La sfida di Zingaretti: “Vecchio Pd addio, ecco la mia svolta” | Rep

11 Gennaio 2020 0 Di Luna Rossa

di Massimo Giannini

“Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito…”. Era il 10 gennaio del 49 avanti Cristo e, secondo Svetonio, Giulio Cesare passava il Rubicone. È il 10 gennaio 2020, e anche Nicola Zingaretti, nel suo piccolo, il suo dado lo ha tratto. Comunque vada il voto alle regionali, dopo il 26 gennaio il Pd non sarà più lo stesso. Il segretario ha deciso, e spiega così la sua strategia: “Convoco il congresso, con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. In questi mesi la domanda di politica è cresciuta, non diminuita. E noi dobbiamo aprirci e cambiare per raccoglierla. Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo, un partito che fa contare le persone ed è organizzato in ogni angolo del Paese…”. Detta altrimenti, e al di fuori del politichese: il Partito democratico si scioglie, e nasce un nuovo soggetto politico più vasto e plurale, con l’obiettivo di includere (non solo nella raccolta del consenso, ma anche nella ridefinizione delle strutture e degli organigrammi) la società civile, i movimenti, le sardine, tutte le forze democratiche, progressiste e ambientaliste. Magari cambiano anche simbolo e nome, benché per adesso (a due settimane dalla madre di tutte le battaglie) l’argomento sia ancora e comprensibilmente un tabù.

Dunque, davvero la sinistra italiana si prepara all’ennesima “svolta”? Dopo la fine “annunciata” del comunismo, con Berlinguer che nel dicembre 1981 dichiara “esaurita” la “spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre”. Dopo la Bolognina di Occhetto nel novembre 1989 e l’addio al Pci nel febbraio 1991. Dopo la lunga transizione al Pds e ai Ds. Dopo l’Ulivo nel 1996 e l’Unione nel 2006. Dopo la nascita del Pd nell’ottobre 2007. Dopo tutto questo, il riformismo italiano è ancora una volta di fronte al solito, maledetto bivio: cambiare o morire. Zingaretti vuole cambiare, per non morire insieme a un governo anomalo che non può reggere se a sua volta non cambia. E il suo ragionamento parte proprio da qui, da un esecutivo che arranca senza progetto, da una maggioranza che galleggia senza identità, e da un Pd sospeso tra la paura di consegnare il Paese a Salvini e l’ansia di non declinare insieme a Di Maio, la tentazione di nascondersi dietro a Conte e l’ossessione di non farsi sabotare da Renzi.

C’è un problema politico “congiunturale”: “È inutile che ci giriamo intorno, non possiamo fare melina fino al 26 gennaio, non possiamo fare ogni giorno l’elenco delle cose sulle quali non c’è accordo nella maggioranza…”. Finora è stato così: non c’è un solo dossier che si sblocca, dalla prescrizione al voto sul caso Salvini-Gregoretti, da Alitalia alla concessione ad Autostrade. “Purtroppo – ammette il segretario – questo è il risultato della cultura delle “bandierine”, in cui ci si illude di esistere solo se si difende una cosa. Ma io lo dico ogni giorno a Conte e a Di Maio: un’alleanza è come un’orchestra, il giudizio si dà sull’esecuzione dell’opera, non sulla fuga di un solista che casomai dà pure fastidio alle orecchie. Non è il tempo di distruggere ma di costruire. E quella che va costruita subito è una visione e poi un’azione comune, su pochi capitoli chiari: come creare lavoro, cosa significa green new deal, come si rilancia la conoscenza, come si ricostruiscono politiche industriali credibili nell’era digitale”. Messe così sono solo idee generiche, che finora non hanno avuto gambe per camminare. Il segretario lo sa bene. Ma per questo vuole accelerare i tempi della svolta. “Si può dire quello che si vuole, ma questo salto di qualità lo può fare solo il nostro partito. Il Pd è salvo, oggi non è più il partito debole, isolato e sconfitto del 4 marzo 2018. Abbiamo retto l’urto di due scissioni, e oggi i sondaggi ci danno al 20%. Siamo il secondo partito italiano, e siamo l’unico partito nazionale dell’alleanza, l’unico che si presenta ovunque alle elezioni, l’unico sul quale si può cementare il pilastro della resistenza alle destre”.

Zingaretti contesta la narrazione di un Pd subalterno al Movimento Cinque Stelle (nonostante non si sia vista grande “discontinuità” rispetto al governo gialloverde, dalla giustizia ai decreti sicurezza, da quota 100 al reddito di cittadinanza). “Non è così”, obietta il segretario, che dal taglio del cuneo fiscale alla lotta all’evasione, dal rapporto con l’Europa ai migranti, di discontinuità ne vede eccome. “Altro che subalternità! La linea unitaria sta pagando, come dimostrano i sondaggi, e casomai apre contraddizioni in chi non vuole scegliere”, come Di Maio che insegue la fantomatica “terza via” tra destra e sinistra. Non esiste “terza via”, e questo è obiettivamente vero. Al contrario, proprio lo sfarinamento dei Cinque Stelle, tra espulsioni e fughe, interventi “commissariali” di Grillo e ripensamenti sulla leadership di Di Maio, dimostrano anche per Zingaretti che “l’Italia sta gradualmente tornando a uno schema bipolare”. Proprio per questo, adesso, alla sinistra serve il colpo d’ala. “Non dobbiamo essere pigri: io ho scommesso tutto su unità e apertura. Ho vinto il congresso dell’anno scorso nello spirito di “Piazza Grande”, lontano dagli schemini politici e vicino alle persone, nel nome dell’apertura e dell’allargamento, del noi e non dell’io, di una politica ragionata e non urlata. Dopo 12 anni ho voluto cambiare lo statuto proprio perché nel Pd non c’era neanche più il congresso, ma solo la scelta del segretario. Ora non è più così. Ma ora dobbiamo portare fino in fondo quel processo di cambiamento…”. C’è un problema politico “strutturale”: bisogna ridare un nuovo orizzonte alla sinistra, se si vuole che ne abbia uno anche il governo di qui alla fine della legislatura.

Per riuscirci bisogna prima vincere in Emilia. Compito non facile, anche perché, come lamenta il segretario, “il Pd sta facendo la campagna elettorale per Bonaccini in splendida solitudine”, con M5S che va per conto suo con un suo candidato e Italia Viva che nemmeno si presenta. Ma qualunque sia l’esito del voto nella Stalingrado italiana, subito dopo la sinistra deve voltare pagina. “La nuova legge elettorale ci indica una sfida: dobbiamo costruire il soggetto politico dell’alternativa, convocando un congresso con una proposta politica e organizzativa di radicale innovazione e apertura. Dobbiamo rivolgerci però alle persone, e non alla politica “organizzata”. Dobbiamo aprirci alla società e ai movimenti che stanno riempiendo le piazze in queste settimane. Non voglio lanciare un’opa sulle sardine, ci mancherebbe altro, rispetto la loro autonomia: ma voglio offrire un approdo a chi non ce l’ha…”.

È la logica di “Piazza Grande”: un partito nuovo, che rinasce sulle ceneri del vecchio, e che apre le porte a tutti i progressisti. Non tanto ai fuoriusciti (in questo momento i nomi di Bersani e D’Alema restano impronunciabili). Quanto piuttosto a quelli che non sono mai entrati, come Mattia Santori e gli altri ragazzi delle 92 piazze anti-Salvini, come il movimento dei sindaci “civici” guidati da Beppe Sala e Antonio Decaro, come la galassia dei verdi. Anche se di una “grande forza riformista” che vada “oltre” la sinistra sentiamo parlare inutilmente da una ventina d’anni, la nascita di un “nuovo soggetto politico” aperto inclusivo e contendibile resta sempre molto suggestiva. Ma a una sola condizione: Zingaretti deve essere disposto a mettere in discussione tutto, non solo “il nome”, ma anche e soprattutto “i nomi”. Deve cioè azzerare tutti gli organigrammi, cedendo sovranità, poteri e incarichi ai soggetti esterni e agli esponenti della società civile che dice di voler accogliere. Ha la forza per farlo? Perché se non fa questo, rischia l’ennesima operazione di facciata, intrisa di tatticismo e di trasformismo.

Gli stessi “vizi” che cinque mesi fa hanno ispirato la formazione rigorosamente correntizia del Conte bis, e che pochi giorni fa hanno spinto il partito a indicare come relatore al ddl sul “Germanicum” l’ottimo Emanuele Fiano, che nel 2017 fu relatore anche del “Rosatellum”. Con tutto il rispetto per Fiano, che è persona eccellente, ma se si sta per aprire sul serio una stagione diversa, allora non ci possono più essere nomenklature buone per tutte le stagioni. Solo così la “Cosa Democratica” che sta per vedere la luce sarà davvero “nuova”.

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