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Lo scrittore israeliano è convinto che l’attuale governo abbia ormai il destino segnato: «Non ha raggiunto quasi nessun obiettivo e ci mette in crisi con i nostri alleati nel mondo»

TEL AVIV. È convinto, lo scrittore Assaf Gavron, che il governo di Benjamin Netanyahu abbia «i mesi contati» e che a Gaza «non ci sia altro da ottenere con le armi». Ritiene che qualunque altro leader diverso da “Bibi” avrebbe riportato a casa gli ostaggi già da un pezzo e che tra esercito e intelligence, il primo abbia dato migliore prova di sé.

È critico con la sinistra israeliana che ha perso fiducia nella coesistenza con i palestinesi, ma anche con quella radicale globale che non capisce Israele. Facendo un bilancio dei primi sei mesi del nuovo mondo post 7 ottobre, l’intellettuale di Tel Aviv si aspetta «un cambiamento sismografico» nella regione. In meglio.

Dopo sette anni nell’incubatore della creatività, un nuovo romanzo di Gavron (titolo provvisorio “Non mi vuoi?”) sta per vedere la luce, tra l’estate e Rosh Hashana (il Capodanno ebraico). L’intervista con La Stampa si incastra tra la sua routine di scrittura e una partita in tv dell’Arsenal di cui è tifoso. Il premier Netanyahu è il primo argomento che Gavron non riesce proprio a trattenere. E allora la domanda inevitabile è: pensa che il governo finirà prima della sua scadenza naturale di ottobre del 2026?

«Netanyahu sta lentamente perdendo potere. Tuttavia, nonostante la sua responsabilità per l’attuale situazione, per il modo in cui la sta gestendo, per come ci sta portando verso una crisi con i nostri alleati nel mondo, riesce a resistere in sella più di quanto ci saremmo aspettati o sarebbe logico. Senza che quasi nessun obiettivo della guerra sia stato raggiunto. E con le ripercussioni sull’economia e su tutto il resto. Sta cercando, finora con successo, di mantenere un livello di guerra tale che giustifichi la scelta di non dimettersi, di non avviare la commissione d’inchiesta e di non fermare la macchina. Trovo sorprendente non solo che sia ancora Primo Ministro, ma che non sembri correre realmente il pericolo di perdere questa posizione in tempi brevi».

A meno che?
«A meno che una crisi politica non faccia cadere il governo».

Ieri, il ministro della sicurezza nazionale, il leader della destra radicale Itamar Ben Gvir, ha minacciato Netanyahu di mettergli i bastoni fra le ruote se dovesse fermare la guerra a Gaza. Punterebbe su di lui?
«Ben Gvir è sicuramente una delle possibili chiavi. L’altra sono gli Haredim, se fossero costretti ad arruolarsi nell’esercito. La terza via potrebbero essere cinque “zadikim” (persone sagge), parlamentari del Likud o forse anche dello Shas. Se si sfilassero dall’attuale coalizione, farebbero crollare la maggioranza. Una qualunque di queste ipotesi potrebbe accadere. Non subito. Diciamo nei prossimi sei mesi. Ma potrei sbagliarmi. Insomma, non ci scommetterei tutti i miei soldi».

Ha detto di ritenere che quasi nessun obiettivo della guerra sia stato raggiunto. Cosa intende?
«Non credo che otterremo più di quello che abbiamo ottenuto. Hamas è stato indebolito, ma sicuramente non ne uscirà distrutto. Il nostro esercito però è di nuovo in piedi. Non penso che corriamo il pericolo immediato di essere cancellati, come temevamo nella prima settimana dopo il 7 ottobre».

E per quanto riguarda gli ostaggi? Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha detto ieri di credere che Israele sia «in un momento opportuno» per ottenere il loro rilascio, ma che richiederà «decisioni difficili». Crede che siano loro, l’obiettivo più importante della guerra?
«Lo sono sempre stati. Ma penso che non sia stato fatto tutto ciò che si poteva, che si siano perse opportunità. Abbiamo provato la pressione militare. Ma in sei mesi non abbiamo ottenuto nulla. Ne abbiamo uccisi tanti noi stessi, per errore e nei bombardamenti. Tre ostaggi sono stati liberati, gli ultimi due al prezzo di cento civili palestinesi uccisi in quell’operazione. È stata una catastrofe, un fallimento totale. Mi sembra che Bibi stia remando contro questo accordo, perché sarebbe la fine della guerra e, per lui, la sua stessa fine. La situazione è senza speranza».

Intende che con un altro leader al governo, gli ostaggi a quest’ora sarebbero liberi?
«Sarebbero usciti secoli fa».

Dopo sei mesi, sente ricucita la fiducia in Tsahal?
«Sicuramente più di quella nel governo. Non ho mai pensato che fossimo un esercito straordinario. Il 7 ottobre, e anche dopo, abbiamo dimostrato di non essere in grado di distruggere completamente i nostri nemici. Posso non essere d’accordo con le decisioni o le opinioni dei militari, ma non credo che siano assetati di guerra. Li vedo preoccupati di rimediare al fallimento e di mantenere la sicurezza degli israeliani. L’intelligence, invece, non si è rivelata affidabile, quindi la mia fiducia in loro al momento scarseggia».

E quella nei palestinesi?
«La guerra non ha cambiato la mia opinione. E non ha cambiato la realtà. Loro e noi, siamo qui per restare. Il resto, sono solo fantasie degli estremisti di entrambe le parti. Hamas pensa che ce ne andremo. E forse anche la sinistra radicale nel mondo la pensa così. D’altra parte i nostri coloni ed estremisti si illudono di poter cacciare gli arabi. No, la realtà non cambierà. Imparare a convivere resta l’unica cosa che possiamo fare. Ho sempre creduto che fosse possibile e lo credo ancora».

Certa sinistra israeliana, dopo il massacro di molti attivisti per la pace nei kibbutz invasi e massacrati, mostra segni di cedimento. Può biasimarla?
«Le persone di sinistra che affermano che il 7 ottobre ha cambiato ciò in cui credevano o speravano, mostrano mancanza di rispetto verso migliaia di persone che sono state uccise per decenni dagli attacchi terroristici dei palestinesi. Questa volta è stato peggio. Molto più organizzato, spaventoso e molto, molto più brutale, sadico e folle. Ma non è stata una novità. Civili, bambini, donne e anziani israeliani erano già stati uccisi altre volte, nelle strade, nelle loro case, sugli autobus. Continuo a ritenere che siano atti commessi da estremisti, ma che i moderati possano convivere e che la maggior parte delle persone voglia solo vivere in pace».

E i sondaggi che indicano un sostegno ad Hamas ben radicato nella maggioranza dei palestinesi?
«I sondaggi dicono anche gli israeliani sono favorevoli alla distruzione del nemico e a vincere la guerra. È come chiedere: vuoi un milione di dollari? Certo che lo voglio. Ma cosa possiamo ottenere, realisticamente?».

Con l’attacco del 7 ottobre, Hamas ha rivendicato il successo di aver rimesso sul tavolo la questione palestinese, che era stata relegata in un angolo. Includere i palestinesi negli Accordi di Abramo potrebbe essere una soluzione?
«Sostenere che tutti tranne i palestinesi dovessero partecipare al processo di pace è stato sicuramente un errore di Netanyahu. Ora, nell’immediato, non se ne parla. Ma penso che nel lungo termine possa accadere. Se guardiamo alla guerra dello Yom Kippur, ci sono voluti quattro anni per la caduta del governo. Ma poi c’è stato l’accordo di pace con l’Egitto, che sembrava una cosa inaudita. Lo choc del 7 ottobre è stato enorme. È ancora troppo presto per vedere i cambiamenti. Ma tra un paio d’anni, chissà. Penso che siamo avviati a una trasformazione sismografica. E che sarà enorme».

Sorgente: Assaf Gavron: “Senza Netanyahu gli ostaggi sarebbero a casa” – La Stampa