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Grazie a coloro che hanno partecipato. In particolare, a chi ha dato un contributo fondamentale perché si creasse la nostra assemblea in piazza: Maria Elena Delia, Emanuele Santona, Fabrizio Cossu, Cristiano Sabino, Angelo Marras e Samed Ismail.

E soprattutto grazie alla Resistenza Palestinese che lo stesso giorno ha regalato all’umanità uno storico, nuovo straripare rivoluzionario. Acqua dal cielo da raccogliere a piene mani.

Ecco il mio intervento.

IL TEMPO ITALIANO DELLA PRIGIONIA DI KHALED

***

«Una volta finito di ammanettarci la guardia si dirige verso il camion che trasporta i prigionieri. E poi sento una voce provenire dalla cella dietro di me (…).

“Zio, dammi una sigaretta”.

(…) Chinandomi, sbircio nella fessura sul fondo della porta attraverso la quale i prigionieri ricevono il cibo (…) e vedo un bambino, che non ha più di dodici anni. Un bambino che chiede una sigaretta.

Ho fermato la mia attenzione sul bambino, entrando in empatia con la sua voglia di una sigaretta. Il desiderio non è per l’afflusso di nicotina ma per ciò che connota la sigaretta. Un semplice bambino nel duro mondo della prigione, spaventato, voleva diventare rapidamente un uomo. E intanto io ora ho il desiderio di tornare indietro nel tempo per poter ridiventare un bambino, almeno un giovane, come lo ero quando entrai in carcere più di un quarto di secolo fa.

Entrambi siamo spaventati. Io provo angoscia per il tempo trascorso e lui terrore per quello che non è ancora trascorso. Io ho timore del passato e lui del futuro. Io sono angosciato per una vita che si è consumata in prigione, lui è impaurito da quello che la sigaretta che ora tiene tra le labbra non avrebbe potuto bruciare.

Una volta espirato il fumo, la sigaretta muta in qualcos’altro e così anche lui, adesso in punta di piedi, appare più vecchio della sua età. Il bagliore della brace è una lanterna nella sua mano, scaccia l’oscurità della cella, dissipando la paura e la solitudine.

Non sta fumando ma cerca di dissolvere l’immagine di bambino che gli è stata assegnata in maniera tanto perentoria. Nel mondo della prigione, di fronte alla crudeltà delle guardie, l’infanzia è un peso. Sa che deve affrontare la reclusione, sta cercando di liberarsi della vulnerabilità e innocenza, di cui chiaramente non ha più bisogno, perché ciò non ha fatto alcuna differenza per il giudice che lo ha condannato a quattro anni.

Voglio con ogni sforzo del mio essere abbracciarlo e mentre questi sentimenti paterni si diffondono dentro di me, sento un desiderio travolgente di piangere. Ma nascondo le mie emozioni. Non devo mandare in frantumi l’immagine dell’uomo che vuole divenire adesso. Mi avvicino a lui per stringergli la mano come un compagno e un rivale e gli chiedo: “Come stai, combattente?”».

Da «Zio, dammi una sigaretta» di Walid Daqqah, prigioniero politico e scrittore palestinese. Rinchiuso nelle carceri israeliane per 37 anni, Walid è morto lo scorso giugno a 61 anni a seguito di uno sciopero della fame, affrontato da malato terminale di cancro, per ottenere le cure adeguate che gli sono state negate dai suoi aguzzini.

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Dal 31 agosto, Khaled El Qaisi è stato sequestrato senza alcuna accusa formale dallo stato d’apartheid sionista che tumula quotidianamente bambini e adolescenti palestinesi nelle galere come prigionieri politici. Al momento se ne contano circa 170.

Nel tempo della prigionia di Khaled, lo stato italiano ha esplicitato ulteriormente con azioni esemplari – per coloro che sono in grado di guardare tra le cieche tenebre del presente – la sua consanguineità ideologica e concreta con Israele.

Proprio nelle scorse giornate abbiamo visto le fotografie di migranti minorenni dietro il filo spinato e le reti del nuovo Cpr di Pozzallo, in Sicilia, compressi tra barriere d’acciaio e vortici di sprangate per il crimine d’essere scappati dalla devastazione e dal saccheggio del Sud del Mondo compiuti dall’Italia e dall’Occidente.

Proprio in questo mese abbiamo assistito alla promulgazione degli editti razziali del governo neofascista che perfezionano la detenzione amministrativa. Ovvero la reclusione di donne e uomini che non hanno commesso alcun reato, se non provenire da terre diverse dall’Europa e avere il colore della pelle sbagliato.

La detenzione amministrativa in aeternum, al massimo grado di brutalità è un’innovazione repressiva sionista che supera quella britannica durante il mandato coloniale (una stima approssimativa conta oggi per difetto 1200 persone incarcerate perché palestinesi).

Dal 1998 è stata presa a modello dallo stato italiano, con al momento circa 500 stranieri sepolti vivi nei Centri di permanenza per il rimpatrio, cifra destinata a moltiplicarsi. Una legge di segregazione razziale, in vigore da venticinque anni, che porta, intinto nel sangue degli assassinati, il nome di un ex presidente della repubblica, Giorgio Napolitano.

Proprio in queste settimane abbiamo subìto la sua magnificazione propagandistica, la glorificazione di un uomo che s’è portato nella bara non solo l’atrocità della “legge 6 marzo 1998 – numero 40” ma anche, da ministro dell’interno, le cosiddette “misure dei respingimenti”. Come l’affondamento della nave albanese Katër i Radës nell’aprile del 1997. 81 vittime accertate, altre 27 disperse per sempre nel canale di Otranto. La prima legittimazione degli annegamenti di massa dei profughi nel Mediterraneo, dei patiboli del mare che soltanto negli ultimi nove mesi hanno soffocato almeno 2500 vite.

Proprio il giorno successivo al funerale del padre della patria razzista italiana, è stato approvato il decreto per «stanare i falsi minori» tra i migranti.

Sempre tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno sono stati arrestati, come di consueto, militanti No Tav e anarchici che vanno ad aggiungersi alla grande schiera dei prigionieri politici d’Italia di ogni stagione d’insorgenza, da quella dei movimenti sovversivi degli anni ‘70 alle odierne spinte dissidenti.

Ancora troppo pochi, chissà non si riesca a tornare ai fasti del recente passato. Gli israeliani – ce lo insegnano i media dominanti e tanti baroni universitari – sono più bravi in tutto e irraggiungibili nell’efficienza. E infatti hanno una media costante di oltre cinquemila detenuti politici palestinesi.

Gli apparati repressivi italiani hanno imparato bene anche la lezione sionista della Legge dei Servizi Carcerari del 1971 che utilizza, per citare Ahmad Sa’dat, l’isolamento del detenuto «come pena, forma estrema di tortura, e metodica distruzione psichica». Con l’articolo 90 prima per i rivoluzionari comunisti, e il 41 bis poi per anarchici, combattenti anticapitalisti e mafiosi.

E tenendo lo sguardo sulle galere e sulla perenne licenza di seviziare per chi indossa la divisa – siamo in Sardegna, nella Cayenna d’Italia, e lo sappiamo bene -, le celle sono colme soprattutto degli stranieri che non s’è riusciti a togliere di mezzo con la garrota d’acqua salata del Mediterraneo e non sono reputati degni neanche delle contemporanee forme di schiavitù liberista.

Tutto questo mentre esercitavamo ed esercitiamo pressione sulle istituzioni muovendoci per la liberazione di Khaled El Qaisi in mano ai carnefici israeliani che hanno come scopo cardinale lo sterminio di un popolo e fanno caccia grossa di resistenti palestinesi in Cisgiordania, abbattendo in media tre giovanissimi uomini al giorno.

Come può lo stato italiano che si nutre di razzismo coloniale mettere in discussione l’operato di Israele che del razzismo coloniale ha fatto religione?

Il tempo di settembre e dell’inizio d’ottobre ci spiega l’errore esiziale di credere che il governo italiano non abbia emesso nemmeno un sospiro per Khaled soltanto in virtù dei vincoli economici con i democratici assassini illuminati dalla stella di David.

Il nesso biologista, suprematista, fondato sul dispotismo capitalistico tra italiani, europei e sionisti è innanzitutto culturale.

«Di pari passo col sangue cresce il corpo», ha detto Lucrezio in De Rerum Natura. E quel corpo agonizzante, avido di distruzione ultima e profitto sbrana ogni differenza.

Con il rapimento e la prigionia di Khaled sono stati lanciati infatti due moniti indelebili.

Uno proviene da Tel Aviv – ne ho scritto per primo al sorgere delle mobilitazioni per la sua piena scarcerazione – e annuncia ai figli degli esuli palestinesi, ai figli della Ghurba e della Shataat, della separazione e della diaspora, che non esiste alcuna possibilità di ritorno e che la cura della memoria e delle radici del proprio popolo è un delitto intollerabile per l’occupante.

Il secondo giunge da Roma con la “comunicazione del silenzio” e proclama che chi non ha puro sangue italico, anche se dispone di una fortuita e simbolica cittadinanza, deve restare nel perimetro murario della prefabbricata identità europea concessa, e non può azzardarsi a carezzare la terra usurpata agli avi.

L’avvertimento vale oggi per l’avanguardistica, coraggiosa lotta culturale delle nuove generazioni palestinesi in Occidente, varrà domani per le lotte di africani, asiatici, latinoamericani e di chiunque minacci l’unicità del tricolore e delle dodici stellette di Bruxelles e Strasburgo.

Varrà per i sardi se decideranno finalmente di riappropriarsi della tradizione di conflitto con chi deruba, avvelena e occupa militarmente la loro isola, le loro esistenze. E se terranno a mente le parole di un altro scrittore e prigioniero politico palestinese, Ahmed Qatamesh: «Ero completamente lucido, la mia volontà non era stata intaccata dalle continue sevizie, anzi, si era rafforzata. Ero assillato da un solo pensiero: io non avrei messo il loro capello, anche se per questo avessi dovuto perdere la vita».

Non possiamo metterci il loro cappello.

Non possiamo fermarci per Khaled finché non sarà libero, per tutti i prigionieri politici palestinesi finché non saranno liberi.

Non possiamo ignorare la presenza di un lager per profughi a Macomer, il Cpr accolto come «occasione di lavoro» dal sindaco uscente Succu e benedetto dall’attuale sindaco Uda e dai collaborazionisti – tanto neofascisti quanto di sinistra – dello stato centrale.

Ma dobbiamo risolverci ad assediarlo finché le sue porte piombate non si spalancheranno.

Non possiamo accettare la colonizzazione energetica e l’esproprio delle terre e del vento.

Ma dobbiamo combattere per ogni manciata di suolo e aria della Sardegna.

Non metteremo mai il loro cappello.


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