosso dall’esasperazione del “quando è troppo è troppo” e non certo da razzismo), ci si è ridotti a spingere anche da sinistra verso l’imbuto dispotico e omologate della scelta doppia con conto alla rovescia, pro o contro senza possibilità di argomentare, vale a dire verso una dialettica politica di “regime”, e in quello attuale, Salvini è il leader buono e giusto!Le argomentazioni del mio “ma” si sviluppano innanzitutto ricordando che le “deportazioni”, laddove la parola è utilizzata in maniera esplicita come analogia o citazione, si intendono per o da “campi di concentramento”, e che dunque, l’utilizzo stesso di questo termine esatto e non altri, dovrebbe sottendere l’assunzione della prospettiva che in qualche luogo, in maniera silente, esista già un campo di concentramento.Il termine “deportazione” è stato “rievocato” e utilizzato dagli attivisti per i diritti delle persone migranti già a partire da diversi anni fa, in particolar modo in relazione ai cosiddetti “dublinati”, cioè i “deportati” dai paesi europei in Italia, primo paese d’ingresso e identificazione. Dunque intanto, in questa prospettiva, il “campo di concentramento” era l’Italia intera rispetto all’Europa, e Lampedusa rispetto all’Italia, tanto che l’antagonismo ai Trattati di Dublino non é certo un “ritrovato” salviniano della propaganda antieuropeista, ma è stato l’impegno urgente e costante nel tempo di chi, europeista o no, si è battuto per la libertà di movimento globale e per un abbattimento delle frontiere interne europee che vigesse anche per le persone “migranti”, di fatto invece discriminate ed escluse dai beneficiari del diritto di libera circolazione che comunque, al di là dell’ordinamento comunitario, vale la pena ricordare, è sancito da fonti superiori come universale.“Deportazione” era poi il termine utilizzato per dare un nome congruo ai rastrellamenti che periodicamente prelevavano i migranti dai territori per “tradurli” -come si suol dire per il trasporto dei detenuti- nei CIE, CARA, CPT, Hot Spot; luoghi ambigui di “contenimento” e “concentramento” di persone “migranti”, luoghi che spesso hanno assunto una funzione “detentiva” pur non figurando nell’ordinamento penitenziario, e che proprio per il loro “non figurare” non prevedevano neanche la garanzia di quei diritti essenziali di cui “godono” anche, giustamente, i carcerati. Ma soprattutto, luoghi con funzioni detentive per individui che non avevano commesso reato, ad eccezione di quello “inventato” da taluni legislatori, di “immigrazione clandestina”, grazie al quale la “clandestinità” è diventata nell’immaginario inconsapevole e sommario dei più, una forma di aggressione diretta al diritto di terzi, come lo stupro, o il furto!Veri e propri “limbo”, privi di qualsivoglia trasparenza operativa e normativa, penitenziari ma senza condanne né “fine pena”, senza celle singole o rispettabilità minima delle condizioni igeniche. Senza diritto di effettuare telefonate o ricevere visite, deprivati della possibilità di sapere come e quando venirne fuori, se domani o tra quindici mesi, accompagnato al cancello, trasferito, o rimpatriato. Luoghi di attesa ansiogena di esiti sconosciuti, carnai ricolmi di disperazione e annullamento, indignitosi e sporchi, vergognosi e criminali.La società civile se n’è accorta solo quando di tanto in tanto il combattimento pedissequo degli attivisti ha portato alla luce parentesi ignobili: il suicidio di un essere umano esasperato, la fotografia di una latrina senza acqua né porta, il video di uomini nudi al centro di un cortile soggetti allo spruzzo degli idranti. Sostennero che non fosse nulla più di una bella doccia, e la società civile dimenticò in fretta. La Corte Europea ci ha condannato per violazione dei diritti umani, ma la società civile italiana è u

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