COME UN LIBRO PUÒ LOTTARE. INTERVISTA A FILIPPO KALOMENÌDIS SU: “PER TUTTE, PER CIASCUNA, PER TUTTI, PER CIASCUNO – CANTI CONTRO LA GUERRA DELL’ITALIA AGLI ULTIMI”

COME UN LIBRO PUÒ LOTTARE. INTERVISTA A FILIPPO KALOMENÌDIS SU: “PER TUTTE, PER CIASCUNA, PER TUTTI, PER CIASCUNO – CANTI CONTRO LA GUERRA DELL’ITALIA AGLI ULTIMI”

11 Novembre 2022 1 Di ken sharo
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Intervista a  FILIPPO KALOMENÌDIS   autore del libro :

PER TUTTE, PER CIASCUNA, PER TUTTI, PER CIASCUNO – CANTI CONTRO LA GUERRA DELL’ITALIA AGLI ULTIMI

COME UN LIBRO PUÒ LOTTARE.

INTERVISTA A FILIPPO KALOMENÌDIS

«Ogni riga di questo libro vuole essere una pipe bomb di poesia e amore, ogni pagina un razzo Qassam di autenticità e gioia eretica lanciati contro l’intollerabile presente, per ritrovare insieme futuro e luce per i nostri figli. Un libro eversivo, scandaloso in un tempo che proibisce di chiamare le cose con il proprio nome e sentire gli altri, sentire con gli altri», dichiara lo scrittore Filippo Kalomenìdis su “Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno – Canti contro la guerra dell’Italia agli ultimi” (D.E.A. Edizioni Firenze) da lui scritto con il Collettivo Eutopia.

«Furiosa e delicata è la scrittura di questo libro che non si può definire né un romanzo né un poema né un saggio, ma tutte queste cose. La disperazione e la gioia, la comprensione e la poesia», scrive il filosofo Franco Berardi Bifo in una delle note introduttive (le altre sono affidate alla ricercatrice storica Silvia De Bernardinis, a Samed Ismail, e Val Wandja; il testo si avvale inoltre della mirabile postfazione della scrittrice Barbara Balzerani).

Per tutte, per ciascuna, per tutti, per ciascuno” è un’opera potente, lirica, innovativa, è la tanto attesa nuova direzione della poesia politica e storica di questo tempo. I versi, i dialoghi, i racconti, i brani teatrali di Kalomenìdis e delle autrici e degli autori del Collettivo Eutopia danno voce a 50 donne e uomini resistenti uccisi, o costretti alla morte, dal sistema capitalistico e dallo Stato italiano dal 1969 al 2021. Narrano dal basso, dal punto di vista dei reietti, la «storia bruciante» e rimossa di questo Paese, attraverso le vite cancellate di combattenti rivoluzionari, militanti politici anarchici e comunisti, migranti del sud del mondo, omosessuali, transessuali, cosiddetti ‘instabili psichici’, reclusi nella malattia, prigionieri nei lager per stranieri, nei lager psichiatrico-giudiziari e nelle carceri. Abbiamo incontrato Kalomenìdis nel corso del lungo e fortunato giro di presentazioni del libro in tutta Italia.

Dopo «La direzione è storta» (edito da Homo Scrivens nel 2021) – il diario in versi, intimo e politico, sulla tua esperienza come volontario tra i malati di Covid a Bologna e nei campi profughi di Lesvos in Grecia nel 2020 -, il tuo percorso di riscrittura poetica della storia contemporanea approda coerentemente a questo progetto letterario collettivo o per usare le tue parole a questa «opera comune di scrittura come lotta». Come è nato?

All’irrompere della pandemia avevo visto e abbracciato le persone colpite dall’infinita guerra dei poteri dominanti che divinizzano il profitto: ovvero i reclusi nella malattia, nella povertà, nello sfruttamento, nelle galere, e i migranti del sud del mondo sterminati dall’Unione Europea. Ero consapevole che quella guerra – gli italiani e gli europei, da eterni colonialisti e mistificatori, la chiamano senza vergogna ‘pace e democrazia’ – era cominciata da molto prima del marzo 2020. Così, alla fine dello stesso anno, abbiamo costituito Eutopia, un collettivo intergenerazionale di scrittrici e scrittori, e abbiamo deciso di dare voce a 50 resistenti (tra decine di migliaia), uccisi o trascinati alla morte in questo Paese negli ultimi 52 anni, e condannati alla contemporanea Damnatio memoriae. Per evocarli ci siamo affidati a una poesia epica che polverizza retorica, menzogne della storia ufficiale e l’ideologia vittimaria. Vittime sono gli esseri viventi consacrati o immolati alla divinità, vittima è una parola infame che giustifica e legittima i carnefici. Per noi sono martiri – in greco antico μάρτυς significa “testimone”, in arabo shahid significa “testimone di fede” -, sono martiri che hanno portato e portano «sustanza di cose sperate» (come ci insegna Dante nel ventiquattresimo canto del Paradiso), sono meravigliosi sovversivi che rivendicano la bellezza del loro peccato.

Hai appena citato Dante e, non a caso, il libro è suddiviso in cinque parti intitolate come le pene della Damnatio Memoriae: Abolitio nominis, La distruzione del volto, La cancellazione delle opere, Il processo al corpo, Conventio ad tacendum. Una vera e propria discesa negli inferi dell’Italia capitalista e repressiva degli ultimi 52 anni. Quanto è stato complesso per te e per il collettivo scrivere questo libro?

È un libro-esperienza, è un libro di scrittura di sangue e non di scrittura cartacea, derivativa, dunque è stato inevitabilmente dolorosissimo – così doloroso che, parlo per me, mi ha portato oltre i limiti della follia – creare un dialogo tra le anime di questi insorgenti e le nostre. Ci siamo subito detti che non dovevamo ‘rappresentare’ queste donne e questi uomini, ma che dovevano essere ‘presenti’, presenti con noi per tutto il tempo di scrittura ed editing (un anno e otto mesi). Presenti sillaba per sillaba, riga per riga. Per questo nelle pagine troverete polifonia, un impasto di lingue di ogni angolo del mondo, il loro linguaggio, e una commistione assoluta tra versi, prosa poetica, scrittura teatrale, racconto interiore e racconto storico. Abbiamo scelto di non ricordare solo la loro fine atroce, ma soprattutto la gioia, la bellezza, la potenza di vita, l’attimo o gli attimi esaltanti in cui, come Spartaco, hanno fatto tremare l’Impero con la loro rivolta. Abbiamo cercato di far emergere tutta la luce del pensiero eretico e delle opere umane di questi ‘cancellati’. La luce di chi non si rassegna a sopravvivere, a “sottovivere”, ma s’inoltra, per dirla con Heidegger, in «una vita profonda in contatto con la morte» e sovverte il presente, ognuno e ognuna a proprio modo, e indica a noi e ai nostri figli strade esistenziali imprevedibili.

«Sovversione» è un’altra parola che ricorre tanto nel libro quanto nei tuoi discorsi pubblici. Cosa intendi per «sovversione»?

«Subvertere» ovvero volgere sotto, portare sopra quello che sta sotto. Una parola e un’azione formidabili. Il fatto che in questi tempi di schiavitù e inerzia siano identificate con l’articolo 270 del codice penale la dice lunga sull’aridità del nostro presente di desocializzazione, di individualismo apocalittico. Credo nell’estremismo umano e politico proprio come le 50 figure che evochiamo, credo che la sovversione esistenziale, culturale, politica sia l’unica via per creare presupposti di salvezza dall’orrore del totalitarismo liberale, del suprematismo bianco e coloniale europeo, del tecno-feudalesimo. In una parola, del capitalismo agonizzante che sta crepando e vuole trascinare alla fine, con sé, l’intera umanità.

In queste prima parte delle presentazioni per l’Italia che realtà politica e umana hai incontrato? Credi nella possibilità dell’estensione di nuove forme di resistenza a questo sistema?

Ho incontrato persone bellissime che andrebbero ringraziate ogni giorno per ciò che fanno nell’ambito culturale e politico, e per la loro intelligenza e generosità. Come le nostre editrici Silvana Grippi e Samira Sharfeddin di D.E.A. che hanno sposato un libro che fa già paura a tanti. Ho incontrato però anche tante persone confuse, inconsapevolmente passive, perché non si rendono conto che il «capitalismo definitivo» sta spirando e continuano a seguire dinamiche di lotta superate, oppure si trascinano nella rassegnazione dell’inevitabile. In questo momento definirsi ottimisti o pessimisti non serve a nulla, è astorico. Bisogna solo ricomporre le nostre identità frantumate, «creare», ritrovare uno spirito comunitario nel caos, diventare pericolosi per coloro che tormentano le nostre esistenze. E combattere in modo inedito. Non vedo altre opzioni. «Questo è il nostro destino e noi lo amiamo», è scritto nella poesia «A mio fratello» di Alekos Panagulis.

 

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