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Quasi 10 anni dopo Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, cosa resta delle rivolte elettorali a sinistra della socialdemocrazia? Un bilancio che mette in discussione le strategie finora perseguite

La sinistra radicale europea sta vivendo un ritorno al punto di partenza? Nel giro di una generazione, il destino di questa famiglia politica sembra aver seguito una parabola, sollevando interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine dei risultati ottenuti nel frattempo.

Da quasi un quarto di secolo la dissoluzione della sinistra è all’ordine del giorno. Nel 2000, l’intellettuale marxista Perry Anderson fece scalpore parlando in un editoriale della New Left Review di «disfatta storica» di fronte al trionfo del neoliberismo. «Non appare all’orizzonte nessun attore collettivo capace di contrapporsi al potere del capitale» affermava, aggiungendo senza mezzi termini che, sul terreno ideologico, la contestazione dell’ordine vigente non era così debole da secoli.

All’epoca, altri pensatori critici consideravano eccessivo il suo pessimismo, come ad esempio Gilbert Achcar, che ricordava il fastidio dell’economista Ernest Mandel per la malinconia delle giovani generazioni: «Che cosa avreste fatto allora se foste stati militanti negli anni Trenta, quando il nazismo andava di pari passo con le purghe di Mosca?».

Nella scienza politica tradizionale, tuttavia, venivano sollevate questioni altrettanto serie. Seymour M. Lipset, ad esempio, avanzava l’ipotesi di un’«americanizzazione» della sinistra europea, riscontrabile nell’assenza di un’opzione socialista, in favore di una contrapposizione che si gioca ormai tra partiti «capitalisti» di centro-destra e centro-sinistra.

Il passaggio di millennio non è stato in realtà privo di resistenze, come quella incarnata dal movimento antiglobalizzazione, che era ancora una forza dinamica. Nello stesso momento i partiti della sinistra radicale stavano conoscendo un processo di ricomposizione, che è passato inosservato ma era ricco di potenzialità. Tuttavia, si è dovuto attendere di vedere le conseguenze politiche della crisi del 2008, che ha segnato l’inizio di una lunga depressione del capitalismo, perché la cupa diagnosi di Perry Anderson fosse smentita.

Le lotte contro l’austerità hanno contribuito a rilanciare la contestazione sociale attraverso forme inedite, come i movimenti di piazza visti in diversi continenti. Questa dinamica di «autodifesa» della società ha talvolta trovato una traduzione in risultati elettorali spettacolari, alimentando aspettative estremamente elevate di una nuova sinistra radicale in ascesa che poteva arrivare persino a minacciare la vecchia socialdemocrazia convertita alle regole neoliberali del gioco della globalizzazione.

Tra il 2012 e il 2017, lo scenario politico di diverse nazioni è cambiato radicalmente. La Grecia ha fatto da apripista, con il crollo del partito di centro-sinistra Pasok a favore della sinistra radicale di Syriza, vincitrice delle elezioni. In Spagna, Podemos ha compiuto un’esplosione fulminea e si è avvicinato all’ambizione di «sorpassare» il Partito socialista. Nel Regno Unito, un outsider dell’ala sinistra del Partito Laburista, Jeremy Corbyn, ha sovvertito le primarie interne fino a diventarne il leader. Infine, in Francia, il crollo del Partito Socialista ha avuto come contraccolpo l’emergere de La France Insoumise.

I postumi degli anni Venti

Visti dal 2023, i resoconti giornalistici sul «vento che soffia dal sud dell’Europa» sembrano però già storia antica. Syriza e Podemos hanno smesso di fare notizia da tempo e hanno perso i leader che ne hanno accompagnato l’ascesa: Alexis Tsipras si è dimesso quest’estate e Pablo Iglesias si è ritirato dalla politica già due anni fa. Bisogna seguire attentamente le notizie europee per sapere che il partito greco, dopo una cocente sconfitta elettorale a opera della destra, ha appena eletto un nuovo leader piuttosto improbabile, che ha fatto fortuna nell’alta finanza statunitense. O che il partito spagnolo, definitivamente alleato di minoranza dei socialisti, tornati nuovamente dominanti, non ha avuto altra scelta che confluire in una nuova coalizione chiamata Sumar.

Per quanto riguarda il nord Europa, Jeremy Corbyn ha perso la leadership del Partito laburista e la sua eredità è stata smantellata. In Germania, il più potente Stato dell’Unione europea insieme alla Francia, la sinistra radicale di Die Linke ha toccato i minimi storici degli ultimi quindici anni ed è sull’orlo dell’implosione. Per quanto riguarda La France Insoumise, unica superstite di una «sinistra messa con le spalle al muro in tutta Europa», secondo le parole del suo leader Jean-Luc Mélenchon, ha continuato a fare progressi, ma il suo ruolo nel sistema di partiti francese è ancora fragile.

«Il nostro ottimismo di allora non si è tradotto in fatti», ammette lo storico Jean-Numa Ducange, professore universitario a Rouen e coautore di un libro su questa nuova sinistra emergente nel 2013. «Pensavamo di assistere all’ascesa di un movimento in cui confluivano le forze provenienti dalla socialdemocrazia, dal comunismo rinnovato e dall’estrema sinistra. Ma oggi non esiste più un’alternativa di sinistra profonda e strutturata come si prospettava dieci anni fa».

Tuttavia, non si può dire che la prosperità del sistema capitalista sia stata ritrovata, al punto da rendere anacronistica la proposta della sinistra radicale. La crisi del debito sovrano è stata seguita dalla crisi del Covid19 e poi dal ritorno dell’inflazione. Negli ultimi quindici anni, il tasso di crescita nei paesi occidentali, in particolare in Europa, si è progressivamente indebolito.

Sebbene abbiamo potuto assistere a significativi miglioramenti nel mercato del lavoro, questi sono stati accompagnati da una crescente pressione sui salari e sulle condizioni di lavoro. Questo «miracolo occupazionale» non genera quindi alcun benessere crescente. Rispetto all’ondata di austerità degli anni Dieci di questo secolo, la situazione materiale delle famiglie non è diventata improvvisamente sfavorevole alla mobilitazione contro un regime economico iniquo e che crea precarietà. Al di là della complessità di ciascun caso nazionale, occorre allora avanzare alcune ipotesi.

Il fallimento della prova di forza

La prima cosa da considerare è il tragico destino a cui è andata incontro Syriza, l’unico partito di sinistra radicale a salire al potere da solo. Nell’estate del 2015, il governo guidato da Alexis Tsipras ha capitolato di fronte ai suoi creditori, malgrado un referendum popolare che lo incoraggiava a rifiutare l’austerità. «C’è stata quindi la fine della possibilità di un modello, per non dire l’emergere di un contro-modello», dice Gerassimos Moschonas, professore di politica comparata ad Atene.

I risultati di Syriza non spiegano certo tutte le vicissitudini vissute dagli altri paesi. Tuttavia, ha fatto perdere credibilità ai partiti che intendono resistere al neoliberismo e impegnarsi in una trasformazione sociale. Come sottolinea il filosofo di origine greca Stathis Kouvélakis, «Syriza ha adottato una politica più dura di quella di Emmanuel Macron, in particolare con una riforma delle pensioni che ha ridotto il livello nominale delle pensioni del 30% e ha esteso il periodo di contribuzione dai tre ai sette anni». A dimostrazione del fatto che un’inversione di rotta di questa portata può fare «terra bruciata» su uno spazio politico, dopo il 2015 non è emerso alcun partito di opposizione di sinistra a Syriza. «Vista la violenza inflitta alle classi lavoratrici, se non puoi presentare una reale alternativa, non ti ascolteranno», spiega lo stesso ricercatore, a suo tempo esponente dell’opposizione interna di Syriza.

Nel caso della Francia, dove gli Insoumis hanno preso le distanze da Tsipras, il successo di una narrazione disobbediente all’Ue si basa in parte sul fatto che il peso della Francia nell’Ue è di gran lunga superiore a quello della Grecia. «Questo discorso è però reversibile», osserva Jean-Numa Ducange. «Possiamo supporre che le élite capitaliste non correranno il rischio che la Francia cambi il suo modello economico. Siamo un paese con potenti multinazionali, una grande industria delle armi… E ci sono molte opportunità di ostruzionismo politico anche solo con gli strumenti della ‘costituzionalità borghese’».

Questa osservazione si riferisce alla relativa trascuratezza con cui viene oggi affrontata la questione dello Stato, che pure è stata oggetto di grande attenzione nella storia del movimento operaio. Gli esempi storici della molto relativa «flessibilità» degli Stati nei paesi a capitalismo avanzato abbondano, ma non pare che ne siano stati tratti insegnamenti strategici chiari e appropriati.

Il sociologo David Muhlmann ribadiva questo aspetto poco tempo fa in un’intervista per Mediapart, sottolineando che attaccare i cattivi dirigenti di uno Stato pensato come neutrale non è la stessa cosa che rovesciare un intero Stato di classe. In un intervento a un convegno universitario, l’economista Costas Lapavitsas ha avvertito in modo molto prosaico che una delle sfide centrali che la sinistra deve affrontare oggi è trovare persone competenti per attuare un programma di pianificazione e di controllo dei capitali.

Il trasformismo neoliberale

La credibilità danneggiata della sinistra radicale, che non è stata ripristinata da nessun’altra esperienza politica, ha quindi contribuito all’idea di un’assenza di alternative. Nel frattempo, il discorso neoliberale si è evoluto per tenere conto della fine delle illusioni rispetto alla «globalizzazione felice», le cui promesse sono state frantumate dalla crisi del 2008.

Il campo conservatore ha fatto sue alcune critiche all’austerità, fino ad adottare una posizione sempre più statalista e talvolta persino sovranista. Nel Regno Unito, Boris Johnson ha incarnato per un certo periodo questo orientamento portando a termine con successo la Brexit. La crisi sanitaria ha accelerato questo processo a livello europeo, consentendo ai governi neoliberali di presentarsi come protettori dei lavoratori, attraverso l’approccio del «a qualsiasi costo», mentre in realtà stavano sovvenzionando il capitale e preservavano l’ordine sociale esistente.

Questo neoliberismo mascherato da statalismo, descritto dal ricercatore Ulysse Lojkine come «fordismo di destra», è insidioso. Neutralizza il discorso keynesiano di sinistra che negli anni Dieci di questo secolo era l’alfa e l’omega della sinistra radicale. Mentre persino i socialdemocratici non osano più rivendicare il ruolo dello Stato, la spesa pubblica e uno Stato forte sono ora sostenuti dai neoliberali.

Certo, questi strumenti sono stati trasformati in meccanismi di repressione del mondo del lavoro e dei servizi pubblici, ma questo cambiamento sta costringendo la sinistra a modificare il proprio discorso, a costo di apparire «inutile» in termini economici. L’unica alternativa razionale sarebbe quella di insistere sulla capacità trasformativa della sinistra, nel senso di una rottura radicale con un sistema diventato socialmente ed economicamente dannoso. Questo percorso sarebbe coerente con le nuove idee prodotte dal pensiero critico contemporaneo. Ma è difficile da realizzare nel breve termine.

In primo luogo, per l’«handicap» di credibilità di cui sopra. In secondo luogo, perché il campo conservatore si impegna al massimo per concentrare il dibattito pubblico sulle «guerre culturali», con polemiche contro le minoranze e i circoli intellettuali che le difendono. A tal fine, dispone di potenti mezzi di comunicazione, ma anche di un pubblico per il quale la sinistra non incarna più alcuna «differenza specifica» (nella sua versione socialdemocratico) o è sospettata di incompetenza e utopismo (nella sua versione più radicale).

I limiti della strategia «populista»

Per contrastare questi limiti, le sinistre alternative avrebbero la necessità di fare affidamento su una base militante e simpatizzante di massa, facile da raggiungere, consapevole e capace di mobilitarsi nel tempo. Ma dopo decenni di disintegrazione del movimento operaio, di mercificazione della società e di offensiva ideologica neoliberista, questa base è sostanzialmente inesistente.

«Il problema è diverso per i partiti capitalisti», sottolinea Jean-Numa Ducange. «A loro non interessa avere una base d’appoggio, perché non hanno problemi a trovare personale per gestire ciò che già esiste». Tuttavia, è «la mancanza di radicamento dei partiti della sinistra radicale, a livello locale e nel mondo sindacale e associativo, l’assenza di ramificazioni», a costituire «il principale problema di fondo», secondo il politologo Manuel Cervera-Marzal, residente a Liegi e autore di una monografia su La France Insoumis.

Le cosiddette strategie di mobilitazione «populiste» di tali partiti devono essere comprese da questo punto di vista. Da un lato, il decennio 2010 ha favorito la centralità della questione democratica e un conflitto binario tra le élite al potere e i cittadini che si sentivano privati della loro sovranità. Dall’altro lato, le strutture identitarie classiche della sinistra hanno chiaramente perso la propria attrattiva e sono diventate minoritarie in un momento in cui ci si aspettava risposte immediate alla crisi.

«I populisti di sinistra hanno dovuto mobilitare società profondamente smobilitate», riassume il ricercatore Anton Jäger su Jacobin. La scorciatoia di una strategia «altamente verticale e digitalizzata» è stata adottata per costruire ampie coalizioni elettorali in un breve lasso di tempo. Il rischio è però triplice: mantenere la frammentazione sociale esistente, non avere argini solidi per i momenti di riflusso delle energie di contestazione e non avere gli elementi per farsi strada elettoralmente al di là degli ambienti sociali già conquistati.

«Le esplosioni populiste degli anni Dieci di questo secolo hanno simboleggiato quella che si potrebbe definire la disintermediazione finale della politica», scrive il filosofo Daniel Zamora Vargas, ovvero un allontanamento dalle strutture associative che l’avevano modellata per un secolo: partiti, sindacati, organizzazioni di massa. «Mentre il periodo di apatia dei cittadini, caratteristico degli anni Novanta, si è concluso, la rinascita della mobilitazione sociale e delle battaglie ideologiche non ha ridato vita a tali strumenti organizzativi».

Eppure, «è innanzitutto affermandosi tra le classi lavoratrici ‘che mancano’ e nei territori ‘persi’ a sinistra che una forza politica può dare un senso ai fenomeni che la gente vive, come la chiusura delle fabbriche o le conseguenze dell’inquinamento sulla salute», ci ha riferito lo scorso anno il politologo Arthur Borriello. Da questo punto di vista, è interessante il progresso elettorale del Partito laburista belga, meno spettacolare dei suoi omologhi ma accompagnato da un notevole e impegnativo reclutamento militante.

In Francia, La France Insoumise è stata a lungo accusata di essere tarata solo per le elezioni presidenziali, nello stesso modo in cui Podemos si era dimostrato adeguato a una «guerra lampo» elettorale (senza essere riuscito nel suo atterraggio come alleato della coalizione con i socialisti). «Con la crescita locale e il rilancio della formazione, La France Insoumise è andata avanti», osserva però Manuel Cervera-Marzal. Si è trattato di un processo graduale, grazie al nucleo dirigente di base del movimento che è intenzionato a mantenerne il controllo in sostegno al suo fondatore.

Delle fondamenta ideologiche ancora incerte  

All’incrocio tra la mancanza di credibilità e la mancanza di radicamento profondo nella società, troviamo la natura incompiuta del progetto della sinistra radicale contemporanea, anche se si va in cerca di qualcosa attorno al «rosso» per sfidare il capitalismo e al «verde» per affrontare il bivio ecologico.

«Non è stata la qualità del suo programma a rendere forte e dinamico il voto comunista in passato», ha spiegato recentemente lo storico Roger Martelli. «È stata piuttosto la percezione della sua utilità complessiva, in termini sociali, politici, simbolici e ideologici». Secondo Martelli, è qui che si trova il problema attuale, con il risultato di lasciare spazio a un risentimento che viene captato dell’estrema destra e rovesciato contro i suoi tradizionali capri espiatori.

A conclusione di un lavoro collettaneo che fornisce una panoramica esaustiva dei partiti della sinistra radicale europea, i politologi Dan Keith e Luke March sottolineano che quando si parla di «trasformazione economica», «gli obiettivi sono spesso vaghi i concetti indefiniti». «Tra coloro che si identificano con il socialismo o il comunismo – aggiungono – la maggior parte evita di definire cosa questi sistemi implichino o come raggiungerli. Altri evitano qualsiasi riferimento diretto».

I riflessi della sinistra radicale sono ancora difensivi

Di default, l’opposizione al capitalismo si concentra sulla critica delle disuguaglianze e dell’ingiustizia sociale, e talvolta su un’ambizione ambientalista, che dovrebbe ottenere il sostegno delle classi lavoratrici e delle classi medio-basse. Ma questo approccio si scontra con due contraddizioni.

Da un lato, dal punto di vista economico, le politiche di redistribuzione implicano il mantenimento di un crescente Prodotto interno lordo. Allo stato attuale, ciò è incompatibile con la trasformazione non produttivista dell’economia. Dovremmo affrontare il difficile interrogativo della definizione dei bisogni, ma spesso si evita di farlo al di là delle necessità di base, perché è elettoralmente rischioso.

Dal punto di vista culturale, invece, la ricerca di una maggioranza politica nel quadro della democrazia liberale trascura il fatto che il modo di produzione capitalistico ha un effetto sulla costruzione delle opinioni. Se lo stato sociale genera ancora molte aspettative, è poco probabile che si esprima una domanda «spontanea» a favore di un superamento concreto dei rapporti sociali capitalistici, che hanno ormai colonizzato la struttura del mondo vissuto. Eppure, questo è il tipo di scenario che si dovrebbe esaminare nel caso di un esercizio del potere a cui le classi dominanti non vorrebbero dare alcuna possibilità. Questo ci riporta alla necessità di un profondo lavoro ideologico e culturale che, se non è incompatibile con le logiche elettorali, si colloca però in una temporalità diversa e richiede differenti modalità d’azione.

Una forza politica trasformativa deve necessariamente basarsi su un apparato ideologico che sia certamente flessibile e dialettico, ma coerente. Questo sembra in gran parte mancare alla sinistra radicale contemporanea. I suoi riflessi sono ancora molto difensivi ed è riluttante a confrontarsi con la tensione tra il proprio desiderio di conquistare il potere statale a livello elettorale e il rischio di vedere il potere statale soffocare le proprie aspirazioni trasformative.

E la questione internazionale?

La tragedia in corso in Medio Oriente, rispetto al cui posizionamento La France Insoumise sta ricevendo pesanti critiche, solleva l’interrogativo se le questioni internazionali non siano anch’esse un punto debole della sinistra radicale.

Certo, questo «handicap» non sarà mai così dannoso come le affinità che un tempo i partiti comunisti avevano con l’Unione sovietica, la cui immagine si è sempre più offuscata fino agli anni Ottanta. Allora era facile per i loro avversari evocare lo spettro della dittatura e delle penurie per delegittimare la sinistra. Privati di questa efficace risorsa, tentano comunque regolarmente di ricostituirla. Da qui, ad esempio, l’accusa di compiacenza verso gli eccessi autoritari dei regimi latinoamericani, che specialmente i leader di Podemos hanno dovuto affrontare. Da qui anche il sospetto di tolleranza verso la violenza armata – Jeremy Corbyn, ad esempio, ha dovuto spiegare le sue posizioni durante il conflitto in Irlanda del Nord. Da qui, infine, le accuse di ambiguità nei confronti dell’antisemitismo e dell’islamismo, mosse in seguito a dichiarazioni o posizioni polemiche in merito al conflitto israelo-palestinese. Di nuovo Corbyn, ma anche Jean-Luc Mélenchon, sono stati oggetto di critiche.

Questi attacchi, effettuati in modi molto diversi e da attori diversi tra loro, rivelano a volte disinformazione o malafede. In altri casi, invece, colpiscono nel segno. Il «campismo» è ancora presente in questa famiglia politica, così come la tentazione di non sconfessare una particolare figura o un’affermazione problematica, che sia per lealtà militante o per rigidità dottrinale.

Dal punto di vista della sociologia elettorale, è difficilmente attribuibile un peso significativo a questo fattore nelle difficoltà della sinistra radicale. Nessuna grande elezione è stata combattuta su questi temi, e nessuno studio solido suggerisce che ci sia un divario squalificante tra lo stato dell’opinione pubblica e le posizioni internazionali dei partiti interessati. Tanto più che i compromessi internazionali non mancano, dal centro all’estrema destra.

Tuttavia, possiamo azzardare l’ipotesi che queste polemiche facciano parte di quell’alone di fatti e parole che stanno danneggiando l’immagine della sinistra radicale, contribuendo a farla percepire come una forza di contestazione nel gioco politico, piuttosto che come una forza di governo. In questo senso, tali polemiche rientrano nella strategia di «guerra culturale».

*Fabien Escalona e Romaric Godin sono entrambi redattori di Mediapart dove è uscito questo articolo. Fabien Escalona ha anche curato, con Dan Keith e Luke March, la ricerca The Palgrave Handbook of Radical Left Parties citata nell’articolo. La traduzione è di Camilla Caglioti.

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Sorgente: L’onda lunga della «disfatta storica» – Jacobin Italia