Pedopornografia online: quando la pedofilia passa da social e chat | Rep

Pedopornografia online: quando la pedofilia passa da social e chat | Rep

1 Aprile 2021 0 Di Luna Rossa

fotografia da web

La pedopornografia online fa una vittima ogni tre ore. Inchiesta sull’orrore che rimuoviamo e su come possiamo difendere i nostri figli
Pedopornografia. Anche solo pronunciare il termine mette addosso una sensazione di violenza intollerabile, di repulsione. Eppure, quello che facciamo fatica anche solo a immaginare o, meglio, che non vogliamo neppure immaginare, nell’illusione che al male ci sia rimedio e “quel” male non ci riguardi, cresce spaventoso nello spazio digitale. Che è la dimensione della nostra quotidianità e di quella dei nostri figli. Ogni tre ore la segnalazione di un caso. Ogni otto ore una persona indagata.

L’età dei minori coinvolti è sempre più bassa: ora ci sono bambini sotto i nove anni, con numeri quasi triplicati rispetto al 2018 (da 14 a 41). Lo raccontano le statistiche della Polizia Postale sulla pedopornografia online in Italia. E con i numeri cresce la loro rimozione. In un rapporto inversamente proporzionale. Dove alla concretezza della minaccia corrisponde un affievolimento progressivo della consapevolezza. Forse perché, all’inizio, come in ogni incubo, l’Orco veste i panni divertenti e solari dell’innocenza. Del gioco.

In principio

Può cambiare la piattaforma di ingresso. Adesso, la più diffusa è Instagram, ma il discorso non cambia con Telegram o Whatsapp o la chat di un videogames, perché le storie si somigliano come gocce d’acqua. E si ripetono. Quella di Monica (il suo vero nome è un altro) comincia da Facebook. Tredici anni, introversa, spesso a disagio con il proprio corpo, come è normale accada nell’adolescenza, Monica riceve un messaggio sui social. Qualcuno le chiede l’amicizia e, dalla foto, si direbbe un coetaneo. Lei accetta, lui comincia: “Bella la tua foto”. “Quanti anni hai? di dove sei?”. “Chissà quanti fidanzati hai…”. Cuoricini rossi e sorrisi, il mondo rassicurante delle emoticon. In realtà, dietro la tastiera è un maschio adulto. Monica non ha strumenti per fiutare la trappola, che la inghiotte. “Per strada una ragazzina non darebbe confidenza, in chat invece le barriere cadono, tendono tutti a fidarsi anche degli sconosciuti”, racconta un’investigatrice della polizia. Una che ha visto piangere tanti genitori. “Quando se ne accorgono è tardi, non solo per i ragazzi che dovranno portare l’eredità delle violenze e dei ricatti subiti, ma anche per la richiesta successiva: “Potete togliere quelle foto dalla rete?”’. Una cosa impossibile, purtroppo. Perché in qualche posto del mondo, qualcuno può aver copiato e salvato l’immagine e rimetterla in circolo.

Buio

“Colpisce – dice Alessandra Belardini dirigente della Polizia Postale Toscana – che spesso i genitori ci consegnino i cellulari dei figli senza conoscerne il pin o ignorando i programmi scaricati”. Buio assoluto. E la disperazione è proprio da lì che comincia. “La rete non è un luogo sicuro – ha detto l’ex capo della polizia Franco Gabrielli – Internet non è una dimensione immateriale, i comportamenti che teniamo hanno ricadute sulle vite delle persone”.

Ma torniamo alla storia di Monica, per come la racconta Adriana Passarello, psicologa della rete Meter, onlus che si batte contro la pedopornografia. Monica è lusingata dai complimenti in chat, si fida e si confida. Quasi subito lui le chiede di passare a WhatsApp o a Telegram. Poi aggiunge: “Mi mandi una tua foto prima dormire?”, “chissà come sei sotto il pigiama”. La ragazzina si convince e manda a quello che continua a credere sia un coetaneo una sua foto nuda. Nel frattempo, la chat si è affollata di sconosciuti. Trentacinque maschi adulti. Lo scambio di foto si fa vorticoso. In un anno, gli investigatori arriveranno a contarne oltre mille. Fino al giorno in cui Monica litiga coi genitori, che le sequestrano il telefonino. Scoprendo ciò che contiene: foto, messaggi. Gli iscritti alla chat vengono identificati. Il più giovane ha 18 anni, il più vecchio 40. Alcuni si conoscevano già tra loro. Altri, si sono incrociati lì per la prima volta.Nunzia Ciardi, direttrice della polizia postale nella sede operativa di Roma, lancia l’allarme su rischi e pericoli, anche molto gravi, che possono correre in rete ragazzi spesso giovanissimi. Servizio di Camilla Romana Bruno e Fabio Tonacci

Statistiche nere

Monica, purtroppo, è una delle tante vittime. Nel 2020, le indagini sulla pedopornografia web (produzione, diffusione, detenzione e commercializzazione di immagini di violenza sessuale su minori) segnano un +132% in relazione ai casi trattati e un +90% in relazione alle persone indagate (i casi trattati nel 2019 sono 1.396, nel 2020 diventano 3.243; le persone indagate nel 2019 sono state 663 nel 2020 diventano 1261). Crescono anche gli arresti, da 37 a 69. Mentre il materiale sequestrato, espresso in gigabyte, passa da 127.269 del 2019 a 215.091 l’anno successivo (+69%). “Tanto per dare un’idea, è come se mettessimo in fila la memoria operativa (Ram) di circa 40 mila computer”, dice il professor Dino Pedreschi, esperto di Big Data.


Minori adescati, vittime di violenze, ricattati. Esiste un “mercato” senza frontiere. In un’operazione di polizia chiamata “Pay to see” gli investigatori di Bari hanno trovato anche i prezzi. Esempio: “sex chat 45 minuti in cui faccio da schiava = 30 euro”, “videochiamata 40 euro”, “video masturbazione 20 euro”, è l’appunto scoperto dal genitore sul cellulare della figlia. “Ma non immaginatevi un tariffario definito, perché tutto cambia rapidamente. Molti si muovono nel deep web, non a caso lo presidiamo con agenti sotto copertura”, dice Marcello La Bella, della polizia postale della Sicilia Orientale. Una delle più importanti inchieste della procura di Milano sul tema, “Luna park”, ha chiuso 140 chat e identificato 432 utenti che, sfruttando le applicazioni WhatsApp e Telegram, partecipavano a “canali” e “gruppi” finalizzati alla condivisione di foto e video pedopornografici che riprendevano violenze sessuali su minori. “È la prima grande operazione sulla pedopornografia in cui viene contestata un’associazione a delinquere”, spiega la dirigente del compartimento milanese, Tiziana Liguori. Ottantuno gli italiani coinvolti. Il più giovane ha 20 anni, il più vecchio 71: in 17 sono stati arrestati perché trovati con “ingenti quantità” di immagini vietate salvate sui device.

I carnefici

Dietro le false identità, un mondo socialmente trasversale. Dal senza fissa dimora, al geometra piemontese che in chat usava il nickname “carne fresca”, due tecnici informatici, pensionati, disoccupati, un impiegato comunale e un vigile urbano dell’hinterland milanese. E poi un farmacista veneziano, un agricoltore mantovano, un infermiere napoletano, un commerciante cosentino, un investigatore privato torinese, uno studente pratese, due piccoli imprenditori (uno pisano, l’altro di Varese). Un ottico famoso a Napoli, “persona stimata” che collabora con l’università e che si faceva chiamare “Devil”. Insieme a un veneto, erano i due amministratori dei gruppi. Un’altra caratteristica di questo mondo è la transnazionalità. Il che può valere un po’ per tutti i reati sul web, data la dimensione globale della rete. Ma nel caso della pedopornografia è più significativo visto che la produzione di video e foto con sfruttamento di minorenni è per lo più estera: Sudamerica, Asia, Europa dell’Est.

Gli operatori del Centro nazionale per il contrasto della Pedopornografia online di Roma riescono a bloccare gruppi da 90mila iscritti. Grazie a un frame di un video o un dettaglio di una foto identificano l’adulto che commette abusi. Immagini shock anche per i poliziotti. Parola dell’ispettrice Caterina Falomo, madre di un bimbo di 8 anni. Servizio di Camilla Romana Bruno e Fabio Tonacci

Spesso sono gli utenti a segnalare i filmati illegali in rete. “In una diretta streaming su un famoso social ci sono stati abusi in real time su un fasciatoio, qualcosa di indicibile – racconta Rocco Nardulli, responsabile della sezione reati sui minori della polizia postale di Milano – la segnalazione è arrivata da utente americano ed è stato possibile marchiare la connessione e tramite l’Interpol, risalire ad alcuni responsabili”. Molti pensano di non essere scoperti sfruttando il presunto anonimato che servizi di Instant messaging come Telegram garantiscono perché non obbligano a mostrare il proprio numero di cellulare sul profilo. In realtà “non esiste nulla che sia del tutto anonimo, a volte è solo più difficile, ma si arriva sempre”, spiega Liguori. Sotto la lente degli investigatori è finito di recente TikTok, dopo il caso tragico della ragazzina di Palermo morta, sembra, per una sfida online (challenge). Dopo tragedie come questa, il tema dell’accesso dei minori a siti e app e della verifica dell’età anagrafica degli utenti è diventato centrale. Perché unico strumento efficace di prevenzione, a ben vedere.

Fonte: Polizia postale

Le famiglie e la legge

Il procuratore del Tribunale dei minori di Firenze, Antonio Sangermano, lancia l’allarme: “Serve un maggiore controllo e più attenzione da parte delle famiglie. Attraverso le indagini vediamo casi estremi: video raccapriccianti di torture, gore (questo il termine che indica scene cruente: omicidi, incidenti, decapitazioni), mescolati a filmati pedopornografici. Ci sono collegamenti live dove si può ordinare a distanza il rapporto desiderato”. Questo materiale affiora nelle chat, ma viene di solito conservato nel dark web, la grande zona oscura della rete. Sangermano solleva anche un altro problema: l’accesso dei minori ai siti porno. “Ci siamo chiesti che impatto hanno e quale messaggio trasmettono i grandi hub della pornografia su un ragazzino o su una ragazzina? Che idea del sesso e dei rapporti? Penso che gli adulti e la politica si debbano interrogare sui danni per queste generazioni”. Per un minorenne, in rete, tutto è alla portata. È sufficiente rispondere “sì” alla domanda: hai più di 18 anni? È una sorta di “autocertificazione” quella che spalanca il viaggio tra milioni di video porno.

Fonte: Polizia postale

In parlamento, lo scorso giugno, è stato approvato un emendamento che ha sollevato diverse polemiche, presentato dal senatore della Lega Simone Pillon. Introduce sistemi di protezione per i minori, che devono essere inclusi nei “contratti di fornitura dei servizi di comunicazione elettronica” e stabilisce che “questi servizi devono essere gratuiti e disattivabili solo su richiesta del consumatore (maggiorenne), titolare del contratto”. Non tutti sono d’accordo: “Quella norma va fermata, è inapplicabile, incompatibile con la legge europea sulla neutralità della rete: chi decide cosa è appropriato e cosa no per mio figlio, il gestore del contratto? E secondo quali criteri?”, spiega la deputata del Pd Enza Bruno Bossio che chiede il coinvolgimento dell’Agcom (l’autorità per le garanzie delle comunicazioni).

In effetti norme analoghe sono già naufragate in altri Paesi: “In Inghilterra hanno provato nel 2015 a porsi il problema dell’age verification. Nel 2017, hanno varato una legge che la rendeva obbligatoria. Nel 2019, hanno abbandonato il progetto dopo due anni di intenso dibattito pubblico e istituzionale”, rileva Silvia Rodeschini, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Firenze. “Il motivo? Un combinato disposto di libertà in rete, tutela della privacy e difficoltà tecniche”, prosegue Rodeschini autrice di un saggio dal titolo “New standards of respectability in contemporary pornography: Pornhub’s corporate communication“, cioè su come Pornhub, uno dei più frequentati siti porno sharing del mondo (del gruppo canadese Mindgeek) tenti di rimodellare il significato sociale di consumo porno attraverso strategie di marketing. Lo studio, molto articolato, mostra l’attenzione alle sponsorizzazioni, il tentativo di coinvolgere cantanti pop, le campagne per combattere il tumore al seno o per raccogliere le foglie nei parchi americani in autunno: l’utente partecipa cliccando (naturalmente) sui video porno. Pornhub, dopo una inchiesta del New York Times sui contenuti con abusi sessuali su minori e contenuti caricati senza il consenso, ha dichiarato di aver rimosso nove milioni di video di provenienza incerta e di aver cambiato le regole per il caricamento dei file.

Fonte: Polizia postale

Don Fortunato Noto, fondatore della onlus Meter, parla delle vittime: “Chi sono quei bambini? sono stati individuati, hanno ottenuto giustizia, accoglienza, cura, riparazione per il danno? Pornhub e altri, oltre a rimuoverli hanno consegnato i video alle autorità giudiziarie competenti? Hanno fornito i dati di chi ha acquistato i video e di chi li ha caricati?”.

Mariella Popolla, assegnista di ricerca all’università di Genova sta lavorando con Emanuela Abbattecola a uno studio commissionato dal Comune sul revenge porn tra gli adolescenti, cioè la condivisione di video o foto on line o off line senza il consenso dei diretti interessati. “Preoccupiamoci di dare ai ragazzi una cassetta di attrezzi culturali. Come arrivano a navigare in quei siti? Conta l’educazione, perché i ragazzini in rete sentono di non avere quella pressione sociale che avvertono fuori, si sentono liberi, non controllati, non giudicati. Bisogna metterli in guardia sui pericoli, ma anche fargli conoscere il sesso come un aspetto normale della vita. Il concetto di pornografia è culturale, collegato alla giurisprudenza e all’avanzamento o meno di politiche sociali, mi preoccupa che qualcuno possa decidere cosa possa vedere o non vedere mio figlio”.

Fonte: Meter Onlus 2020

La tecnologia può aiutare il controllo: “L’uso dello smartphone deve prevedere delle regole – riprende Nardulli -. Esistono strumenti e applicazioni grazie a cui si installa l’icona sul cellulare del figlio e l’app gemella sul proprio ricevendo notifiche, posizione, mail inviate, aggiunte di numeri in rubrica”. Serve il dialogo, non i divieti, aggiunge il sociologo Marco Scarcelli, autore di un saggio su adolescenti e sexting (“I copioni sessuali”, Mondadori): “I ragazzi hanno un rapporto con la tecnologia che è in un continuo esperienziale rispetto alla vita reale e questo sta portando anche mutamenti profondissimi nel modo di vivere diversi momenti. Uno di questi è il sesso”.

Online ci sono tante offerte di aiuto, corsi nelle scuole, istruzioni per la navigazione famigliare, assistenza psicologica. C’è l’aiuto della polizia postale, ci sono tutorial su YouTube. La Fondazione Carolina (intitolata a Carolina Picchio, vittima del cyberbullismo nel 2013) ha realizzato una guida per minori online che si può scaricare gratis e raccoglie molte informazioni sui vari social, età di accesso e regole (su TikTok, ad esempio, un genitore può collegarsi all’account del figlio adolescente, anche per stabilire un tempo massimo di connessione). Ogni tre ore un nuovo caso. Ogni minuto il problema riguarda tutti.“Lascereste vostro figlio solo in una megalopoli da tre miliardi e mezzo di persone? La rete è questo”. Jaime D’Alessandro, giornalista esperto di tecnologie per Repubblica e padre di un teen ager, riflette sulla via migliore per accompagnare i ragazzi nel vastissimo mondo del web, tra videogiochi, piattaforme di intrattenimento, chat e incontri virtuali

Quando abbiamo deciso di lasciarli soli

Già, non è facile essere genitori, non lo è mai stato. E stavolta c’è una difficoltà in più, il digitale, del quale troppo spesso si ignorano leggi, logiche, potenzialità e pericoli. Parafrasando le parole di uno storico di fama, Yuval Noah Harari, non ci accorgiamo neppure che un fenomeno online è esploso e che buona parte dei nostri figli ne sono coinvolti. Milioni di padri e di madri possono a stento permettersi il lusso di notarlo, con la coda dell’occhio, perché pressati da mille urgenze. Purtroppo, la realtà non fa sconti e se il presente dei nostri figli viene ferito mentre siamo occupati dalle incombenze, o perché non sappiamo casa facciano sul web, ne subiremo comunque le conseguenze. È ingiusto, ma è così che vanno le cose.

Non è un Paese per vecchi

Quando ancora era a capo dell’Istituto Italiano di Tecnologia, l’Iit di Genova, l’attuale ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani tornava spesso sull’argomento e sempre con una punta di rabbia. “Ho tre figli: uno cresciuto nell’era del pc, l’altro in quella della PlayStation e il terzo con l’avvento degli smartphone. Eppure, a scuola, hanno studiato le stesse cose nella medesima maniera”. Spostando il punto di vista e allargandolo oltre l’istruzione, significa che negli ultimi venti anni gli adulti sono rimasti immobili, almeno in parte, mentre tutto il resto cambiava. E per “resto” qui si intende il digitale. A dicembre del 2000 il web era frequentato da poco meno di 400 milioni di persone. Google, tanto per fare un esempio, era una startup di appena due anni con mille dipendenti e Facebook ancora non esisteva. A fine 2020, abbiamo toccato i quattro miliardi e mezzo di persone sulla rete e tre miliardi e 800 milioni avevano ormai un profilo su un social network. Non è un villaggio globale, ma un universo onnipresente e sempre accessibile via smartphone.

Il primo smartphone

Ai nostri figli raccontiamo come attraversare la strada, come comportarsi con le altre persone. Tentiamo di spiegare il mondo e con loro condividiamo i momenti belli come quelli difficili della quotidianità. Eppure, online, li abbandoniamo dopo avergli dato un telefono il primo giorno di scuola media. Senza dirgli che è un dispositivo della famiglia e non di loro proprietà esclusiva, che serve fra le altre cose per contattarli se necessario e che deve essere accessibile per ogni evenienza. Quindi il codice di accesso i genitori lo devono sapere. Se non si stabiliscono certe regole fin dal principio, riguarda anche il tempo speso su chat, console e web, poi è difficile tornare indietro. E dall’altra parte, nella rete, al di là di pericoli come pedofilia e adescamento, si fa a gara per conquistare il tempo delle persone, minori inclusi, occupandone la porzione più ampia possibile con servizi e intrattenimento che sono stati perfezionati grazie alla raccolta di miliardi di informazioni sulle nostre abitudini. Secondo la Doxa – i dati vengono da una delle poche indagini condotte sui minori nel 2019 – l’entrata nel digitale inizia a 10 anni. A quell’età, il 48 per cento dei ragazzi possiede già uno smartphone. Ma l’esplosione arriva con l’entrata alle scuole medie, quando è in possesso dell’84 per cento degli studenti. Avviene tutto molto rapidamente. A nove anni, “solo” a uno su dieci è stato regalato un telefono. Tre anni dopo la situazione si è invertita e sono otto su dieci a possederlo.

Fonte: Doxa 2019

Le attività online seguono di pari passo: meno della metà dei ragazzi fa qualcosa sul Web fra i cinque e i sette anni, a 12 e 13 anni è il 96 per cento. Quando ciò accade, noi genitori smettiamo di avere un’idea precisa di cosa facciano i nostri figli mentre sono chini sul display del telefono. Non abbiamo idea di quali app abbiano scaricato, a cosa giochino, quali canali frequentino su Discord o Reddit. Quali persone seguano su YouTube, Instagram, TikTok o Twitch, in quali gruppi di WhatsApp, Signal o Telegram siano. È come se li avessimo lasciati soli al centro di una megalopoli senza una sola indicazione e senza più preoccuparci di dove vadano o di chi incontrino. Non gli insegniamo nemmeno a pensarci bene prima di scaricare una app, a controllare le recensioni, ad informarsi se davvero servono. Insomma, a distinguere e a parlare delle scelte che fanno.

L’inutilità della paura

“La paura è un sentimento reazionario che affonda le radici nella parte peggiore di noi”, scriveva Stephen King nel 1981 nel saggio “Danze Macabre”. In genere, ha che fare con la non conoscenza di qualcosa, con il nuovo e l’ignoto. E così capita che in alcuni genitori nasca un’ansia generalizzata nei confronti di tutto ciò che è digitale. Oppure, all’estremo opposto, che trasformino lo smartphone e il tablet in un babysitter non sapendo che può essere pericoloso. Michele Facci, psicologo e autore di saggi fra i quali “Generazione Cloud Essere genitori ai tempi di smartphone e tablet”, lo affermava già otto anni fa: “La maggior parte delle famiglie non arriva nemmeno a porsi il problema che l’uso della tecnologia da parte di bambini e adolescenti ha delle criticità. O è bloccata dalla paura e vieta qualsiasi cosa, facendo danni gravi, o lascia fare provocando altri danni gravi. Quelli che si informano? Sono davvero pochi”.

Fonte: Meter Onlus 2020

Per navigare meglio

“Perché urlavi tanto con gli amici ieri sera?”. Chiedere a un figlio è sempre una buona idea. Magari per scoprire che, dopo “Fortnite” è arrivato un videogame con una grafica minimale che mette in scena una sorta di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie in versione fantascientifica. In un’astronave che viaggia nello spazio, i membri dell’equipaggio devono scovare chi fra loro è il sabotatore. E il sabotatore, scelto a caso dal gioco ad inizio partita, deve eliminare gli altri usando ogni mezzo per sviare i sospetti. A volte vengono chiamate delle riunioni e li partono accuse reciproche, risate, ovviamente a voce sempre molto alta. Ecco, “Among Us” (Tra di noi), questo il nome del videogame, ha raggiunto il mezzo miliardo di giocatori mensili. Il 6,5 per cento della popolazione mondiale, stando a SuperData di Nielsen. Non tutto quello che un figlio trova in rete deve interessare, ma è necessario averne un’idea. Soprattutto se vostro figlio ci passa molto tempo, dovete almeno sapere di cosa si tratta e grosso modo come funziona. E questo vale per il resto.

Si tratta di proibire, si tratta di avere una lingua comune. Non ci sono scorciatoie. Persino le app per il controllo parentale sono un palliativo. Tornano utili per porre dei limiti automatici alla navigazione o all’uso di certi servizi. Soprattutto, sembrano la soluzione perfetta perché evitano la fatica del dialogo rimandando ad un sistema automatico di controllo. Peccato che siano barriere parziali, specie nel caso dei servizi di messaggistica, e poi a loro volta condividono i dati degli utenti con terze parti a scopi pubblicitari, come ha dimostrato un’indagine recente degli istituti di ricerca spagnoli Imdea.

I pericoli veri in genere arrivano o dai meccanismi di monetizzazione, sistemi magari legali ma per far spendere soldi ai ragazzi come avviene su Fortnite della Epic, che ha incassato poco meno di due miliardi nel 2019 con una media di 82 dollari per giocatore, oppure attraverso le chat comprese quelle dei videogame dove chiunque può entrare in contatto con chiunque. Può capitare nel mondo fisico, può succedere in quello digitale. Se hanno alle spalle un po’ di consapevolezza costruita assieme ai genitori sapranno cavarsela da soli nella maggior parte dei casi diffidando di quel che potrebbe essere pericoloso. Vale per gli orchi. Vale per tutto ciò che si muove nella nostra dimensione digitale.

La sola arma che abbiamo
La sola arma che abbiamo

di Umberto Galimberti

Se è vero che ogni tre ore c’è una segnalazione alla polizia postale di un caso di pedofilia, se l’età dei minori coinvolti è sempre più bassa e i casi triplicano di anno in anno, se il canale è la rete che rende possibile l’estensione del fenomeno fino ai confini del mondo, se la competenza informatica dei bambini è spesso più attrezzata di quella dei genitori, cosa possono fare i genitori per difendere i loro bambini da questa immane tragedia? Pochissimo.

Certo, possono controllare i telefonini dei loro figli attraverso procedure tecnologiche che, in ogni caso non sono alla portata di tutti. E quando dal controllo risulta che lo scambio di messaggi e di immagini è da tempo avviato è già troppo tardi per intervenire perché il terribile è già accaduto. Non trascuriamo poi il fatto che quando i ragazzi si accorgono che il genitore controlla le loro comunicazioni, crolla immediatamente la loro fiducia nei confronti dei genitori, i quali, allarmati, spesso scaricano la loro ansia sui figli, i quali, stante l’età, forse non erano neanche del tutto consapevoli di essersi incamminati in percorsi pericolosi.

Irrinunciabili sono infatti le gratificazioni che provano quando ascoltano le parole suadenti dei pedofili che si spacciano per amici della loro età, lusingandoli con apprezzamenti relativi alle fattezze del loro corpo, in quell’età incerta dove fanno la loro comparsa i primi accenni di una sessualità imprecisa, dove il corpo si fa e si disfa a seconda degli umori del giorno, e dove non si rinuncia a un complimento che gratifica. Ma poi sappiamo tutti che basta disporre di un cellulare per avere accesso a un’infinità di siti pornografici che naturalmente attraggono non solo gli adulti, ma anche chi, in tenera età, molto più precocemente di un tempo, avverte il richiamo dell’incipiente sessualità, e ancora non possiede la consapevolezza che le sue possibili espressioni non sono proprio quelle rappresentate dalla pornografia.

Il dislivello tra la pulsione incipiente, la rappresentazione pornografica facilmente accessibile sui siti e la consapevolezza che la pratica illustrata sia conveniente e sconveniente, a quell’età è tale da far apparire giustificati atteggiamenti, scambi di comunicazioni e di immagini, che a un giudizio più maturo, che i ragazzini ancora non possiedono, apparirebbero come non appropriati al proprio stile di vita. E il pedofilo approfitta di questa incerta consapevolezza che caratterizza la pre-adolescenza, già ampiamente esposta a immagini sessuali che alludono e sollecitano in quell’incerto confine tra il permesso e il proibito che, proprio in quanto proibito, attrae, perché come dice Freud: “Dove c’è tabù, c’è desiderio”.

Ma perché la sessualità è vissuta come proibita e quindi secretata? Perché né in casa né a scuola genitori e insegnanti non ne parlano? Perché i genitori non sanno come si fa a parlare di questo argomento, e gli insegnanti, non potendone ovviamente parlare in classe nella forma del desiderio, ne parlano, quando raramente ne parlano, con il linguaggio dell’anatomia e della fisiologia che descrivono le funzioni degli organi, ma non le pulsioni che li attraversano.

È vero, la sessualità non si insegna, si scopre. Ma chi apre il sipario su questo teatro? Di solito gli amici, e già qui i genitori sono esclusi, e fin qui poco male se gli amici sono i compagni di scuola e non qualche adulto che si prende cura dei ragazzi per ragioni sportive, religiose, assistenziali, financo parentali. Con la complicità del silenzio, delle minacce e dei ricatti, per la sua incapacità di avere un rapporto sessuale con un adulto, il pedofilo gioca la sua impotenza, che prima di essere sessuale è psichica, con l’impotenza del bambino incapace di scorgere, nel suo bisogno di affettività, il desiderio perverso dell’adulto, che, con tutte le parole seduttive che dispensa, vuole compensare con una relazione sessuale la sua impotenza psichica.

Ma come difendere l’incolmabile bisogno affettivo di un bambino dalla seduzione di un adulto che maschera il suo desiderio sessuale con parole d’amore? Qui i genitori, che vedo orami disarmati quando il terribile è già accaduto, hanno come unica possibilità quella di parlare molto con i loro bambini fin dalla nascita, in modo da non lasciare spazi vuoti al loro bisogno di affetto e di riconoscimento. I padri di solito non parlano con i loro bambini perché si annoiano, anche se non sanno che le loro parole sono efficaci finché i loro figli hanno 12/13 anni, poi le loro parole sono vane, perché a quell’età i ragazzi passano dall’amore verticale per i loro genitori a quello orizzontale per i loro amici. E se non cadono nell’errore patetico di diventare “amici” dei loro figli, inciampo gravissimo, i padri, per non aver parlato da una vita con loro, saranno costretti a limitarsi a chiedere come vanno a scuola e a che ora tornano la notte del sabato.

Le madri parlano con i loro figli, ma solo da un punto divista di vista fisico: sei raffreddato, hai la febbre, copriti meglio se vuoi uscire, mai una domanda sul loro stato psichico, una domanda del tipo: “sei felice?”. È necessario che questo tipo di dialogo a sfondo psicologico non sia occasionale o stereotipato, ma continuo e sincero perché, quando è insoddisfatta, la psiche dei nostri ragazzi diventa il terreno più favorevole per ottenere da altri i riconoscimenti della loro identità, della loro corporeità e della loro sessualità. Non è necessario che i genitori parlino di sesso con il loro figli se non ne sono capaci. È importante che parlino.

Devono parlare di tutto, in modo da creare in loro quella fiducia di base che è l’unica difesa di cui i loro figli possono disporre nei confronti di quelli che intendono adescarli, sfruttando la sfiducia che questi ragazzi hanno in se stessi, perché non hanno ottenuto abbastanza affettività e soprattutto abbastanza riconoscimenti, che sono poi le uniche condizioni per costruire un’identità sicura di sé e capace di non confondersi difronte a inviti ammiccanti.

Cari Genitori, il vostro continuo dialogo con i vostri figli, i riconoscimenti che date a loro, quando naturalmente se li meritano, sono l’unica condizione perché in loro si formi un’identità impermeabile alle offerte perverse mascherate d’amore.

 

Sorgente: Pedopornografia online: quando la pedofilia passa da social e chat | Rep

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