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Il tre marzo 2023 sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale tre quesiti referendari. Due, uno sul disarmo e uno sulla sanità, sono promossi da Generazioni Future (ex Comitato Rodotà, lo stesso dei due referendum sull’acqua del 2011); un terzo, sul disarmo, dal comitato “Ripudia la guerra”. I comitati collaboreranno nella raccolta delle firme. Due hanno come obiettivo il disarmo e uno la salute pubblica, intesi come beni comuni da governare nell’interesse delle generazioni future, secondo la definizione che oggi è in Costituzione (“Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, recita l’articolo 9).

La raccolta delle firme su tutti i tre quesiti (che riportiamo a parte in questa pagina), riconoscibili dal titolo “Italia per la pace”, inizierà il 22 aprile, significativamente nei giorni che conducono alla Festa della Liberazione del 25 aprile. Durerà tre mesi e dovrà raggiungere 500mila firme valide da presentare alla Corte di Cassazione e poi a quella Costituzionale, al fine di poter celebrare il referendum.

Un contratto con la piattaforma itAgile consentirà la raccolta online delle firme. Per partecipare ci si può registrare su generazionifuture.org. La decisione finale della Corte Costituzionale sull’ammissibilità, presumibilmente, arriverà entro fine 2023, per poi votare fra il 15 aprile e il 15 giugno 2024. L’iniziativa disarmo+sanità è stata portata avanti finora dal “Comitato di Liberazione Nazionale” presieduto da Ugo Mattei. Il comitato “Ripudia la guerra” è guidato da Enzo Pennetta.

Per quanto riguarda il primo quesito, l’abrogazione andrebbe ad incidere sulla normativa in base alla quale «il Piano sanitario regionale rappresenta il piano strategico degli interventi per gli obiettivi di salute e il funzionamento dei servizi per soddisfare le esigenze specifiche della popolazione regionale anche in riferimento agli obiettivi del Piano sanitario nazionale.Le regioni, entro centocinquanta giorni dalla data di entrata in vigore del Piano sanitario nazionale, adottano o adeguano i Piani sanitari regionali, prevedendo forme di partecipazione delle autonomie locali, ai sensi dell’articolo 2, comma 2-bis, nonché delle formazioni sociali private non aventi scopo di lucro impegnate nel campo dell’assistenza sociale e sanitaria, delle organizzazioni sindacali degli operatori sanitari pubblici e privati e delle strutture private accreditate dal Servizio sanitario nazionale». Secondo i promotori, attraverso la cancellazione dell’ultima parte della legge, per cui le Regioni, cui compete la gestione del sistema sanitario a livello territoriale, possono prevedere la partecipazione nella programmazione della sanità anche di soggetti privati, si impedisce il «conflitto di interessi nell’allocazione degli ingenti fondi pubblici».

Non è chiaro, e probabilmente sarà chiarito durante la campagna referendaria, se e come una vittoria di questo quesito possa nuocere alla sanità privata convenzionata, che ha una funzione pubblica, e non solo alla sanità privata profit, che trae esclusivamente un vantaggio economico dall’assistenza sanitaria. L’intervista a Mattei che pubblichiamo inizia ad affrontare anche questo tema.

Il quesito sanitario si intreccia poi con il tema bellico, in base all’assunto che la guerra sottrae risorse pubbliche alla salute e lo fa per finanziare la cessione di armi all’Ucraina.

«I nostri rappresentanti hanno deciso di destinare ingenti somme di denaro alla produzione di armi da inviare all’Ucraina. Noi riteniamo che il popolo in maggioranza non sia d’accordo e con il referendum intendiamo provarlo. Si badi: la devoluzione di soldi pubblici alle armi non è limitata alla vicenda tra russi e ucraini, ma si mantiene viva ordinariamente, sempre, solo massimizzandosi in questi anni di guerra corrente», affermano i promotori del referendum.

E veniamo qui al terzo quesito, che riguarda la legge 185 del 1990 che proibisce all’Italia l’esportazione e il transito sul territorio nazionale di armamenti destinati a Paesi in guerra. L’obiettivo è dunque politico: se l’esito del referendum dovesse essere positivo e la legge cancellata, per i partiti non sarebbe più possibile introdurre altre leggi che riproducessero la stessa sostanza di autorizzazione al finanziamento della guerra. Questo quesito mira a far sì che non basti l’informativa del Governo al Parlamento per derogare al divieto di inviare armi in teatri di guerra, ma occorra una legge formale per derogare alla Legge 185.

Sorgente: Dovere di disarmo e diritto alla salute. Una campagna per tre referendum

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