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Nella proposta del ministro Valditara sulle risorse per la scuola c’è la matrice dell’idea di autonomia del governo Meloni: un federalismo che certifichi le zone depresse e gli costruisca un ecosistema intorno per non “danneggiare” gli altri. Disunire l’Italia per renderla più facile da governare

Giulio Cavalli

Incapaci di ridurre le disuguaglianze hanno avuto un’idea brillantissima: legalizzarle. L’ultimo alla stessa stregua non poteva che essere il ministro all’Istruzione e al merito Giuseppe Valditara: «Il mio obiettivo», dice il ministro, «è quello di elaborare ipotesi, anche sperimentali e tenuto conto delle opportunità offerte dal Pnrr, volte a favorire la sinergia tra il sistema produttivo, la società civile e la scuola, nella consapevolezza che ci vorrà un approccio particolarmente innovativo per attrarre al sistema d’istruzione risorse sempre maggiori, in grado di elevare la dignità del personale scolastico e la qualità della nostra offerta formativa». Tradotto: farsi finanziare dal privato (che sarà ben contento di contribuire alla scuola come fabbrica di faticatori) e tornare alle gabbie salariali.

Le gabbie salariali nascono con un accordo firmato il 6 dicembre 1945 tra industriali e organizzazioni dei lavoratori, per la parametrazione dei salari sulla base del costo della vita nei diversi luoghi. Entrate in vigore nel 1946, all’inizio furono previste solo al nord, e solo in seguito estese a tutto il Paese. In origine, la divisione era in quattro zone, ciascuna con un diverso calcolo dei salari. Nel 1954 il Paese intero viene diviso in 14 zone nelle quali si applicano salari diversi a seconda del costo della vita. Tra la zona in cui il salario era maggiore e quella in cui il salario era minore la distanza poteva essere anche del 29%. Nel 1961 il numero di zone fu dimezzato, si passò da 14 a 7, e la forbice tra i salari passò dal 29% al 20%. Non essendo capaci di immaginare il futuro questi ripescano nel passato. Devono avere dimenticato gli scioperi a partire dal 1969, le mobilitazioni operaie. O forse semplicemente sono troppo ignoranti per conoscerle.

Il segretario Flc Cgil, Francesco Sinopoli, sottolinea che l’idea di introdurre salari differenziati per Regione in base al costo della vita «è totalmente strampalata, ci riporta indietro di 50 anni. Semmai c’è un problema che riguarda tutto il personale della scuola: il ministro dovrebbe far finanziare il contratto collettivo che ora vede zero risorse. Il combinato disposto tra ingresso dei privati e disarticolazione del sistema contrattuale è la distruzione della scuola pubblica, è la cosa peggiore che si può fare. Siamo pronti a mettere in campo ogni mobilitazione se questa sarà confermata come proposta». Anche Ivana Barbacci, segretaria Cisl Scuola ha un posizione netta: «Noi siamo drasticamente contrari all’autonomia differenziata: il contratto nazionale e il sistema di istruzione devono rimanere nazionali ma le Regioni, già oggi a normativa invariata, possono sostenere le scuole in particolari progetti, fornendo incentivi in termini di personale e di progetti a sostegno a dell’offerta formativa. E’ giusto incentivare l’offerta formativa fermo restando la struttura nazionale dei contratti, del reclutamento e dei programmi», dice.

Nella proposta di Valditara però c’è la matrice dell’idea di autonomia di questo governo: un federalismo che certifichi le zone depresse e gli costruisca un ecosistema intorno per non “danneggiare” gli altri. Disunire l’Italia per renderla più facile da governare. Complimenti.

 

Sorgente: L’autonomia? È disuguaglianza certificata | Left


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