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A cinque mesi dall’inizio della guerra, un report di Save the Children fa il punto sulla salute dei bambini della Striscia: «Senza un cessate il fuoco immediato, la situazione sarà irreversibile»

di Greta Privitera

Li abbiamo visti senza vita avvolti in lenzuola bianche, stretti tra le braccia di padri e madri disperati. Li abbiamo visti tremare, appena estratti dalle macerie delle loro camerette. Li abbiamo visti coperti di sangue, pelle e ossa, senza casa, con gli occhi sbarrati dalla paura. Ma c’è una cosa che dai nostri smartphone non passa perché invisibile, ed è la fine dei desideri.
La fine dei desideri vuol dire la fine di un’idea di futuro, che, per diritto, dovrebbe appartenere ai più piccoli. «Mio nipote mi chiede in continuazione se morirà. Sognava di diventare calciatore, ora non fa che piangere», racconta al Corriere una giovanissima zia di Gaza, che in questo momento vive con la sua famiglia in una tenda a Rafah.

Cinque mesi dopo il 7 ottobre 2023 – quella domenica di sole dove i miliziani di Hamas sono entrati nel sud di Israele e hanno ucciso e torturato 1200 persone e ne hanno rapite 250 – Save the Children pubblica un report che dà in anteprima al Corriere sulla condizioni mentali dei bambini della Striscia che da centocinquantasei giorni vivono sotto le bombe dell’esercito israeliano. Tra le 30.717 persone uccise nei bombardamenti, 12.550 sono bambini (i dati sono quelli del ministero della Salute di Hamas).

Si legge nel report: «Cinque mesi di violenza, sfollamento, malnutrizione e malattie – che si aggiungono agli oltre 16 anni di blocco – hanno avuto un impatto psicologico devastante sui piccoli. Paura, ansia, carenza di cibo, perdita di urina, iper-vigilanza e problemi di sonno, un’alternanza nello stile di attaccamento ai genitori, regressione e aggressività: questo l’universo quotidiano dei bambini che stanno vivendo il conflitto».

Questi bambini hanno smesso di andare a scuola – il 90% delle strutture scolastiche è stato distrutto o danneggiato – e passano le loro giornate tra il terrore di morire sotto le bombe e quello di perdere i propri cari. Temono di dover fuggire di nuovo, per la seconda, terza, quarta volta attraverso strade disseminate di detriti e cadaveri. E hanno fame, una fame che non conoscevano e che, in alcuni casi ha portato persino alla morte.

I genitori non sanno più come gestire le paure e le ansie dei piccoli. Dalia, una madre di Gaza, spiega a Save the Children: «I nostri figli hanno già vissuto diverse guerre. Avevano già una scarsa capacità di recupero e ora è molto difficile affrontare queste ulteriori difficoltà. I bambini sono spaventati, arrabbiati e non riescono a smettere di piangere, questo succede anche a molti adulti. È troppo per noi, figuriamoci per i più piccoli».

Gli adulti raccontano che tra le cose peggiori, tra le cose che feriscono di più, è vedere l’assenza di desideri: molti bambini hanno rinunciato al futuro. Un’altra donna racconta: «Uno dei miei figli sognava di diventare ingegnere e l’altro poliziotto. Ora uno vuole guidare un carretto trainato da un asino, perché vede questa realtà […]. E il sogno dell’altro figlio è vendere biscotti davanti a casa». Amal, madre di quattro figli tra i 7 e i 14 anni, dice: «Alcuni dei miei figli non riescono più a concentrarsi nelle attività di base. Dimenticano subito ciò che dico loro e non riescono a ricordare le cose appena accadute. Non direi nemmeno che la loro salute mentale è peggiorata, è stata proprio cancellata. Una completa distruzione psicologica». Reham, una giovane farmacista gazawi, ci racconta che nel campo profughi di Rafah ci sono molti orfani che non riescono a giocare. Dice: «Ogni rumore li spaventa, e c’è un continuo sottofondo di pianto».

Piangono anche per la mancanza di cibo e di acqua potabile. Sempre Save the Children riporta che almeno 15 bambini sono morti per malnutrizione e disidratazione, nel nord di Gaza. È importante ricordare che «anche prima del 7 ottobre, la salute mentale dei bambini della Striscia era precaria a causa delle cicliche escalation di violenz a, dell’impatto del blocco – comprese le restrizioni alla libertà di movimento e all’accesso ai servizi essenziali – della crisi economica e della separazione da familiari e amici», si legge nel report.
«I bambini qui hanno visto tutto. Le bombe, i morti, i cadaveri: non possiamo più fingere con loro. Ora capiscono e hanno visto tutto. Mio figlio sa persino distinguere i tipi di esplosivo che cadono: riesce a percepire la differenza», continua un altro genitore.

Mentre i bisogni umanitari aumentano, l’ultima escalation di violenza e l’assedio hanno causato un collasso totale dei servizi di salute mentale nella Striscia. Sempre nel report si legge che in Cisgiordania i minori provano rabbia, dolore e impotenza di fronte al linguaggio disumanizzante dei funzionari del governo israeliano.

«Questa guerra e le cicatrici fisiche e mentali che sta lasciando sui bambini stanno ulteriormente erodendo la loro capacità di recupero. C’è ancora speranza che, con un sostegno adeguato, si possa invertire la tendenz a. Durante l’infanzia, ci sono finestre critiche di opportunità per affrontare l’impatto del conflitto. Ma nulla di tutto ciò è possibile senza un cessate il fuoco immediato e definitivo e un accesso sicuro e senza ostacoli agli aiuti, in modo che gli operatori umanitari possano fornire il supporto critico necessario», spiega Save the Children.

Sorgente: «A Gaza i miei figli hanno visto tutto: bombe, cadaveri, case distrutte. Ora non hanno più desideri»

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