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Scritto da: Laura Tussi

Uno dei temi più sottaciuti del conflitto ucraino è quello che riguarda l’obiezione di coscienza al servizio militare che, da una parte e dall’altra, viene soffocata dalla volontà di guerra dei potenti. In quest’ottica è dunque attuale e importante ripercorrere la storia di Pietro Pinna, il primo obiettore italiano e storico attivista per la pace, il disarmo e la nonviolenza.

Attualmente, come lo è stato sempre, molte persone motivate da veri intenti pacifisti si sono opposte all’obbligo militare. Sia in Ucraina che in Russia stiamo assistendo a un fenomeno antimilitarista di diserzione dalla guerra. Cittadini che si rifiutano di imbracciare le armi pagando però a caro prezzo le conseguenze di questa scelta. “Libertà per gli obiettori!”, scrive in proposito il Movimento Nonviolento. “L’obiettore di coscienza ucraino Vitaly Alekseyenko dovrà essere liberato dal carcere. La Corte Suprema di Kiev ha annullato il verdetto di colpevolezza per il prigioniero di coscienza, ha ordinato di scarcerarlo e ha ordinato un nuovo processo al tribunale di primo grado”.

In vista di una riedizione del libro di Aldo Capitini Le tecniche della nonviolenza, alcuni anni fa gli amici della rivista Azione Nonviolenta hanno chiesto a Pietro Pinna – scomparso nel 2016 – di scrivere un’introduzione al testo, che lui stesso considerava un “fondamentale” per chi volesse incamminarsi sulla strada della nonviolenza attiva.

Pietro Pinna

Così ha scritto dunque Pietro Pinna, attivista e considerato il primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia per motivi politici: “Troviamo così nei fatti, al livello del potere dominante, governi e parlamenti d’ogni Stato che pur proclamantisi pacifisti – avversi cioè per definizione alla guerra –, mantengono tuttavia zelantemente in piedi e sempre più agguerrito lo strumento portante della violenza bellica che è l’esercito. Un pacifismo puramente relativo dunque, ossia predisposto a recedervi in nome del necessario ricorso alla guerra giustificata come extrema ratio”.

Da varie fonti si evincono molte informazioni in merito alla condanna e ai vari processi subiti da Pietro Pinna. Il suo caso si presentò all’opinione pubblica mentre era imminente la discussione in Parlamento del progetto di legge sull’obiettorato di coscienza presentato da Calosso e da Giordani. È nota la risposta di De Gasperi all’appello per Pinna dopo il secondo processo e anche l’interrogazione di Calosso sulla procedura e sulla difesa avuta da Pinna dinanzi al tribunale militare di Napoli, che condannò a otto mesi il giovane per rifiuto di obbedienza continuato.

Non fu condannato per diserzione, perché sin dall’inizio in tutta quella vicenda – che ha avuto larga eco sulla stampa italiana ed estera – il giovane si era sempre presentato alla scuola di ufficiali di Lecce e a tutte le altre sedi a mano a mano assegnategli. Questo perché egli disertò per cogliere l’occasione di portare avanti la sua protesta di fronte a uno Stato che, a differenza di quasi tutti gli altri, non voleva riconoscere il diritto all’esenzione per gli individui che effettivamente hanno un’assoluta impossibilità etica e morale – quindi anche fisica – di fare la guerra.

marcia per la pace2

Sant’Elmo, dove il condannato scontava la sua pena, era una cupa fortezza sul colle San Martino della città di Napoli. In una delle sue storiche celle finì anche Pietro Pinna. Per Natale il comandante del carcere fece una visita di auguri a lui come anche agli altri detenuti e lo trovò fra i suoi libri, molti dei quali testi importanti per la nonviolenza e per la costruzione di una cultura di pacifismo e disarmo.

Mentre egli scontava la sua condanna, la porta della cella si aprì e il detenuto fu chiamato al cospetto della direzione del carcere. Fu informato di essere fra i condannati che beneficiavano del condono e fu liberato. Poiché però il periodo trascorso in carcere non valeva anche per l’obbligo di leva, Pinna venne inviato per la terza volta a un corpo militare, perché facesse il suo dovere di soldato. Ma fra lo stupore dei presenti, il giovane scrisse che rinunciava al condono. Se lo Stato, riconoscendo il diritto dell’obiettore di coscienza, avesse annullato – cioè dichiarato ingiusto – il carcere inflittogli, egli avrebbe accettato, ma così non fu.

Governi e parlamenti d’ogni Stato, pur proclamantisi pacifisti, mantengono tuttavia zelantemente in piedi e sempre più agguerrito lo strumento portante della violenza bellica che è l’esercito

La procura militare a cui il caso insolito fu segnalato precisò che il condono non si può rifiutare e Pinna dovette uscire da Sant’Elmo e raggiungere il reggimento cui era stato assegnato. Tentò addirittura di farsi arrestare di nuovo, sottraendosi ancora alla coscrizione e ritornando a Napoli, dove però si sentì dire che che non basta aver commesso un reato per poter andare in carcere: senza una denuncia e un arresto regolari doveva considerarsi ancora a piede libero.

La carriera di “disertore” – per lo Stato italiano – e di attivista per l’obiezione di coscienza di Pietro Pinna proseguì per anni. Divenne colonna portante del Movimento Nonviolento e collaboratore stretto di Aldo Capitini. La sua protesta lo condusse nuovamente e per diverse volte in carcere, anche se non più per renitenza alla leva: fu infatti riformato per una infermità mentale.

Articolo realizzato anche grazie alle fonti di archivio fornite dalla biblioteca civica Giovanni Canna di Casale Monferrato.

Sorgente: La storia di Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza italiano | Italia che cambia