0 7 minuti 6 mesi

Zitti zitti, senza alzare il volume, si moltiplicano i segnali che certificano la morte cerebrale di un insieme di trattati europei che avevano fino ad un certo punto costituito la governance “tecnica” pressoché invalicabile contro cui si infrangeva qualsiasi istanza sociale, qualunque problema economico momentaneo, qualsiasi intento di gestire in altro modo le politiche economiche e fiscali di ogni Stato membro dell’Unione Europea.

A voler essere precisi, quel ronzio di fondo sta diventando un vero coro, che non prende ancora le dimensioni del tuono che rompe l’equilibrio solo perché nessuno sa come sostituire o riparare il “pilota automatico” di cui Mario Draghi e altri criminali al servizio della finanza internazionale andavano tanto orgogliosi.

Il segnale forse simbolicamente più evidente l’ha dato forse proprio SuperMario, il quale in un pensoso – ma come sempre apodittico – intervento sull’Economist ha spiegato che nell’eurozona servono «nuove regole e più sovranità condivisa».

Più precisamente, «tornare passivamente alle vecchie regole sospese durante la pandemia sarebbe il risultato peggiore possibile». Il mutato quadro internazionale, com’è ovvio, ha travolto il vecchio ordine: «Le strategie che nel passato hanno assicurato la prosperità e la sicurezza dell’Europa, affidandosi all’America per la sicurezza, alla Cina per l’export e alla Russia per l’energia, sono diventate insufficienti, incerte o inaccettabili».

Le “sfide” cui si trova davanti l’”area euro-atlantica” – l’imperialismo neoliberista occidentale – richiedono infatti «ingenti investimenti in tempi brevi, tra cui la difesa, la transizione verde e la digitalizzazione». Ma mentre gli Usa hanno un consolidato centro di comando (per quanto scosso nella sua egemonia e nella tenuta sociale interna) «l’Europa non dispone di una strategia federale per finanziarli, né le politiche nazionali possono assumerne il ruolo, poiché le norme europee in materia di bilancio e aiuti di Stato limitano la capacità dei Paesi di agire in modo indipendente».

Già, le “norme europee” che anche lui aveva scritto, dettato o suggerito, impediscono di far fronte a qualsiasi problema che richieda spese (pubbliche, of course) non previste o in deficit.

In particolare vanno riviste proprio i pilastri centrali, ossia le regole di bilancio e le norme contro gli “aiuti di stato”. Naturalmente la soluzione proposta da SuperMario e perseguita da Bruxelles va verso una maggiore centralizzazione delle politiche economiche, attribuendo “più poteri di spesa al centro” e meno ai singoli Stati.

Per poterlo fare, però, bisogna fermare l’allargamento della UE ad altri membri, perché «il rischio è di annacquare la Ue piuttosto che rafforzare la sua capacità di agire».

Dopo quattro anni di “sospensione” del Fiscal Compact e di tutti gli altri meccanismi coercitivi utilizzati per annientare l’autonoma capacità economica dei paesi più deboli (quelli mediterranei, a cominciare dalla Grecia), si tratterebbe insomma di aprire una stagione del tutto diversa, con una UE “più Stato centrale” e quelli nazionali più ridotti a “regioni” con minori poteri.

Come sempre, in una Unione di tal fatta non si è tutti uguali. L’ha dimostrato la Germania, che aveva preparato la sua “legge di stabilità” per il prossimo anno con una serie di interventi parecchio costosi (oltre 69 miliardi) ma “postati” come “veicoli speciali” con patrimonio separato.

Un trucchetto degno dei democristiani anni ‘50 che però ha consentito di presentare il bilancio con un saldo finale ultra-virtuoso (-0,4% rispetto al Pil), ma ridicolmente falso (-2,4, ha ricalcolato la Corte dei Conti tedesca, bacchettando senza pietà la “doppia morale” del governo).

Ma altrettanto Berlino fa, da sempre, anche in materia di “aiuti di stato”, ad esempio con riguardo alle banche. E se tutti riconoscono il trattamento di favore riservato alle landesbanken (quelle considerate “non sistemiche” perché solo “regionali”, anche se di dimensioni spesso superiori a quelle “sistemiche” di altri paesi), c’è pur sempre lo spettro di Deutsche Bank che aleggia nell’aria.

Un istituto cui, con altro passaporto, sarebbe stato imposto di dichiarare fallimento dopo i tracolli sui subprime statunitensi, ma che è stato tenuto artificialmente in vita quando era arrivato a veder quasi azzerato il proprio valore azionario: 1 euro invece di 100 e passa…

L’assenza di nuove regole europee si fa sentire ovviamente anche nella preparazione della “legge di stabilità” italiana. Con le solite tentazioni di agire da arraffoni e i tentativi (‘giorgettiani’, per ora) di tenere il più possibile sotto controllo i cordoni della borsa.

In linea teorica, spiega Guido Salerno Aletta su TeleBorsa, bisognerebbe tornare alle regole del trattato di Maastricht – pareggio strutturale e debito pubblico al 60% del Pil – ma viene da ridere al pensiero (l’Italia viaggia sopra il 150%), anche perché è venuto meno il Fiscal Compact, che prevedeva il rientro al ritmo di un ventesimo ogni anno (in pratica, oltre 50 miliardi di tagli ogni 12 mesi).

Oltretutto abbiamo un governo di improvvisatori a fin elettorali, che riducono sistematicamente le entrate dello Stato pur di favorire il proprio blocco sociale.

La flat tax, per esempio, se davvero realizzata, taglierà le entrate per lasciare molti soldi nelle tasche dei più ricchi. Il “taglio del cuneo fiscale”, allo stesso modo, mette a carico dello Stato i quattro spicci che dovrebbero così entrare come netto in busta paga per i lavoratori dipendenti, evitando agli “imprenditori” di aumentare gli stipendi usando i loro profitti.

Ma contemporaneamente “l’Europa” e soprattutto la Nato chiedono di aumentare drasticamente sia la spesa militare che gli “aiuti” di qualsiasi genere all’Ucraina.

Più spese e meno entrate. Il sistema sicuro per andare in difficoltà, tanto più che “i mercati” sorvegliano senza pietà, aspettando il momento buono per far partire operazioni speculative pesanti ma, per loro, redditizi.

Su tutto, per ironia finale, troneggia quell’”obbligo al pareggio di bilancio” inserito in modo cialtronesco ma unanime nella Costituzione (nell’art. 81), con cui i “mercatisti” di ogni tendenza politica hanno tagliato gli strumenti e le mani per qualsiasi intervento pubblico di qualche rilevanza positiva.

Il “pilota automatico” s’è rotto ma i suoi detriti ostacolano la circolazione. E chi governa, in Italia come in Europa, ormai ha disimparato a guidare…

Sorgente: S’è rotto il “pilota automatico” – Contropiano