Sì al Recovery Plan, poi la crisi. Ma il Conte ter è senza rete | il manifesto

Sì al Recovery Plan, poi la crisi. Ma il Conte ter è senza rete | il manifesto

12 Gennaio 2021 0 Di Luna Rossa

Buio su palazzo Chigi. Dopo l’approvazione del Piano di rilancio in cdm, attese le dimissioni delle ministre di Italia viva. Poi l’idea di un percorso “pilotato”. Ma il premier non si fida più di nessuno, Renzi già alza la posta e i 5S temono Boschi al governo

Andrea Colombo

Il consiglio dei ministri con l’approvazione del Recovery Plan italiano come unico punto in agenda dovrebbe essere il più volte pronosticato e sempre disatteso momento della verità sullo stato della crisi latente nella maggioranza. Chissà se lo sarà davvero. Dovrebbe essere riunito stasera, come confermava ieri lo stesso premier. La terza e definitiva bozza del Piano, 172 paginette, è stata recapitata alle forze politiche della maggioranza solo ieri sera alle 21.30. Italia viva aveva posto come condizione l’arrivo del documento con 24 ore di anticipo. Nella maggioranza ieri sera molti profetizzavano lo slittamento a domani. Da palazzo Chigi però confermano l’appuntamento e l’idea spuntata in quelle sale è di ripetere il consiglio dei ministri: domani per lo scostamento di bilancio e poi di nuovo giovedì per il decreto Ristori. Tanto per imbrigliare Renzi e costringerlo a rinviare ancora le dimissioni delle ministre.

OGGI O AL MASSIMO domani, comunque, il governo approverà la bozza, probabilmente con l’astensione di Iv, certamente senza il suo voto contrario. «Non determineremo la crisi prima del passaggio del Recovery per responsabilità istituzionale», assicurava ieri la ministra Bellanova. Il sottinteso non detto è che le dimissioni arriveranno però subito dopo, o forse nel giro di due giorni per varare lo scostamento e il Ristori, e anche qui le parole della capo delegazione renziana lasciano pochi dubbi sulle intenzioni di Iv: «Serve un colpo di reni e questo governo non sembra in grado. Da parte di Conte non c’è correttezza istituzionale». La ministra è particolarmente avvelenata per l’indiscrezione uscita ieri su Repubblica secondo cui Rocco Casalino, portavoce del premier più potente di quasi tutti i ministri, avrebbe dichiarato: «In parlamento li asfaltiamo». Palazzo Chigi si è affrettato a smentire ma il clima e il livello raggiunto dai rapporti anche personali sono quelli.

L’esposizione del capo dello Stato, che domenica non solo si era rivolto direttamente a Renzi ma aveva anche fatto filtrare la notizia come capita di rado dal Colle, è bastata a convincere il leader di Iv a non bloccare il Recovery aprendo la crisi prima del cdm, ma non a rinunciare alla dimissioni delle ministre fino all’approdo del testo in parlamento, tra 15 giorni e oltre. Quella era la strada maestra per il Colle: probabilmente però non è una via percorribile.

LA SECONDA STRATEGIA consiste nel ridurre al minimo portata e tempi della crisi grazie a un «pilotaggio» che porti rapidamente a un Conte ter, nel quale comunque non entrerebbero né Zingaretti né Renzi. Prima dell’approdo della bozza in parlamento ci sarebbero un paio di settimane, al minimo una decina di giorni. In quel lasso ristretto di tempo la maggioranza dovrebbe trovare un’intesa intorno a un nuovo governo Conte e poi presentarsi compatta da Mattarella per proporla. Cotta e mangiata.

È LA SOLUZIONE CHE TUTTI danno già da due giorni per quasi fatta, sbizzarrendosi nel gioco dei nomi e delle poltrone. Peccano probabilmente di eccessivo ottimismo. La situazione è meno facile e in quei 10 giorni può succedere di tutto. Pensare che Renzi si accontenti di una o più poltrone, facendo la figura di chi ha rischiato una crisi di portata imprevedibile pur di aggiudicarsi il ministero della Difesa è assurdo. Per il senatore di Rignano equivarrebbe al suicidio politico. Renzi, al contrario, metterà sul piatto «il merito», le sue richieste, alcune delle quali sembrano e probabilmente sono davvero fatte apposta per silurare ogni intesa: il Mes e la revisione del reddito di cittadinanza su tutte. I 5S, a loro volta, non nascondono scontentezza e disagio. L’idea di trovarsi al governo con l’ex nemica pubblica numero uno Maria Elena Boschi raggela tutti e per qualcuno è intollerabile. Anche su quel fronte non c’è sicurezza.

LA PRINCIPALE VARIABILE, però, è proprio lui, Giuseppe Conte. Il premier non si fida di nessuno. Non di Renzi, perché teme che ricorra alla trappola dei «contenuti» per impedire il suo rientro a palazzo Chigi. Neppure del Pd e del M5S che oggi promettono di non sostenere nessuna candidatura alternativa ma domani potrebbero ripensarci. Dunque Conte resta tentato dalla scelta bellica: una conta immediata in Senato dalla quale uscirebbe o vincitore o sconfitto ma comunque con in tasca la guida della coalizione e un vasto consenso popolare. È lo stesso calcolo che faceva Romano Prodi nel 1998. A lui non andò come previsto.

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