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Su riforma di Dublino e porti chiusi la strada resta ancora in salita | il manifesto

Carlo Lania

Riforma di Dublino ma, prima ancora, l’avvio di un meccanismo di distribuzione dei migranti tra gli Stati membri in modo da non vedere più navi cariche di disperati attendere per giorni l’indicazione di un porto sicuro. E’ lungo questo asse che la commissione guidata da Ursula von der Leyen dovrà provare a riscrivere le politiche europee sull’immigrazione, rese sempre più urgenti anche dalle condizioni drammatiche in cui sono costretti a vivere quasi 40 mila profughi sulle isole greche dell’Egeo.

Sono almeno quattro anni, dalla crisi del 2015, che a Bruxelles si prova a rimettere mano al regolamento di Dublino senza mai approdare a nulla per gli interessi contrastanti delle varie capitali. Al punto che un buon testo che andava incontro alle esigenze dei Paesi di primo ingresso e approvato dal parlamento europeo nel 2017, è rimasto chiuso in un cassetto senza neanche essere discusso dal Consiglio europeo.

Una situazione di stallo insopportabile, che però adesso potrebbe interrompersi. La Germania appare infatti determinata a raggiungere in tempi stretti un accordo tra gli Stati sulla una bozza di riforma del sistema di asilo europeo presentata da Berlino il 13 novembre scorso. Il testo – che potrebbe essere discusso al summit dei ministri dell’Interno del 2 e 3 dicembre prossimi, stabilisce il superamento del principio per cui la responsabilità di un migrante ricade oggi totalmente sul primo Paese nel quale mette piede e, pur prevedendo un primo esame della richiesta di asilo alla frontiera esterna, instaura un sistema obbligatorio di distribuzione dei profughi basato su quote stabilite in base alla popolazione di ogni Stato e sulla sua forza economica.

La determinazione della Germania a superare un meccanismo giudicato «inefficace», come è spiegato nel documento fatto circolare informalmente nelle capitali, è dimostrata anche dalle pressioni che Berlino proprio in questi giorni sta esercitando sui partner europei chiamandoli a discutere la sua proposta. Una prima riunione è prevista per oggi con Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Austria, Svezia, Finlandia, Danimarca e Portogallo. Domani toccherà invece a Italia, Grecia, Spagna e Cipro i Paesi maggiormente coinvolti dagli arrivi dei migranti.

Appare invece sempre più in salita la possibilità che altri Paesi entrino a far parte dell’accordo per la distribuzione dei migranti siglato a settembre alla Valletta da Malta, Italia, Francia e Germania. Nonostante l’ottimismo più volte manifestato dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, finora non si è registrata nessun altra adesione oltre a quella già manifestata da tempo da Portogallo, Lussemburgo e Irlanda. La freddezza con cui la proposta è stata accolta prova quanto profonde siano ancora le divisioni tra gli Stati di fronte a una situazione che rischia invece di precipitare in una nuova emergenza, come dimostrano le condizioni di vita dei profughi in Grecia. Ieri il nuovo presidente dei Msf, Christos Christou, ha scritto una lettera ai leader europei dopo aver visitato i campi che si trovano sulle isole dell’Egeo dove vivono stipate come sardine 38 mila persone, 12 mila delle quali sono bambini.«Quello che ho visto – ha spiegato – è comparabile a quello che si vede in zone di guerra o colpite da catastrofi naturali».

Sorgente: Su riforma di Dublino e porti chiusi la strada resta ancora in salita | il manifesto

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