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La mano invisibile del mercato e altre storie venezuelane – Un blog di Rodrigo Andrea Rivas

Lunedì 25 marzo a distanza di pochi giorni dal primo, il Venezuela ha subito un secondo blackout elettrico. Secondo l’opposizione, è colpa della corruzione. E ora linea al nostro inviato a Coverciano per le ultime notizie sull’allenamento della nazionale in vista della partita col Liechtenstein.

Potrei avere sbagliato qualcosina, ma sostanzialmente questo è stato il racconto fatto al TG1 delle 20,00. Si parlava dell’ennesimo attentato alla vita di oltre 32 milioni di venezuelani.

Invecchiando, sono diventato più accondiscendente. E allora, mi viene da pensare che, forse, era prevista qualche acuta riflessione sull’incapacità e corruzione dei venezuelani (di quelli di Maduro, ovvio), ma lo speaker si è vergognato di leggerla. A me capitava una cosa simile da piccolo, ad esempio quando mia madre mi diceva “Caro, fai vedere alle mie amiche quanto sei bravo a suonare Fra Campanaro”.

Oltre a chiedere scuse alla mia vecchia per averla accostata a questa gente, vorrei dare un consiglio ai nostri “giornalisti”: Leggete un testo pubblicato dal giornalista francese Maurice Lemoine, per molti anni inviato dal quotidiano “Le Monde” in America Latina, il 10 ottobre 2017. Si chiama “Venezuela: La «guerra economica» spiegata ai principianti (e ai giornalisti)”.

Non è lunghissimo né difficile da leggere ma devo darvi un avvertimento: se anche voi vi vergognavate quando da bambini vi chiamavano a suonare “Fra Campanaro” per le zie, meglio prescindere. Comunque, per aiutarvi a perdere la paura, ne cito i primi paragrafi, ricordandovi che sono stati scritti nel 2017:“

Il 18 gennaio 2013, mentre la FAO ha da poco pubblicato il suo rapporto annuale, il suo ambasciatore Marcelo Resende de Souza visita in Venezuela un mercato di Valencia (Stato di Carabobo), accompagnato dall’allora vicepresidente Nicolás Maduro.«Possediamo tutti i dati sulla fame nel mondo» dichiara. «Ottocento milioni di persone soffrono per fame; 49 milioni in America latina e nei Caraibi, ma nessuna in Venezuela perché qui la sicurezza alimentare è assicurata».Stranamente, passati appena quattro mesi, avendo la malattia portato via Hugo Chávez ed essendo stato eletto capo dello Stato il suo ex-vice-presidente, il quotidiano (e portavoce ufficioso delle multinazionali spagnole) “El País” intona tutta un’altra canzone: «La penuria mette in difficoltà Maduro.

Certo, la penuria riguardava principalmente, in quel momento, la carta igienica (che, nelle settimane successive diventerà un appassionante argomento di dissertazione per i piscia-copie del mondo intero), ma, dice “El País”, si aggiunge a «un’assenza ciclica (…) di farina, polli, deodoranti, olio di mais, zucchero e formaggio (…) nei supermercati».

Così esordisce mediaticamente ciò che diventerà «la peggiore crisi economica» conosciuta da questo paese, «potenzialmente uno dei più ricchi al mondo», a causa della sua «dipendenza dall’oro nero», del «calo del prezzo del barile di petrolio» e dello «sperpero del governo»”.

Si possono dire molte cose in modo parziale senza dire necessariamente una bugia, ma si mente quando il non detto serve ad evitare di rappresentare la realtà. È esattamente quanto caratterizza l’informazione sul Venezuela in arrivo da un coro indistinto che ci bombarda quotidiana e costantemente.

Forse qualche giornalista crede ancora di trasmettere liberamente informazioni raccolte altrettanto liberamente da persone che possono esprimere qualsiasi opinione sul Venezuela nei media in cui lavorano. Io penso che se non pensassero come pensano e non trasmettessero ciò che trasmettono, quei media li avrebbero lasciati a casa da un bel po’. Aggiungo: in questo Paese, dove dare lezioni di libertà di stampa al Venezuela è un’abitudine, qualsiasi giornalista di media intelligenza sa che la sua libertà di espressione finisce laddove iniziano gli interessi e l’ideologia dell’azienda proprietaria del media per il quale lavora.

Venezuela è un esempio dell’agonia del giornalismo.

Anche i semplici cinefili sanno che il giornalismo dovrebbe rispondere alle cosiddette 5 W: What, Who, Where, When, Why. Cosa, Chi, Dove, Quando, Perché.

Quando si nascondono regolarmente i perché, e cioè le cause dei fatti, non dobbiamo parlare di informazione ma di manipolazione. Altrettanto quando il riferimento alle cause è avulso dal contesto, parziale e orientato da una specifica ideologia politica che, nel caso venezuelano, coincide sempre con l’ideologia e gli interessi dell’opposizione

.La versione del Venezuela trasmessa dai nostri media è una lettura pregiudizialmente di classe. Sono, di fatto, cinghie di trasmissione della visione delle élite economiche venezuelane e dei “ceti medi più arrivisti” che sono la principale costituente dell’opposizione.

Viceversa, il Governo venezuelano ed i ceti popolari alla base del chavismo compaiono poco e fondamentalmente per mostrare la loro inadeguatezza, persino fisica. Nei rarissimi casi in cui s’intervistano, mai si vede un lavoratore o una lavoratrice chavista in grado di spiegare come vive il suo processo politico. È curioso: nel maggio 2018 oltre 6 milioni di venezuelani votarono per Nicolás Maduro, ma la stampa italiana è incapace di trovarne qualcuno che possa spiegare le sue ragioni. Curioso, si fa per dire.

Il precedente iracheno dovrebbe essere sufficiente per osservare quantomeno una sana diffidenza verso gli “esportatori di democrazia”, per puro caso interessati ad aiutare Paesi con grandi risorse petrolifere

Non mi passa per la testa che i giornalisti debbano essere neutrali. Nessuno lo è davanti ad un conflitto. Ma, stando al Codice deontologico della professione, si può loro chiedere di separare la cronaca dai commenti, i fatti dalle proprie opinioni. E non penso di poter chiedere loro pluralità di pareri, responsabilità d’informazione, rispetto della verità o non nascondere informazioni essenziali. Anche se, presentando solo una versione dei fatti od omettendo informazioni essenziali, non s’informa ma si manipola, e cioè si mente.

Non volendo farla troppo lunga, intendo dedicare qualche riga solo a due temi ricorrenti: Le vittime della denutrizione nel Venezuela” e “Il petrolio, le sanzioni e l’accerchiamento”.

Parlare di vittime della denutrizione e di mancanza di medicinali, senza spiegare o mettere in prospettiva i dati, è un altro metodo di falsificazione della realtà. Da soli, i dati non spiegano nulla. Nella loro interpretazione contano lo studio teorico e la convalida empirica sul tema di cui ci si occupa.

Del Venezuela si parla, e molto, in forma aneddotica o sensazionalista, su temi tanto sensibili come la morte di bambini, ma si parla poco o nulla dall’analisi politica con prospettiva storica. Solo che questa analisi è imprescindibile per porre la Rivoluzione Bolivariana in quanto parte integrante di un processo storico di lotte popolari per la giustizia e l’emancipazione, in una regione latinoamericano-caraibica segnata da una brutale disuguaglianza, e dalla costante ingerenza statunitense per far abortire ogni progetto che sfidi gli interessi geostrategici USA in un territorio che costituisce la loro riserva di risorse. Penso che la conoscenza della Storia, del comportamento dei gruppi dirigenti latinoamericani e mondiali, il ricorso a fonti d’informazione alternativi che raccolgano le voci degli attori sociali subalterni e zittiti, sarebbe d’aiuto per avere una visione un po’ più ampia di quanto avviene in Venezuela e non solo. Penso sia anche il migliore antidoto alla ignoranza, e quindi, al razzismo.

Dopo Lemoine, voglio dare un altro consiglio di lettura per chi abbia voglia di capire: “Impacto de la guerra económica contra el pueblo de Venezuela”, dell’economista venezuelana Pasqualina Curcio, sul modello economico e gli attacchi a cui l’economia venezuelana è sottoposta, pubblicato il 18 marzo 2019 in collaborazione con la Fondazione Latinoamericana di Diritti Umani (FUNDALATIN). In questo testo Pasqualina Curcio, nota professoressa di economia all’università di Caracas, dopo ripassare le misure che puniscono e bloccano l’economia venezuelana, calcola le perdite dovute alla guerra economica in oltre 114 miliardi di dollari.

Illustra anche come la speculazione sul Bolívar attraverso un tasso di cambio parallelo determinato fuori dal Paese, spiega il 40% del crollo del PIL venezuelano nel 2016 (l’altro 60% deriva dal calo delle esportazioni di petrolio che rappresentano il 96,6% della produzione nazionale venezuelana: “Dal 2013 a questa data il tasso di cambio è stato manipolato 3,5 miliardi per cento”. E dimostra lo stretto rapporto temporale tra questi attacchi e momenti politici essenziali seguendo una logica di destabilizzazione, non una correlazione di fattori economici.

Un testo precedente della prof. Curcio, “La mano visible del mercado (2012-2016) Manipulación del tipo de cambio e inflación inducida” dimostra che le aziende farmaceutiche private che controllano l’importazione di farmaci nel Venezuela ricevendo valuta a costi preferenziali dal Governo, non hanno registrato perdite operative né una diminuzione dei loro profitti operativi, né una calo delle vendite né un taglio delle valute a prezzi preferenziali concesse loro dal Governo nel periodo analizzato, 2012-2014. Ma, ciò malgrado, nel 2015 la scarsità di medicinali aveva raggiunto il 70%. Se non si tratta di misteri scientifici, dovrebbe trattarsi di ricatto economico… Forse, ma ne dubito, saranno i dirigenti di queste multinazionali, rispettate e profumatamente pagate dal governo venezuelano, a pagare un giorno per la morte di tanti bambini e adulti che non trovano le medicine nel loro Paese o le trovano ma solo a prezzi proibitivi.

L’iperinflazione, derivata dalle caratteristiche strutturali dell’economia di rendita petrolifera venezuelana, unita agli attacchi di natura politica, creano una situazione che colpisce duramente i venezuelani. La sant’Alleanza tra le politiche speculative del capitale internazionale e dei commercianti nazionali hanno fatto crollare il salario reale dei venezuelani malgrado i ripetuti aumenti del salario minimo da parte del governo. Nessuno può ragionevolmente dubitarne, ma paradossalmente i nostri giornalisti ne nascondono le cause per non dover dare spiegazioni che inevitabilmente li costringerebbe a spiegare che l’economia venezuelana subisce le distorsioni provocate ad arte dai grandi capitali, venezuelani e internazionali, per provocare una destabilizzazione politica che porti ad un “cambiamento di regime”.

Nessuno con un minimo di conoscenza della realtà venezuelana potrebbe negare che il Venezuela ha serissimi problemi di corruzione, di mancanza d’investimenti, d’inefficienza della pubblica amministrazione, di povertà e disuguaglianza. Tanto che non lo nega neppure il governo venezuelano.

Elencando questi problemi, senza precisarne le dimensioni e causa, legioni celesti angelicali dovrebbero agire su non pochi Paesi al mondo. Ma sul Venezuela si costruisce da anni un copione che serva a giustificare un intervento militare definito “umanitario” destinato a risolvere una “crisi umanitaria” che costringe, magari malvolentieri, i buoni samaritani del mondo ad intervenire “per proteggere la popolazione”, tale e quale hanno fatto poco tempo fa in Libia.

In Venezuela la crisi umanitaria non c’è, ma si cerca di farla apparire tale ricorrendo a testimonianze parziali e a reportage giornalistici costruiti prevalentemente a New York utilizzando le veline generosamente preparate e distribuite dal governo statunitense.

Sovradimensionare gli attuali problemi del Venezuela, spiegandoli come esclusiva conseguenza della critica situazione politica ed economica, è un esercizio giornalistico in cattiva fede o, quantomeno, un giornalismo ignorante e ingenuo.

Ignoranza e ingenuità che non sanno – o non capiscono – l’equazione di base: il Venezuela è vittima di una guerra ibrida poiché colpevole di scelte politiche indipendenti in un Paese abituato a piegarsi agli interessi statunitensi.

Senza capire questa verità elementare, nulla di quanto succede in Venezuela può capirsi.

Non lo dico io, ma lo dicono gli stessi documenti militari degli Stati Uniti, lo dichiarano i leader politici statunitensi: il Venezuela è un obiettivo militare da abbattere per beneficiare le grandi imprese statunitensi, anzitutto quelle petrolifere[2].

Il precedente iracheno dovrebbe essere sufficiente per osservare quantomeno una sana diffidenza verso gli “esportatori di democrazia”, per puro caso interessati ad aiutare Paesi con grandi risorse petrolifere.

Racconta Carpentier: “Un vecchio soldato che partecipava alla guerra per mestiere, con lo stesso entusiasmo del tosatore di pecore che s’incammina verso la stalla, raccontava a chi volesse ascoltarlo che Elena di Sparta viveva molto piacevolmente a Troia… che tutta la storia della sua dolorosa prigionia, del suo essere offesa e umiliata dai troiani, era solo propaganda di guerra, sospinta da Agamennone con l’assenso di Menelao. In realtà, dietro l’impresa celata dietro così alti propositi, c’erano molti affari che in nulla avrebbero beneficiato i combattenti. Si trattava soprattutto – affermava il vecchio soldato – di vendere più vasellame, più stoffe, più anfore illustrate con scene di corsa da cavalli, e di aprire nuove strade verso le genti asiatiche, amanti dei baratti, mettendo fine una volta per tutte alla concorrenza troiana”[3].

Storia che si addice al mascalzone o farabutto, ossia a chi si comporta in maniera disonesta, falsa, vile e senza scrupoli.

R. A. Rivas

26 marzo 2019

Sorgente: La mano invisibile del mercato e altre storie venezuelane – Un blog di Rodrigo Andrea Rivas

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