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Sull’imbarcazione, lasciata alla deriva, c’erano in totale 36 migranti, tra cui nove donne e due minori, con due casi di ustione. Allo sbarco, i medici presenti sul molo Favaloro hanno ispezionato il piccolo corpo, confermando che la causa del decesso è quella dichiarata dalla madre al momento del soccorso. La salma è stata trasportata in una bara bianca nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana

È probabilmente una delle vittime più giovani dell’ennesimo disperato esodo di migranti. Un neonato di venti giorni, originario della Costa d’Avorio, è stato trovato senza vita dai militari della Capitaneria di porto a bordo di un barchino soccorso al largo di Lampedusa. Sull’imbarcazione, lasciata alla deriva, c’erano in totale 36 migranti, tra cui nove donne e due minori, con due casi di ustione. Allo sbarco, i medici presenti sul molo Favaloro hanno ispezionato il piccolo corpo, confermando che la causa del decesso è un‘ipotermia dovuta alle condizioni di fragilità del bimbo, che soffriva di problemi respiratori. La salma è stata trasportata in una bara bianca nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana, mentre la mamma 19enne, insieme ai compagni di viaggio, si trova nell’hotspot di contrada Imbriacola. Il loro viaggio era iniziato alle 19 di mercoledì da Mahres, in Tunisia, per poi imbarcarsi alle quattro del mattino verso l’Italia.

“Ieri ho inviato una richiesta di incontro urgente al premier Meloni e al ministro dell’Interno Piantedosi. Ho chiesto loro di vederci a Lampedusa o a Roma per discutere della gestione del fenomeno migratorio e dell’impatto sulla mia comunità – dice all’Adnkronos è il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino – La madre ha detto che sin dalla nascita soffriva di problemi respiratori, era venuta in Italia per farlo curare. A ogni ora del giorno e della notte ricevo chiamate dalle forze dell’ordine che mi comunicano l’arrivo di cadaveri. Sono numeri da bollettino di guerra e davvero sta diventando pesante, faticoso lavorare cosi”. Anche dal punto di vista umano. “Mi auguro che ci sia un’attenzione, un gesto di solidarietà verso questo territorio”. Nella lettera inviata al presidente del Consiglio dei ministri e al capo del Viminale il primo cittadino ha sottolineato una serie di emergenze con cui la più grande delle Pelagie si trova a fare i conti. Questioni legate ai flussi migratori e agli sbarchi che su questo piccolo scoglio in mezzo al Mediterraneo sono quotidiani. “Dal problema delle salme e della loro sistemazione nella camera mortuaria a quello delle barche accatastate al molo e che con il maltempo, come è accaduto tre notti fa, creano un danno ambientale incalcolabile oltre ad aver distrutto il molo”. Problemi che, ribadisce Mannino, “non possiamo continuare a gestire da soli, non abbiamo le risorse finanziarie e umane. Serve una struttura commissariale che se ne occupi”.

“Quello davvero mi indigna è che sta diventando una quotidianità nel silenzio e nell’indifferenza dell’Europa. Sono numeri da guerra e nessuno interviene. Mentre si litiga sulle ong di fatto l’Ue continua a rimanere ferma e sorda sulle proprie posizioni“. Nella camera mortuaria del cimitero cinque salme aspettano una sepoltura. Due tunisini, due donne e il neonato di stanotte. Morti e vivi insieme sul molo Favaloro. Sulla più grande delle Pelagie da ieri sono ripresi gli approdi dopo qualche giorno di stop legato alle cattive condizioni del mare. “Ormai non ci resta che sperare nel maltempo – dice all’Adnkronos il primo cittadino – Se ci sono delle vite a rischio vanno salvate e poi si ragiona sul diritto e sulla politica. Ma è giusto dare un segnale all’Europa, dove ci si appella alla solidarietà, alla collaborazione tra gli Stati senza di fatto voler cambiare il regolamento di Dublino. È da troppo tempo che si è immobili su questo tema, l’Europa non può pensare che tutto ricada su spalle dell’Italia o, addirittura di Lampedusa. È ovvio, però, che salvare le persone ha la priorità. Prima di arrivare a bloccare le navi si stabilisca un protocollo. Inutile lasciare le persone a bordo nell’attesa. Le regole ci devono essere ma devono essere umane”. Sulla piccola isola i riflettori sembrano spenti da tempo. “Ormai Lampedusa non fa più notizia, continua a ricevere migranti e morti da 30 anni – dice con amarezza -. Sono preoccupato per il silenzio delle Istituzioni e perché si lascia un’isola a gestire un fenomeno di portata epocale”. Ancora oggi nell’hotspot di contrada Imbriacola ci sono più di mille persone a fronte di una capienza di 400 posti. “Quello che manca è l’organizzazione per non farsi trovare impreparati – sottolinea il sindaco -. Basterebbe mettere una nave ferma in rada e ogni volta che i migranti dentro il centro superano la capienza massima procedere immediatamente ai trasferimenti, senza creare le vergognose condizioni di sovraffollamento nel centro che tutti conosciamo e di cui ogni volta ci scandalizziamo”. Insomma, l’invito del primo cittadino è a una gestione “strutturale e organica il fenomeno”. “Che si inizi a farlo adesso però, non si può chiedere a un sindaco di un territorio di 20 chilometri quadrati di farsi carico di tutto questo. Non è giusto né umano”. Per questo ha preso carta e penna e scritto al premier Meloni e al ministro Piantedosi. “Ho chiesto un incontro urgente. A Roma o a Lampedusa. Purché sia presto“.

Nel complesso, dopo la mezzanotte del 10 novembre, sull’isola sono avvenuti quattro sbarchi con 147 nuovi arrivi, che si aggiungono ai 374 di ieri (con nove sbarchi). In 28, tra cui otto donne – tutti di origine subsahariana – sono stati bloccati dai finanzieri a Cala Francese, dov’erano riusciti ad approdare in autonomia. Nessuna traccia dell’imbarcazione usata per la traversata. Poco dopo dalla motovedetta della Capitaneria sono scesi 51 migranti, tra cui 13 donne e cinque minori. Nella notte la Guardia costiera ha intercettato altre 31 persone a bordo di un barchino alla deriva: tra loro 17 donne e un minore. Dopo il triage sanitario sono stati condotti nell’hotspot, dove le presenze sono 1.365.

 

Sorgente: Migranti, il cadavere di un neonato su un barchino al largo di Lampedusa. I”La madre voleva farlo curare in Italia” – Il Fatto Quotidiano


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