Chi investe nei vaccini senza brevetto?*

Chi investe nei vaccini senza brevetto?*

10 Maggio 2021 0 Di Luna Rossa

Biden si è schierato a favore della sospensione della proprietà intellettuale sui vaccini anti-Covid. Ma senza brevetto le aziende farmaceutiche non hanno incentivi a investire in ricerca. Serve allora un modello di innovazione farmaceutica alternativo.

Vincenzo Denicolò

Le regole del Wto

A sorpresa, l’amministrazione Biden si è schierata a favore della proposta, presentata da India e Sudafrica, di una sospensione della proprietà intellettuale sui vaccini anti-Covid per un certo numero di anni. La mossa aumenta le possibilità che la proposta sia approvata dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), anche se l’esito dello scontro in corso a Ginevra è tutt’altro che scontato.

Costruire nuovi impianti per la produzione di vaccini, però, richiede tempo, per cui la svolta di Biden non avrà alcun effetto immediato sulle campagne di vaccinazione e sulla velocità con cui i paesi ricchi usciranno dall’emergenza sanitaria. Ma in un futuro un poco più lontano, le conseguenze potrebbero essere profonde. E benché molti leggano la scelta di Biden puramente in chiave umanitaria, paradossalmente le conseguenze potranno farsi sentire nei paesi ricchi più che in quelli poveri

Per capire il perché, bisogna ricordare che già ora le regole del Wto prevedono la possibilità di licenze obbligatorie sui brevetti. Diversi paesi in via di sviluppo hanno fatto ricorso a questa possibilità per produrre in proprio farmaci brevettati, in passato per la cura dell’Aids e più di recente dell’epatite C. Ma, a parte una certa farraginosità delle procedure, le regole attuali del Wto prevedono due condizioni restrittive: un compenso per il detentore del brevetto e la distribuzione del farmaco limitata al mercato domestico. Quindi, per fare un esempio, la Malesia oggi può produrre il Sofosbuvir (un farmaco per la cura dell’epatite C) in base a una licenza obbligatoria, ma deve pagare royalties a Gilead (titolare del brevetto) e non può esportare il farmaco in Italia o negli Usa. Con la pura e semplice sospensione della proprietà intellettuale, invece, i produttori indiani di vaccini anti-Covid potrebbero esportarli in tutto il mondo senza dover compensare BionTech, Moderna, o chi altri.

Per AstraZeneca cambierebbe poco o nulla, visto che l’accordo tra l’università di Oxford e la compagnia farmaceutica anglo-svedese prevede che il vaccino debba essere venduto a prezzo di costo. Ma Pfizer, Moderna e Johnson&Johnson caricano sul prezzo un certo margine che, anche se non astronomicamente elevato, garantisce profitti considerevoli. È una differenza, sia detto per inciso, che può in parte spiegare la maggiore regolarità delle loro forniture rispetto ad AstraZeneca. Se il virus continuerà a circolare e i vaccini richiederanno richiami periodici, come sembra probabile, nel lungo periodo l’impatto negativo sui profitti di queste compagnie potrebbe essere consistente.

Un nuovo modello di innovazione farmaceutica

Non a caso l’industria farmaceutica ha aspramente criticato la scelta di Biden. L’argomentazione, ben nota ma non per questo meno rilevante, è che i profitti delle compagnie farmaceutiche sono l’incentivo che le spinge a investire nella ricerca di nuovi farmaci: eliminarlo mette a rischio l’innovazione futura.

Di qui la domanda: se oggi sospendiamo i brevetti, chi farà il vaccino per la prossima pandemia?

La domanda è legittima (per quanto l’industria farmaceutica possa sollevarla in modo strumentale) e assolutamente fondamentale. Rispondere che la situazione è così grave da giustificare misure straordinarie “solo per questa volta” significa non capire il senso profondo della domanda. L’efficienza delle nostre istituzioni economiche viene messa alla prova proprio quando i problemi da risolvere sono difficili. Se il modo in cui abbiamo organizzato il processo di invenzione e produzione dei nuovi farmaci è inadeguato e deve essere corretto per far fronte alla pandemia di Covid, perché dovrebbe funzionare meglio in tutti gli altri casi?

Può darsi che Biden e la sua amministrazione non abbiano alcuna intenzione di avventurarsi in una trasformazione radicale dell’industria farmaceutica. Secondo alcuni commentatori, l’obiettivo sarebbe molto più limitato: mettere pressione alle aziende farmaceutiche per indurle a donare i vaccini ai paesi in via di sviluppo, o quantomeno a ridurre i prezzi.

Ma può anche darsi che Biden abbia una visione del problema più ampia e ambiziosa. Se così fosse, però, il presidente Usa e i suoi sostenitori dovrebbero agire di conseguenza e proporre un modello di innovazione farmaceutica alternativo alla proprietà intellettuale, che chiarisca come e perché saremo in grado di fare anche il prossimo vaccino.

E qui, semplificando al massimo, ci sono due possibilità. La prima è lasciare la ricerca nelle mani delle compagnie farmaceutiche private modificando però la struttura degli incentivi e, in particolare, sostituendo i brevetti con premi in denaro. Questa proposta è molto popolare nella sinistra radicale americana ed è sostenuta da premi Nobel come Joseph Stiglitz e Michael Kremer, oltre che da politici come Bernie Sanders. Un altro premio Nobel, Jean Tirole, ha però sottolineato che il valore del nuovo farmaco è spesso incerto, per esempio perché non si sa se e quando in futuro saranno scoperti trattamenti equivalenti o superiori. In questi casi, come stabilire il premio in denaro?

La seconda possibilità è sfruttare la crescente interazione tra ricerca di base e ricerca applicata in campo farmaceutico. Come ho sostenuto in un precedente intervento, si potrebbe delegare l’invenzione di nuovi principi attivi a università o istituti di ricerca, che già adesso fanno una parte rilevante di questo lavoro, e finanziarli con denaro pubblico. I test clinici potrebbero invece essere delegati a nuove istituzioni pubbliche, simili alle attuali autorità di regolamentazione come Fda (Food and Drug Administration) ed Ema (European Medicines Agency). Le nuove istituzioni dovrebbero però occuparsi non solo del controllo dei test ma anche della loro conduzione.

Entrambe le alternative sono tutt’altro che semplici da realizzare. Basti pensare, per fare solo un altro esempio, al problema di come suddividere tra i vari paesi l’onere del finanziamento dei premi monetari che dovrebbero sostituire i brevetti nel primo caso, o delle nuove istituzioni pubbliche nel secondo. È lecito dubitare che l’amministrazione Biden (o qualunque amministrazione Usa) voglia intraprendere riforme tanto radicali. Se però non vogliamo più i brevetti sui farmaci, delle due l’una: o si affrontano questi problemi o bisogna sperare che la prossima pandemia non arrivi mai.

Sorgente: Chi investe nei vaccini senza brevetto?* | V. Denicolò

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