“Ilva, mio figlio morì sulla stessa gru di Mimmo. Preferiscono pagare indennizzi che investire sulla sicurezza” | Rep

12 Luglio 2019 0 Di Luna Rossa

Dopo la tromba d’aria che mercoledì ha trascinato in mare Cosimo Massaro parla il padre di Francesco, l’operaio 28enne che morì in un incidente fotocopia sette anni fa

dalla nostra inviata CHIARA SPAGNOLO

TARANTO – “Ora è il momento di sapere come è stato fatto il revamping (ristrutturazione, ndr) di quelle tre gru. Chi ha effettuato il collaudo, se effettivamente sono state messe in sicurezza. Tre morti nello stesso posto sono troppi per parlare di una coincidenza”. Negli occhi verdi di Amedeo Zaccaria c’è determinazione ma anche il fondo di un dolore che non passerà mai. Suo figlio Francesco, di 28 anni, morì il 28 novembre 2012 nell’area portuale dell’Ilva, cadendo in mare con la stessa gru che il 10 luglio – spinta da una tromba d’aria – ha trascinato in acqua Cosimo Massaro, che di anni ne aveva 42. A maggio 2018, nello stesso quarto sporgente che sembra maledetto, perse la vita il 28enne Angelo Fuggiano, mentre sostituiva un cavo. Sempre delle stesse gru assassine.

Cosimo Massaro

Per il decesso di suo figlio è in corso un processo. Possibile che non sia stato accertato se, dopo l’incidente, quelle macchine siano state rimesse in funzione in maniera regolare?
“La perizia disposta dalla procura evidenziò che per il revamping delle gru sarebbero stati necessari 500mila euro ma non abbiamo cognizione se siano stati effettivamente spesi”.
In effetti, le analogie tra l’incidente di due giorni fa e quello le ha portato via suo figlio, sono troppe.
“Nel processo è venuto fuori che tre mesi prima dell’incidente che ha coinvolto Francesco, l’Arpa Puglia aveva effettuato alcuni controlli sulle gru, dai quali era emerso che quella macchina era priva di documenti da trenta anni. Adesso è arrivata Arcelor Mittal ma non mi pare che la situazione sia cambiata”.
A sette anni dalla morte di Francesco, però, non avete neppure la sentenza di primo grado.
“È una vergogna ma, del resto, avevo già visto situazioni simili e immaginavo che i tempi della giustizia sarebbero stati lenti”.
Per questo avete accettato il risarcimento da parte dell’azienda, si parla di molti soldi.
“Non mi pento di averli presi. È vero, in quelle situazioni arriva il momento in cui sembra che stai mercanteggiando, perché si ha a che fare con i broker dell’azienda. Ma io con quel denaro ho realizzato il sogno di mio figlio: terminare la costruzione della sua casa e andarci a vivere con mia moglie, così come lui avrebbe voluto”.
Quanto tempo dopo l’incidente, l’azienda si è fatta viva?
“Due mesi dopo. Per come sono andate le cose, io credo che a loro convenga più risarcire eventuali incidenti, che investire miliardi nella messa in sicurezza. Il calcolo delle probabilità è una cosa facile. E poi, nel nostro caso, Ilva ha pagato il 75% del risarcimento e il restante 25% Arpa, visto che un suo ingegnere è indagato”.
A Taranto migliaia di operai sono passati dall’Ilva, suo figlio era tra quelli che volevano andare via?
“No. Lui era un operatore di macchine edili complesse, aveva inviato il curriculum ed era stato assunto. Altre aziende, mentre lavorava lì, lo avevano contattato ma all’Ilva aveva un contratto a tempo indeterminato e non voleva lasciarla”.

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