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Per 15 anni, dal 1967, gli israeliani hanno «frequentato» negozi e ristoranti. Ma il disastro covava sotto traccia: ora Gaza è una prigione a cielo aperto lunga 48 chilometri e larga 9

di Lorenzo Cremonesi

Non è sempre stato così. Una volta, circa quattro decadi fa, gli israeliani residenti nei kibbutz e paesini oggi devastati dai pogrom assassini dei fanatici di Hamas si recavano sul lungomare di Gaza a comprare il pesce, pranzavano ai ristorantini del porto, acquistavano per pochi shekel i pomodori e la frutta sui mercati locali. Capitava di trovare mamme israeliane con i bambini nei vicoletti dei campi profughi per visitare la famiglia della babysitter palestinese, mentre il marito si recava dall’imam della moschea vicina per reclutare operai per la sua industria di Tel Aviv.

Gli abitanti della quindicina di colonie ebraiche costruite nella Striscia di Gaza dopo la sua occupazione nel 1967 si mischiavano senza troppi problemi con i locali. Non c’erano muri o barriere elettroniche sul perimetro della Striscia , se non qualche filo spinato arrugginito messo da egiziani e israeliani nel 1948 .

Ai posti di blocco i soldati controllavano distratti le carte d’identità del circa mezzo milione di pendolari che si recavano nei cantieri e sulle piantagioni israeliani. Anzi, molti di loro non tornavano a casa: dormivano sui posti di lavoro. Raccontato oggi sembra di parlare di un pianeta assolutamente altro, e infatti lo è . Per ben oltre un quindicennio dopo la guerra del 1967 la popolazione israeliana e i palestinesi abitanti nella Striscia, per la stragrande maggioranza profughi dalle località nel sud della regione abbandonate al tempo del conflitto che aveva portato alla nascita di Israele vent’anni prima, beneficiarono di quella che era definita la «politica dei ponti aperti» voluta dall’allora ministro della Difesa Moshe Dayan.

L’annessione strisciante

Ufficialmente Gaza e Cisgiordania erano territori occupati (non però Gerusalemme Est, che sarebbe stata annessa quasi subito) da rendere in cambio della pace con gli arabi. Di fatto, però, iniziò presto una forma di annessione strisciante fondata sull’impiego della mano d’opera araba nel sistema economico israeliano. In quei primi anni quasi non ci fu resistenza da parte araba, la gente era come annichilita dalla soverchiante potenza dello Stato ebraico. E infatti la battaglia contro Israele fu per lungo tempo condotta dall’Olp di Yasser Arafat, che operava dall’estero e si richiamava ai movimenti socialisti della decolonizzazione legati all’Unione Sovietica. Fu allora che Israele, in chiave anti-Olp, scelse di lasciare crescere le organizzazioni caritative e di mutuo soccorso ispirate ai Fratelli Musulmani, che in particolare a Gaza guardavano all’Egitto .

L’Olp sembrava relegato alla diaspora, Israele traeva profitto dallo status quo. Ma nel dicembre 1987 fu lo scoppio dell’intifada, la rivolta popolare dei palestinesi nei territori occupati , a demolire l’illusione israeliana dei «ponti aperti» a costo zero. Pochi mesi prima David Grossman nel suo Vento Giallo aveva già messo in guardia. «L’occupazione corrompe i palestinesi e corrompe noi israeliani. Ma non può durare, il malcontento arabo sta per esplodere», avvertiva lo scrittore.

Lo sceicco Yassin

I palestinesi per la prima volta prendevano in mano il loro destino con un movimento di protesta autoctono che non dipendeva dall’Olp. L’anno dopo lo sceicco tetraplegico Ahmed Yassin dalla sua casa nel cuore di Gaza annunciava la nascita di Hamas, che negava qualsiasi possibilità di compromesso con gli «Yehud», gli ebrei , rifiutava l’approccio nazionalista laico dell’Olp e in nome di Allah invocava il diritto sacro del suo popolo al controllo di tutta la Palestina. Da allora lo scontro aperto tra Hamas, radicata più a Gaza, e l’Olp, sempre meno forte in Cisgiordania, corre parallelo a quello contro Israele.

L’intifada bloccò la coesistenza pacifica tra le due popolazioni. Pochi anni fa il proprietario di un noto ristorante di Gaza guardava ancora con nostalgia alle foto della sua sala affollata da clienti di Ashkelon e sospirava raccontando della sua amante ebrea di Tel Aviv che non può più incontrare.

Il ritiro del 2005

Gli anni Novanta conducono direttamente alla situazione di oggi. S’inaugura la stagione del terrorismo kamikaze islamico. Gli attentatori si fanno esplodere tra la gente nei ristoranti, bus e discoteche nel cuore di Israele: ogni palestinese è un sospetto. Gaza diventa una prigione a cielo aperto lunga 48 chilometri e larga mediamente 9, abitata da poco meno di due milioni e mezzo di persone (circa il 40% ha meno di 14 anni, circa il 22% ha tra i 15 e i 24 anni).

Le cose peggiorano dopo che un estremista ebreo assassina il premier Ytzhak Rabin imputato di «tradire» Israele stringendo la mano ad Arafat. Nel 2005 Israele evacua i circa 15.000 coloni ebrei di Gaza, ne approfittano gli islamici che accusano l’Olp di corruzione e collusione col nemico.

Nel 2006 Hamas vince le prime elezioni democratiche della storia palestinese. L’anno dopo i militanti armati islamici scacciano e uccidono gli attivisti dell’Olp. Seguono le vampate di violenza degli ultimi anni, ogni volta più gravi e sanguinose di quelle precedenti. Nel 1987 i palestinesi tiravano pietre e parlavano ebraico, mentre gli israeliani cercavano di usare lacrimogeni e proiettili di gomma: oggi gli islamici ricorrono alle modalità del Califfato e i razzi israeliani devastano interi quartieri.

Sorgente: Così Gaza è caduta in mano agli estremisti: dalla convivenza tra palestinesi e israeliani al regime di Hamas


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