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Simonetta Sciandivasci – 13 Gennaio 2023

C’è chi avrà sempre Parigi e chi, invece, l’Italia. Parigi per le relazioni pericolose, l’Italia per l’indulgenza plenaria. Mamma Italia di peccatori ostello. E maschi pentiti, e prevaricatori, e patriarcali, e tossici, e ambigui. Mater certissima. Chissà se ce li vedremo arrivare tutti, i sopravvissuti al #Metoo, da soli o tutti insieme, contriti o ripuliti o dimagriti o imbolsiti, o semplicemente sollevati e contenti, come sembra contento Kevin Spacey, che ieri è arrivato a Torino per godersi la città in attesa di tenere, lunedì 16, una masterclass al Museo del Cinema e, soprattutto, ricevere il Premio Stella della Mole, «per aver apportato un personale contributo estetico e autoriale allo sviluppo dell’arte drammatica». Prevedibilmente, la cosa ha scatenato polemiche, partizioni, crucci, poiché Spacey, in principio di #MeToo, cinque anni fa, venne accusato di molestie prima da un attore più giovane di lui, Anthony Rapp, che si riferiva a fatti assai precedenti, di molti anni prima, e per cui Spacey è stato scagionato non molte settimane fa. Di accuse, in questi anni, ne ha collezionate altre, e per alcune di quelle è ancora in attesa di giudizio. Nei medesimi anni, lo abbiamo visto pentirsi, scusarsi, ricoverarsi per disintossicarsi dalla dipendenza dal sesso (una di quelle malattie che potevano inventarsi soltanto gli americani, a parziale rimborso dell’averlo così sopravvalutato, il sesso, negli ultimi due secoli della nostra Storia). E, almeno da questa parte dell’oceano, almeno all’inizio, quando al #MeToo reagivamo, mediamente, alla francese, e cioè credendo che avrebbe devastato la seduzione, smantellato maschile femminile e plurale, Spacey lo abbiamo difeso. Con la più banale delle argomentazioni: è un grande attore, separiamo l’arte dalla vita. E lui si faceva crescere la barba, perdeva ruoli, s’impoveriva, inginocchiava, medicalizzava, candidava a diventare una di quelle ex star hollywoodiane che, ogni tanto, riemergono dall’oblio e finiscono in una fotonotizia di un giornale non troppo gentile, ripresi mentre rovistano nell’immondizia parlando con un parchimetro, obesi e spenti (e invece lui girò un clippino in cui era in forma e crudele, e diceva: lasciatemi essere Frank). E noi detestavamo il #MeToo, e volevamo indietro House of Cards, rivolevamo il nostro epurato eccellente. Poi più niente. Tutto s’è dissolto. Il tempo è cambiato, i maniaci sono raddoppiati, Weinstein è andato in galera, i francesi hanno legiferato sanzioni durissime contro il catcalling e hanno deciso che se un attore è accusato di molestie (senza prove, senza processo, senza niente), non riceve premi. E noi? E qui? Noi facciamo ancora valere la distinzione fra uomo e artista, la presunzione d’innocenza, la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio, e non siamo disposti ad ammettere che, però, in tutti questi giusti principi, si sono annidati gli abusi e nascosti gli abusatori, e che non c’è modo di premiare un artista senza premiare anche l’uomo, soprattutto in un Paese come il nostro dove si sostiene e dimostra, a ragione, che l’arte è vita.

Sorgente: Italia, terra di indulgenza plenaria – La Stampa


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