Legittima difesa, un argine all’impresario della paura | Rep

27 Aprile 2019 0 Di Luna Rossa

Il presidente Mattarella promulga ma di fatto neutralizza la legge: la sua lettera ne fissa i limiti invalicabili

di Massimo Giannini

Matteo Salvini canta vittoria. Ha cristianamente onorato la Santa Pasqua con un’arma in pugno, declinando alla sua maniera la triade Dio-Patria-Famiglia. Ha gioiosamente tradito la celebrazione civile del 25 aprile, svendendo per trenta denari sia l’antifascismo sia l’antimafia. Adesso Capitano Mitra fa finta di festeggiare un’altra “bellissima giornata”. Ha appena portato a casa anche la legge sulla legittima difesa, che sancisce una volta di più la netta egemonia politica e mediatica della “Lega di lotta” nel governo gialloverde. Ma stavolta il grido di battaglia gli si strozza in gola. Ancora una volta, a intralciare il percorso di guerra di questa sua destra radicale nel messaggio e violenta nel linguaggio, si ritrova Sergio Mattarella. In attesa che Di Maio trasformi in atti concreti e non in vacui slogan la tardiva “resipiscenza civica” del Movimento, tocca sempre al Capo dello Stato contenere le intemperanze istituzionali e costituzionali del leader padano. Ci provò già Berlusconi con Scalfaro e poi con Napolitano, dal 1994 in poi, e oggi Salvini fa lo stesso: a forza di strappi, spallate e provocazioni, azzarda uno stress-test sulla tenuta del sistema. E il sistema, per ora e per fortuna, tiene.

Il presidente della Repubblica dà il suo via libera alla “nuova” legittima difesa. Ma intanto, e non per caso, prima di firmarla si prende tutti i 30 giorni canonici che la Costituzione gli assegna. E poi, mentre promulga la legge, di fatto la neutralizza. Con la sua “lettera di accompagnamento”, Mattarella fissa tre paletti invalicabili. Primo: la sicurezza dei cittadini è compito “esclusivo” dello Stato e delle Forze di polizia (e dunque, nonostante il criminale storytelling digitale veicolato a spese dei contribuenti dal sedicente “guru” Luca Morisi, in una democrazia occidentale non c’è e non ci sarà mai spazio per una giustizia fai-da-te). Secondo: nessuna legge ordinaria potrà mai vulnerare il principio di proporzionalità tra l’offesa e la difesa previsto dalla Costituzione (e dunque, a dispetto della macabra grancassa leghista che suona da settimane un’altra musica, non è affatto vero che d’ora in poi “la difesa sarà sempre legittima”, ma continuerà a esserlo solo se chi reagisce uccidendo lo fa per difendere la sua vita da un pericolo concreto e attuale). Terzo: sarà ancora e sempre la magistratura a stabilire se la persona offesa ha agito in base a un “grave turbamento” (e dunque, al contrario di quello che sostiene inopinatamente la ministra Bongiorno folgorata su via Bellerio, a certificarlo dovrà essere una valutazione “oggettiva” maturata da un giudice terzo, non una giustificazione auto-certificata dalla parte in causa).

Il Quirinale ci sta dicendo questo: per quanto gli impresari della paura si adoperino per trasformare il malcontento in categoria politica, le istituzioni democratiche sono vigili e non arretrano. L’Italia non diventerà mai il Far West che piace ai patetici trumpisti in armi di casa nostra. La Costituzione non sarà mai un saloon da “todos caballeros”, ma è e resterà sempre la casa di tutti gli italiani. Almeno finché a presidiarla ci sarà un galantuomo che ha sempre creduto nei valori della Repubblica nata dalla Resistenza e che ha stretto tra le braccia un fratello morente assassinato dalla mafia. Altro che “mummia sicula”, come lo hanno descritto i tanti miserabili che animano il penoso teatrino politico-mediatico dell’Evo Sovranista. C’è un filo rosso che unisce il senso della lettera di Mattarella sulla legittima difesa e le parole che ha pronunciato due giorni fa, a Vittorio Veneto, ricordando la lotta contro il nazifascismo: «La Storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva».

Questa pedagogia repubblicana dovrebbero capirla soprattutto i pentastellati. Hanno appena riscoperto una venatura di sinistra mai conosciuta prima, e l’hanno sbattuta in faccia al socio di governo e alla sua destra dura e pura. Dal congresso sulla famiglia di Verona («il raduno degli sfigati») alla Flat Tax («se è per i ricchi non se ne fa niente»), dai porti chiusi («le migrazioni non le fermi con una circolare») all’ordinanza sui prefetti («torniamo ai podestà dell’era fascista»). Un’escalation di istanze solidali, egualitarie e progressiste. Culminate nella sorprendente “vocazione partigiana” del 25 aprile, tra un Conte che dice «questa è la data da cui origina l’affermazione dei valori della libertà, della dignità, della pace», un Di Maio che va alla sinagoga di via Balbo a onorare i caduti della Brigata Ebraica, una Raggi che sfida le contestazioni e condanna tutte le ambiguità leghiste sul neo-fascismo. Una manna dal cielo, se le Cinque Stelle che lo abitano brillassero di luce vera e sincera.

Purtroppo il legittimo sospetto è che si tratti invece di una banalissima messinscena elettorale. È troppo tardi, adesso, per riequilibrare a sinistra una coalizione che con buona pace del travaglismo in servizio permanente effettivo ha portato il Paese a surfare sulla cresta dell’onda nera montante in Europa. Per un anno i grillini hanno taciuto e subito, peggio ancora avallato e condiviso. Dov’erano, mentre Salvini imponeva al governo il “decreto sicurezza”, che ha abolito i permessi umanitari e smantellato gli Sprar, trasformando in clandestini e lasciando per strada migliaia di migranti? Dov’erano, mentre Salvini obbligava loro e l’intero Parlamento a votare “no” al suo processo per la nave Diciotti, spacciando il disumano rifiuto di far sbarcare 177 disperati a Messina per «difesa dell’interesse nazionale»? Dov’erano, mentre Salvini ordinava al Consiglio dei ministri di varare una normativa che trasforma la legittima difesa in licenza di uccidere, sulla quale per ora è calata la clausola di salvaguardia del Colle e presto probabilmente si abbatterà la mannaia della Consulta?

E dov’erano, infine, mentre Salvini pretendeva una poltrona ministeriale per Armando Siri, plenipotenziario leghista per l’economia e “architetto della tassa piatta”, ma già condannato per bancarotta fraudolenta e salvo solo grazie a un patteggiamento? È troppo poco, adesso, obiettare a babbo morto su tutto. Piangere sui diritti negati e i valori versati. Esigere il passo indietro di un sottosegretario in odore di corruzione e collusione con i volonterosi carnefici di Cosa Nostra. Si metteranno d’accordo, un’altra volta. Conte, da bravo Azzeccagarbugli, spiegherà il papocchio con la sua solita neo-lingua, che parla tanto ma non dice niente. Rinvieranno a dopo le elezioni europee il vero regolamento dei conti, scaricandone il costo sugli appositi cittadini. E anche l’apparente conversione pentastellata, allora, si rivelerà per quella che è: una recita posticcia. Utile forse a recuperare una manciata di voti da un Pd ancora in cerca d’autore. Ma non a ridare l’anima a un Movimento che, con ogni evidenza, l’ha ormai venduta al diavolo il 1° giugno di un anno fa.

Sorgente: Legittima difesa, un argine all’impresario della paura | Rep

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