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In mezzo al fragore, sacrosanto, dovuto alla strage di Cutro, una notizia è passata quasi inosservata: la polizia francese ha fermato all’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi Imad Al Trabelsi, attuale ministro dell’interno libico, con una valigia piena di soldi in contanti, mezzo milione di euro, di cui il ministro non ha “saputo” dare spiegazioni. Il suo passaporto diplomatico e chissà cos’altro gli hanno permesso di essere rilasciato.

Per il giudice francese che ha in mano il caso non sarà facile adesso pretendere spiegazioni. Si potrebbe aprire un “LibyaGate”, ma forse non sarà così. Il potente ministro libico gli affari, e tanti, li fa da sempre con i governi occidentali. Ma perché la notizia potrebbe imbarazzare il Viminale? Perché il trafficante libico Trabelsi, promosso a ministro, lo scorso 21 di febbraio era con Piantedosi nel suo ufficio, a Roma, per gli accordi “per fermare le partenze” dei migranti e dei rifugiati imprigionati in Libia. Che tipo sia questo galantuomo lo dice il suo curriculum: capobanda del sud ovest della Libia dilaniata del post-Gheddafi, già schedato dalle Nazioni Unite come uno dei più potenti trafficanti, a capo della milizia di Zintan.

Ha accumulato milioni di euro principalmente attraverso il traffico illegale di petrolio. Si è messo poi al servizio dell’attuale governo, pretendendo subito la promozione a sottosegretario. In occasione di questa nomina, le organizzazioni per i diritti umani libiche e internazionali, per esempio Amnesty International, lo hanno indicato “come uno dei peggiori violatori di diritti umani e del diritto umanitario internazionale”. Per questo signore, così calorosamente accolto da Piantedosi a Roma, nelle carte ufficiali delle Nazioni Unite e del Tribunale Penale Internazionale, si parla di “traffico di esseri umani, violenze, torture e sparizioni forzate ai danni di migliaia di migranti e rifugiati”. La riunione al Viminale dello scorso 21 febbraio nel quale Trabelsi è stato ricevuto con tutti gli onori, segue quella avvenuta a Tripoli il 29 dicembre del 2022. Presenti il Prefetto Lamberto Giannini, capo della polizia, e il Generale Giovanni Caravelli, Direttore dell’Aise.

Loro sanno bene chi è Trabelsi. Come lo sanno, ad esempio, il funzionario dell’Aise dott. Antonio Fatiguso, detto “Tony”, che in Libia è di casa, o il Tenente Colonnello Ernesto Castellaneta, capomissione dei rapporti bilaterali Italia-Libia. Quindi, la grande “lotta ai trafficanti” sbandierata dal governo italiano in questi giorni, si tradurrebbe nell’arresto di quelli che stanno dentro le barche che affondano, e che magari pagano il viaggio anche loro, e invece nel dare pacche sulla spalle ai capi del traffico, quelli che ci guadagnano milioni di euro stando nelle loro ville?

La lotta ai trafficanti di esseri umani dunque significa arruolarli e arricchirli pur di “bloccare le partenze”, per fargli torturare e uccidere i migranti prima che diventino un problema per noi? Chissà che tipo di pagamento era quel mezzo milione di euro che Trabelsi stava andando forse a depositare in qualche conto coperto. Chissà se i nostri servizi segreti ne sanno qualcosa. L’unica certezza è che i famosi viaggi del governo per stringere accordi con i vari paesi di transito e partenza verso le nostre coste di migliaia di donne, uomini e bambini che tentano di fuggire dagli orrori, secondo l’ottica di Salvini e Meloni, vanno fatti per impedire che partano. “Così non muoiono in mare” dicono. Sarebbe meglio dire “così muoiono dove non li vediamo”.

E per far questo si stringono accordi con criminali come Trabelsi o dittatori senza scrupoli: li chiudano in un lager, li ammazzino, li confinino dentro campi dove avviene di tutto, basta che non partano. È dai tempi di Minniti che la clausola del “rispetto dei diritti umani” è carta straccia dentro questi accordi. Paghiamo, milioni di euro sottratti al Fondo di cooperazione con l’Africa, per fornire i mezzi con i quali un altro trafficante, Abd al-Rahman al-Milad, detto “Bija”, cattura in mare e deporta i profughi che tentano di fuggire dai lager. Le motovedette per questo signore le stanno costruendo ad Adria, in provincia di Rovigo. “Bija”, che non può nemmeno uscire dalla Libia perché ha un mandato d’arresto internazionale che gli pende sulla testa, comanda la cosidetta “guardia costiera libica”. È a lui che il governo italiano si affida perché “blocchi le partenze”.

Trentaduemila deportati solo l’anno scorso, in totale violazione della Convenzione di Ginevra, che ovviamente la Libia non ha sottoscritto. Ma l’Italia si. Davvero una grande considerazione per gli esseri umani, per i diritti “indivisibili e inviolabili” di cui parlava il Presidente Mattarella. La prossima volta quindi che sentiremo dire a Salvini, a Piantedosi o alla Meloni, che “la lotta ai trafficanti deve essere durissima”, ricordiamoci: intendono quelli piccoli, quelli che non contano niente. Con quelli grandi, loro ci fanno gli accordi.

Sorgente: Fermato con mezzo milione in tasca l’uomo di Piantedosi in Libia – Il Riformista