Birmania, bombe su villaggio Rohingya nonostante la sentenza Onu: muoiono due giovani donne – la Repubblica

Birmania, bombe su villaggio Rohingya nonostante la sentenza Onu: muoiono due giovani donne – la Repubblica

27 Gennaio 2020 0 Di Luna Rossa

Le forze governative hanno bombardato una cittadina nello Stato dell’Arakan uccidendo due ragazze e ferendo altre 7 persone. Di due giorni fa la sentenza della Corte internazionale di Giustizia in cui si chiede al governo di Aung San Suu Kyi di proteggere le minoranze

di RAIMONDO BULTRINI

BANGKOK – Due ragazze di 16 e 20 anni, la maggiore incinta, sono le prime vittime Rohingya da quando la Corte internazionale di Giustizia ha chiesto al governo di Aung San Suu Kyi di «prendere tutte le misure in suo potere» per prevenire il presunto genocidio della minoranza musulmana.

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Noor Harbi, 16 anni, si trovava nel villaggio musulmano di Kin Taung, alla periferia di Buthidaung, quando un colpo di artiglieria pesante è esploso tra due case dilaniandola assieme a un’altra ventenne, che secondo i familiari era in attesa di un figlio. Altre tre donne e quattro uomini – come riporta il sito locale Dmg – sono rimasti feriti, in gran parte membri della stessa famiglia, compresa la ragazza ventenne. I feriti sono ora ricoverati nell’ospedale della città.

Gli scontri tra soldati birmani e Arakan Army si susseguono quasi ogni giorno senza interruzione dal gennaio del 2019, con oltre 100 morti e 300 feriti in diversi villaggi dello Stato e in quello confinante dell’etnia Chin. Gran parte delle vittime sono soldati e guerriglieri dei due fronti opposti, oltre a decine di civili in gran parte buddisti. Ma il 7 gennaio scorso quattro studenti musulmani sono rimasti uccisi e altri cinque feriti insieme al loro insegnante per lo scoppio di un proiettile di mortaio inesploso mentre raccoglievano legna per cucinare vicino al villaggio di Hteik Tuu Pauk, nello stesso distretto di Buthidaung colpito ieri.

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In entrambi i casi i Tatmadaw – il nome dei soldati birmani – e l’Arakan Army si sono accusati l’un l’altro per i tragici incidenti. Secondo un portavoce dell’esercito regolare, i ribelli hanno sparato contro le truppe con vari proiettili di artiglieria, uno dei quali ha colpito il villaggio, ma i separatisti negano che ieri ci siano stati combattimenti, e nessuna delle due versioni può essere verificata per le forti restrizioni di accesso alle aree colpite da questa guerra dimenticata, che ha già provocato oltre alle vittime una nuova massa di esuli, oltre 100mila secondo le organizzazioni umanitarie, accolti in tende di fortuna e scuole.

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In gran parte si tratta di buddisti, animisti e cristiani residenti nelle aree dove l’Arakan Army cerca di stabilire il suo dominio per rendere autonomo questo Stato del Nord-Ovest di etnia rakhine conquistato dai birmani oltre due secoli fa. Sebbene alto, il numero dei profughi è meno di sette volte quello degli oltre 700 mila rohingya musulmani costretti a fuggire in Bangladesh dopo i pogrom dei soldati birmani nel 2017 (oggi sotto processo alla Corte internazionale), costati al Myanmar nuove sanzioni e restrizioni nei visti d’accesso in America.

In accordo con la Costituzione scritta durante la dittatura e contestata dalla maggioranza parlamentare della Lega per la democrazia, l’esercito detiene ministeri strategici come la Difesa, gli Interni e le Frontiere. Ma la stessa Nobel per la pace Suu Kyi ha negato il “genocidio” dei rohingya, che sono oggi a centinaia di migliaia ancora esuli in Bangladesh, e ha difeso i Tadmadaw anche recentemente durante il processo per crimini di guerra davanti al tribunale dell’Aja intentato dal governo islamico del Gambia.

Il giornalista arakanese Aung Marm Oo, costretto a nascondersi da 9 mesi per un mandato di cattura che lo accusa di fomentare con le sue informazioni la guerriglia separatista, ha fatto un appello alla comunità internazionale per verificare le notizie che giungono dalla sua regione e tentare di riportare la pace tra gente poverissima e sottoposta a un clima di terrore e di tensione che dura da un anno senza tregua, “né giorno né notte”.

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