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L’embargo americano stritola l’economia cubana. L’Onu dice “basta” per la 31esima volta. Votano contro solo Usa e Israele

di Mauro Del Corno

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite si è riunita in sessione plenaria a New York, per esaminare un progetto di risoluzione che chiede la fine dell’embargo posto all’isola dagli Stati Uniti. Hanno votato contro l’embargo 187 paesi. L’Ucraina si è astenuta. Solo Usa e Israele si sono espressi con un no. Prima di oggi, altre trenta volte le Nazioni Unite avevano già votato a stragrande maggioranza risoluzioni per far cessare l’embargo. Nel 2022 con un voto di 185 a 2, le uniche due nazioni contrarie furono di nuovo Israele e Stati Uniti. Due gli astenuti: Ucraina e il Brasile all’epoca guidato da Bolsonaro. Il rapporto a sostegno della risoluzione votata oggi spiega che “ai prezzi attuali, i danni accumulati per l’applicazione di questa politica unilaterale di Washington contro l’Isola caraibica ammonta a oltre 159 miliardi di dollari”. Solo tra marzo 2022 e febbraio 2023 “il blocco ha causato danni a Cuba stimati nell’ordine di 4,9 miliardi di dollari. Ciò implica un impatto di oltre 405 milioni di dollari al mese, oltre 13 milioni di dollari al giorno e più di 555mila dollari ogni ora”.

Il grande problema attuale è che l’embargo infierisce su un’economia già in ginocchio. Il turismo, una delle principali voci di introiti per l’isola, è stato prima azzerato dal Covid e poi, appena abbozzata una ripresa, è stata uccisa nella culla dalla guerra in Ucraina che ha pressoché azzerato gli arrivi dalla Russia. Il prodotto interno lordo è ancora inferiore dell’8% ai livelli del 2020 mentre la produzione di beni è sotto del 40%. L’anno dovrebbe chiudersi con un progresso dell’economia al di sotto del 2%. Secondo L’Avana, in questo contesto, l’embargo americano ha dimezzato le esportazioni dai cui introiti l’isola dipende per importare i tanti beni di cui non dispone. A cominciare da cibo, medicinali, carburanti e petrolio. Proprio la carenza di idrocarburi ha innescato una crisi energetica, con frequenti blackout che peggiorano ulteriormente le difficoltà di popolazioni e aziende. Il Venezuela, principale fornitore di petrolio di Cuba, ha leggermente aumentato le sue spedizioni fino a una media di 58mila barili al giorno ma non abbastanza per soddisfare il fabbisogno dell’isola caraibica alle prese anche con problemi nella raffinazione domestica, dopo il disastro del 2022 nel maxi deposito di carburanti di Matanzas. Washington afferma invece che il partito comunista è l’unico responsabile dei mali di Cuba e che le sanzioni mirano semplicemente a ripristinare la democrazia e il rispetto dei diritti umani.

L’inflazione ha raggiunto un livello del 45%, in fortissimo aumento rispetto ad un anno fa. Archiviato il sistema della doppia valuta (una convertibile e l’altra no), il peso continua a deprezzarsi rispetto al dollaro rendendo sempre più caro tutto ciò che viene dall’estero. Il governo ha aumentato i controlli sui prezzi, con scarso successo, ma ha anche riconosciuto che a spingere al rialzo i prezzi è anche una produzione che non tiene il passo con la domanda di beni. Sebbene sia difficile è indubbio che le sanzioni statunitensi tocchino ogni aspetto della vita cubana. Limitano l’accesso a medicinali, cibo, materiali da costruzione e anche materiali per lo sviluppo di vaccini, anche durante la pandemia di COVID-19. Le sanzioni sono progettate per soffocare l’economia cubana limitando i viaggi e vietando alle imprese di commerciare con Cuba se desiderano fare affari anche con gli Stati Uniti. Visto il peso specifico dei due paesi non è difficile capire quanto possa essere micidiale per l’Avana questa alternativa imposta a tutto il mondo da Washington. Uno degli effetti è ad esempio che gran parte dei turisti non possono utilizzare le proprie carte di credito sull’isola, limitandone fortemente la spesa. L’amministrazione di Donald Trump ha designati Cuba tra le nazioni “sponsor del terrorismo”, introducendo quindi altre 22 misure restrittive. Joe Biden, che in campagna elettorale aveva promesso un approccio diverso, ha invece mantenuto questa classificazione prorogando tutte le limitazioni. Ufficialmente il motivo per questa inclusione è che Cuba ha fornito un rifugio ai terroristi quando ha ospitato i colloqui di pace tra le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) e il governo colombiano.

Nonostante tutto Cuba è riuscita in questi ultimi anni a fare ulteriori progressi in uno dei suoi cavalli di battaglia, le industrie biotech e farmaceutica. Oltre ad aver sviluppato un vaccino contro il Covid la cui efficacia si è dimostrata paragonabile a quelli delle statunitensi Pfizer o Moderna (che hanno goduto di giganteschi finanziamenti pubblici in varia forma), la ricerca cubana ha messo a punto una cura per l’ulcera diabetica e un vaccino per il cancro ai polmoni. Cuba si è offerta di consegnare al prezzo di costo i suoi vaccini contro il Covid ai paesi più poveri ma l’impossibilità di accedere alle sostanze necessarie ne ha fortemente limitato la produzione. L’Avana ha anche approvato una delle normative ambientali più avanzate al mondo. L’aspettative di vita nel paese rimane simile a quella dei paesi più avanzati, così come il livello di istruzione medio della popolazione. Oltre a sole, mare e zucchero tra le ricchezze dell’Isola sono anche e soprattutto i suoi cervelli. Cuba esporta servizi competenze e personale medico-sanitarie in molti paesi del mondo. Come riconosciuto qualche anno fa in un’analisi della Harvard Review l’isola sarebbe, potenzialmente e nonostante tutto, una location ideale per organizzazioni sanitarie, aziende e professionisti delle biotecnologie, della medicina e della farmaceutica. Embargo (non) permettendo.