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Il primo ottobre del 1965 cominciava il genocidio contro il Partito comunista indonesiano, che contava 3 milioni di iscritti. Rappresenta uno dei crimini più efferati della Guerra fredda e dell’«anticomunismo reale»

Nicola Tanno*

23 maggio 1965, Giacarta. Lo stadio principale della città è stracolmo di gente. A decine di migliaia affollano gli spalti, mentre altre migliaia si stipano nel campo di gioco sottostante. Fuori dallo stadio le vie della città sono gremite da più di 100 mila persone, con le bandiere rosse in mano e i ritratti di Marx, Lenin e Sukarno. Sono parte di una organizzazione in piena salute, radicata soprattutto sull’isola di Java, con forti strutture fiancheggiatrici di donne, lavoratori, giovani. È il quarantacinquesimo anniversario della nascita del Partito comunista indonesiano, il Pki, il più radicato partito politico dell’arcipelago, non ancora al potere, ma pronto per conquistarlo. È il partito comunista più grande al mondo aldilà di quelli sovietico e cinese.

Nella foto qui sotto, in abito bianco, vi è il capo di quel partito: Dipa Nusantara Aidit. Ha 42 anni ed è colui che lo ha preso in mano nel decennio precedente facendolo diventare grande. Al suo fianco vi è Sukarno. Capo dello Stato sin dal 1945, dal 1959 è diventato presidente a vita, nella cornice della cosiddetta democrazia guidata. Inizialmente amico degli Usa, se ne è via via distanziato. Sukarno è un nazionalista, è colui che tiene unito un paese sottoposto a spinte secessioniste e inflazioniste e logorato dalle divisioni tra le organizzazioni islamiche, un esercito perlopiù reazionario e un movimento comunista con decine di milioni di simpatizzanti. Agli statunitensi era andata bene che Sukarno fosse diventato il presidente a vita, per stoppare l’avanzata elettorale dei comunisti. Ai comunisti era andata bene lo stesso, erano convinti della possibilità di influenzare un leader nazionalista sempre più distante dagli Stati uniti. L’impressione che una resa dei conti sia vicina scuote il paese, e quel giorno nello stadio di Giacarta Sukarno dà l’impressione di aver deciso da che parte stare.

Alle decine di migliaia di persone che assistono alla scena sembra l’alba di una nuova era, ma non sanno che il destino che li aspetta sarà diverso, per il partito, per l’Indonesia e anche per loro stessi. Nell’ottobre dello stesso anno sarebbe cominciata la campagna di distruzione del Pki, dei suoi dirigenti e dei suoi militanti. In pochi mesi di quel partito, e della sinistra indonesiana, non sarebbe rimasto più nulla. Per molti di coloro che assistettero dal vivo all’abbraccio tra Aidit e Sukarno, operai e contadini, il destino sarebbe stato l’emarginazione, l’imprigionamento o l’eliminazione fisica. Quest’ultima fu il destino di almeno mezzo milione di indonesiani: si è trattato di uno dei più gravi e meno considerati genocidi del Novecento.

I responsabili del genocidio

L’inizio della fine del Partito comunista indonesiano ha una data precisa, il primo ottobre del 1965, il giorno in cui un gruppo di militari vicini al Pki si rese responsabile di un colpo di stato fallimentare che lasciò dietro di sé la vita di sei generali. Ma considerare quell’evento la causa dello sterminio di migliaia di militanti sarebbe come limitare all’assassinio di Francesco Ferndinando la causa scatenante della Prima guerra mondiale. Formalmente è corretto, ma è anche fuorviante. Il Pki venne annientato per mano dell’esercito e con la piena collaborazione degli Stati uniti per impedire che la sinistra prendesse il potere, per collocare un paese immenso e ricco di petrolio e gomma da caucciù nella propria sfera d’influenza, per bloccare processi di nazionalizzazione che avrebbero danneggiato le multinazionali anglosassioni, per impedire la diffusione delle idee socialiste in paesi non controllati direttamente dall’Urss, per distruggere il pezzo più importante del gruppo dei paesi non allineati che proprio in Indonesia, a Bandung, si erano riuniti nel 1955 per la prima volta. Il Pki venne distrutto e Sukarno deposto come atto fondamentale della Guerra fredda, come prima era successo in Guatemala, Iraq e Congo e come sarebbe poi successo in Ghana e Cile.

Gli Stati uniti per anni lavorarono a questo scopo accanto all’esercito indonesiano, formandolo e armandolo, e si occuparono direttamente di organizzare attività di sabotaggio e terrorismo, come quelle avvenute sull’isola di Sumatra nel 1958. In quell’occasione, gli Usa promossero la ribellione di un pezzo dell’esercito e il conseguente tentativo di generare una secessione dall’Indonesia (per parte della cosiddetta Prri). Con questa finalità, agenti della Cia realizzarono azioni di terrorismo, come l’affondamento di navi commerciali o il bombardamento su obiettivi civili. Tuttavia la scelta di spingere per una secessione interna si rivelò sbagliata. Il grosso dell’esercito, seppur armato dagli Usa, non potè far altro che reprimere le spinte centrifughe mentre, nel frattempo, il discorso antimperialista di Sukarno e del Pki si vedeva rafforzato. Nel frattempo l’Indonesia manteneva un’alta tensione con i Paesi Bassi, ex-colonizzatori dell’arcipelago, che ancora possedevano la parte occidentale dell’isola di Papua. Non solo, l’esercito era stato mobilizzato per contrastare la nascita della Malesia, vista come uno strumento coloniale dei britannici. In entrambi i casi il partito che diede maggior sostegno a Sukarno fu proprio il Pki, che si mobilitò anche sul campo per dare supporto logistico a un esercito svogliato perché poco interessato a combattere contro il Regno Unito.

Nel 1964 la strategia degli anglosassoni per abbattere Sukarno e la sinistra cambiò. Vista la immensa popolarità del Presidente, era impossibile attaccarlo direttamente e si sviluppò quindi l’idea che sarebbe stato di fondamentale importanza che il primo passo – un colpo di stato fallito – venisse fatto proprio dal Pki (cosa oggi nota attraverso documenti del ministero degli Esteri britannico). Vennero dunque ampliate le politiche di guerra psicologica, sia per la diffusione di propaganda anticomunista sia attraverso meccanismi di provocazione, come la lettera firmata dall’ambasciatore di Londra Andrew Gilchrist in cui si paventava la necessità di agire contro Sukarno e che venne resa pubblica nelle settimane precedenti al golpe.

Il progetto degli anglosassoni e del grosso dell’esercito indonesiano si realizzò in pieno. Dopo il fallito colpo di stato del primo ottobre, queste forze si impegnarono a fondo per diffondere notizie che incolpassero il Pki (tra cui quella molto diffusa secondo cui donne comuniste avevano evirato i sei generali per poi danzare sui loro corpi). Inoltre sin da subito Marshal Green, ambasciatore Usa già infausto protagonista in un colpo di stato militare in Corea del Sud nel 1961, raccomandò a Washington un discreto ma totale sostegno militare, economico, massmediatico. Come raccontato da Geoffrey Robinson nel libro The Killing Season, mentre già si compivano mostruosi massacri a Java e Sumatra, Green esultò per l’andamento degli eventi, si prodigò affinché ingenti fossero i finanziamenti per l’esercito e le milizie, diede il massimo supporto logistico per generare nuove accuse contro il Pki e si assicurò che la stampa statunitense più prestigiosa raccontasse il genocidio in corso come una violenza popolare e spontanea contro il comunismo. Soprattutto, la sua ambasciata, per mano del funzionario Robert J. Maertens, confezionò una lista di 5000 dirigenti del Pki da eliminare in tutto il paese.

Nel giugno 1966, quando i massacri si erano spostati con ancora più violenza sull’isola di Bali, Green si entusiasmò: «Scommetto che da nessuna parte nel mondo negli ultimi anni vi è stata una inversione più drammatica per la sorte dei comunisti come in Indonesia nell’ultimo anno». Aveva ragione. Come scritto da Vincent Bevins ne Il metodo Giacarta, quella ai danni della sinistra indonesiana fu la più grande vittoria degli Usa nella Guerra fredda.

Il fallimentare Movimento 30 settembre

Come è stato possibile che un partito con tre milioni di iscritti e decine di milioni di simpatizzanti sia stato distrutto senza capacità di reagire? Per quale motivo la repressione non è diventata guerra civile e come mai di quella storia, al contrario di altre esperienze progressiste represse nel sangue come quella cilena, non è rimasto praticamente niente, a quasi sessant’anni dai fatti? Chi si è posto queste domande ha trovato una risposta principalmente in due questioni, ovvero le caratteristiche del colpo di stato del primo ottobre e gli errori strategici del Pki nel quindicennio precedente. Molti sono ancora i punti oscuri riguardo al golpe, ma John Roosa, autore di Pretext for mass murder dà una spiegazione alquanto convincente. Secondo lo storico statunitense Aidit cadde nella trappola tesa dall’esercito ed effettivamente diede al capo del comitato clandestino del Pki, Sjam, la responsabilità di organizzare un’azione con i settori dell’esercito più vicini a Sukarno. L’idea era quella di realizzare un atto di forza arrestando i membri del Consiglio dei Generali e generando una mobilitazione popolare in tutto il paese. Sukarno, davanti al fatto compiuto, avrebbe riconosciuto la giustezza dei rivoluzionari e trasmesso maggiore potere ai comunisti. Le cose, tuttavia, andarono diversamente. Sei generali vennero assassinati, nel paese non ci fu nessuna mobilitazione, Sukarno non sostenne l’operazione né la condannò, generando maggiore incertezza nel Movimento. Dopo ore di paralisi Suharto andò all’attacco, recuperò i centri occupati e a fine giornata il colpo di stato poteva dichiararsi fallito. Roosa, in poche parole, sostiene che il Movimento 30 settembre fu un fiasco per via della sua mediocre organizzazione e attribuisce molte responsabilità al segretario generale del Pki. Egli diede vita a un’operazione sconosciuta anche ai massimi dirigenti del partito, si fidò completamente di Sjam sulle questioni organizzative e nel valutare le possibilità di riuscita della sollevazione si dimostrò incapace di pensare a cosa fare nell’eventualità di un di fallimento. Soprattutto, Aidit dal suo rifugio non fu riuscì a organizzare alcuna resistenza. Lasciò Giacarta la notte stessa e il Pki, senza il suo capo, non seppe cosa fare. Gli altri dirigenti non seppero dare una interpretazione chiara di ciò che era successo né non seppero dare indicazioni alle reti del partito disseminate nelle 17 mila isole dell’arcipelago. Non ci furono scioperi, non venne bloccata la produzione, non vi furono atti di sabotaggi. Anzi, in molti villaggi i dirigenti del Pki assediati dalle milizie si presentarono volontariamente ai militari, convinti che non gli sarebbe successo nulla di pericoloso. Gli unici che veramente resistettero furono i soldati maggiormente legati a Sukarno. I comunisti legarono il proprio destino a questi ultimi, ma quando gli uomini di Shuarto presero il sopravvento ne seguì un completo massacro. Il Movimento 30 settembre ebbe sui comunisti indonesiani, afferma sempre Roosa, lo stesso effetto che l’incendio del Reichstag ebbe su quelli tedeschi.

Gli errori del Pki

Gli errori del primo ottobre 1965 sono comunque collegati a errori di strategia più generali, studiati nel corso degli anni da diversi analisti. Olle Törnquist ha scritto nel 1984 un saggio in cui indica i principali errori del Pki. Secondo lo studioso, Aidit, dopo la pesante purga che soffrì il partito sia nel 1926 che nel 1948 a seguito di due insurrezioni fallimentari, cercò un’alleanza tra con settori della borghesia desiderosi di sviluppare il paese, in contrapposizione con la borghesia compradora e parassitaria. Da lì viene il legame con Sukarno, rappresentante di questa classe media nazionale, e da lì viene il supporto alle politiche militari antimperialista di questi e i legami che via via si erano costruiti con pezzi dell’esercito progressisti. Per costruire questa alleanza, ovviamente, il Pki abbandonò la via insurrezionale e scelse una via parlamentarista, con notevoli successi (alle elezioni locali del 1957 fu la lista più votata sull’isola di Java, il cuore politico dell’Indonesia) ma quando Sukarno scelse di dichiararsi Presidente a vita per tenere unito il paese, Aidit non protestò, pensando che avrebbe potuto approfittare della situazione. In un modo o nell’altro, o per via della svolta parlamentarista o per aver accettato la democrazia guidata, i comunisti persero capacità di fronteggiare fisicamente i propri nemici. Aidit fu capace di tenere unito il partito in un momento di forte lacerazione del movimento comunista internazionale, il Pki dimostrò notevoli capacità organizzative e di radicamento, Giacarta e Java erano piene di bandiere rosse in ogni dove, vi erano costanti manifestazioni contro gli Usa o alcune iniziative di occupazioni (simboliche) di proprietà straniere. Eppure, nonostante ciò, era sempre più a settori sukarnisti dell’esercito che il Pki affidava la propria sicurezza. E quando il colpo di stato rivoluzionario del primo ottobre fallì miseramente i suoi obiettivi, il partito fu del tutto incapace di organizzare una resistenza armata e venne schiacciato.

L’anticomunismo reale

Nella storia dei genocidi del Novecento l’attenzione verso quello indonesiano del 1965, anche a sinistra, è ancora minima. Certamente, il fatto che nello stesso arcipelago il tema sia ancora un tabù rende difficile la diffusione delle testimonianze, come invece è accaduto con i massacri dell’America latina. Tuttavia, da un punto di vista analitico il problema è un altro. I massacri commessi in nome del comunismo hanno meritato libri neri con la finalità ultima di affermare che tutto di tale idea fosse sbagliato. Al contrario, non esiste una riflessione collettiva da parte dei liberali su cosa sia stato l’«anticomunismo reale» ovvero su come gli Stati uniti abbiano vinto la Guerra fredda anche attraverso l’annichilimento fisico dei militanti della sinistra. Al riguardo, vale la pena leggere cosa scrisse chi nell’ottobre 1965 decise di non rimare in silenzio, anche in Italia. Il giornalista Giuseppe Boffa venne inviato da L’Unità a Giacarta e quotidianamente realizzò la cronaca sulla repressione dell’esercito e i vani tentativi di resistenza. Decenni dopo, nel 1998, nel libro autobiografico Memorie dal comunismo, espresse un’analisi lucida e amara di quelle giornate e di come esse siano state rimosse dalla memoria collettiva:

Aidit aveva un’intelligenza aperta sul mondo: voleva conoscerlo e sperava di trovarvi solidarietà. Ai primi segni del dramma, mi precipitai di nuovo a Giacarta. Vigeva il coprifuoco e l’esercito aveva scatenato una feroce caccia al comunista. […] Vidi, sempre più tardi, l’ultima foto di Aidit braccato da una torma di soldati inferociti che lo trascinavano al liciaggio. Anche gli altri compagni che avevo conosciuto furono trucidati. Di questo orribile eccidio, uno dei più atroci di questo secolo, nei nostri paesi si è scritto poco o nulla. A me non si può chiedere di lascerarmi le vesti per crimini commessi in paesi diretti dai comunisti. Crimini esecrabili, d’accordo. Ma non accetterò mai che venga a rimproverarli a me chi è rimasto impassibile davanti a un massacro che si è compiuto sotto gli occhi di noi tutti […].

*Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Vive e lavora da anni a Barcellona.

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Sorgente: Indonesia, 58 anni di silenzio – Jacobin Italia


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