Un giorno a Kabul: la vita nell’Afghanistan dei talebani

Un giorno a Kabul: la vita nell’Afghanistan dei talebani

15 Ottobre 2021 0 Di Luna Rossa

Borghesia decaduta e oscurantismo talebano a due mesi dal ritiro Usa

di Carlo Bonini (coordinamento editoriale), Paolo Brera (Kabul), Pietro Del Re (Kabul). Coordinamento multimediale di Laura Pertici. Foto di Marco Di Lauro. Produzione Gedi Visual

(tutte le fotografie cliccando il link riportato in fondo all’articolo)

Due mesi dopo l’ingresso dei talebani a Kabul, l’Afghanistan è in mezzo al guado. Tra sciagure ataviche e orizzonti cupi. La macchina amministrativa dello Stato è inceppata, l’economia in stallo, i prezzi alle stelle, le infrastrutture inesistenti, i diritti civili eradicati, la prevaricazione maschile disumana. L’applicazione della Sharia nella sua lettura più radicale e arcaica ha resuscitato dal Medioevo la gogna e le punizioni corporali, ma la barbarie ha già dimostrato di non avere alcun potere nel ridurre i crimini: rapimenti a scopo di estorsione, furti per fame, rapine a mano armata e corruzione sono persino aumentati, mentre la povertà dilaga facendo affiorare i prodromi di una imminente crisi umanitaria. Nel frattempo, il terrorismo rialza la testa riaccendendo una stagione delle stragi che i talebani promettevano di avere spento per sempre: l’Isis-K, la costola afghana dello Stato Islamico, ha colpito duramente a Kabul, a Jalalabad e a Kunduz disegnando una scia di sangue che porta con sé un preciso messaggio politico: sottolinea tutte le contraddizioni alle quali i talebani – nella loro trasformazione da ribelli jihadisti a capi di Stato – non possono sottrarsi.

Senza gli americani

Sessanta giorni di paura, divieti e violenze

1. Vite parallele

di Paolo Brera

La storiella africana del leone e della gazzella – entrambi costretti, a ogni risveglio, a correre a perdifiato per salvarsi la vita cacciando o sfuggendo – in quest’Asia dolente ha le zanne di Shaid Mal e gli occhi spaventati di Daiawar Asifi. Shaid, talebano dell’Helmand, ha 28 anni, 6 figli, due mogli e “tra 70 e 100” persone sulla coscienza: “Combatto da quando ero un bambino. Sono specializzato nell’innescare bombe a controllo remoto, come quelle che piazzavamo sul ciglio della strada”, racconta a Repubblica. “Oggi, qui a Kabul, lavoro per l’intelligence del nostro Emirato islamico”, dice. Daiawar, un 54enne padre di 7 figli tra i 3 e i 23 anni, è arrivato a Kabul 4 anni fa quando nel suo distretto – a Baghlan, nel nord, non lontano da Kunduz – “arrivarono i talebani requisendo la mia terra con cui vivevamo, una terra che coltivava già mio nonno”. Da allora, grazie ai leoni armati dell’Emirato, la sua vita è fuga, pericolo e fame.

A Kabul, ogni mattina alle 6, Daiawar prende il suo carretto a mano ed esce di casa, raggiunge il mercato ortofrutticolo e investe una manciata di “afghani”, la valuta locale, per comprare ortaggi da rivendere. “Di solito spendo sui 1.200 o 1.300 afghani – dice – e torno a casa solo quando ho venduto tutto, spesso la sera dopo le 18. A volte mi resta qualche ortaggio invenduto e lo cuciniamo a casa”. Il suo lavoro, quando va bene e vende tutto, gli rende “in media cento afghani al giorno”: meno di un euro. Ci deve mantenere Najiba Waif, la moglie 40enne, e i suoi sette figli. “L’importante – dice – è riuscire a dare da mangiare almeno una volta al giorno a Farnaz e Aleria”, due bimbe che hanno 3 e 5 anni, “e ad Arezo e Ahmad Rashid”, un bambino e una bambina che ne hanno una decina.

Daiawar Asifi vende frutta per strada. È l’unico membro della famiglia a lavorare. Viveva di agricoltura, ma la terra gli è stata espropriata 4 anni fa dai talebani

Daiawar Asifi, 54 anni, con la moglie Naijba, 40 anni, e i loro sette figli: Shaminaz, 23 anni, Yasamin, 19, Arezo, 10, Aleina, 5, Faranaz, 3 anni, Ahmad Reshed, 15 e Ahamad Rashid, 10

Shaminaz, la figlia di Daiawar, nella loro casa a Kabul

La famiglia Asifi in un momento di preghiera

Gazzelle in fuga sono anche Mohammad e Nouria Khurasany, 35 e 34 anni, tre lauree in due: lui è sciita, lei sunnita, sono la piccola borghesia illuminata di Kabul che da un giorno all’altro ha perso tutte le certezze costruite in vent’anni, e ora si trova scioccata a domandarsi “come e dove ripartire”. Nouria insegnava in una scuola superiore, ma “da due mesi non prende lo stipendio: i talebani vietano alle studentesse di studiare e alle loro professoresse di insegnare”, dice mentre gustiamo una deliziosa colazione afghana nell’appartamento in affitto in cui si sono trasferiti tre anni fa. Intanto i due bimbi giocano con i cellulari dei genitori.

A Kabul, avere internet a disposizione a casa è un lusso che poche famiglie possono permettersi. “Sono un uomo d’affari, ho tre società attive nel campo dei servizi – racconta Mohammed – ma dall’arrivo dei talebani è tutto fermo. Mi hanno requisito gli uffici principali, e soprattutto hanno azzerato l’economia su cui si basavano le mie società. Ho un’agenzia di viaggi, ma in questo Paese non si viaggia più: sono rimasti pochissimi voli interni, per esempio da Kabul a Mazar-i Sharif c’erano quattro voli al giorno e ora ce ne sono tre settimanali”. Le altre due società si occupano di “ricerca del personale, servizi alle imprese e alle persone, visti e organizzazione di periodi di studio all’estero: ma è tutto paralizzato, non ci sono soldi e lo Stato non emette neppure più i passaporti”.

Mohammad Khurasany, uomo d’affari, nel suo studio a Kabul. Aveva tre società nel campo dei servizi, ma dall’arrivo dei talebani sono ferme

La famiglia di Mohammad, 35 anni, è composta dalla moglie Nouria di 34 anni, Isoubman di 6 e Imran di 4. Afghani della classe media, laureati, conducevano una vita agiata in uno stile moderno, frequentando ristoranti e caffetterie. Oggi sono senza lavoro

Nouria prepara il pranzo per la sua famiglia

In una piccola corte condivisa con un’altra famiglia, Faizoudine Alizada e la moglie Nafisa, 44 e 37 anni, vivono dalla mattina alla sera “nell’attesa che succeda qualcosa che non succede mai”. Sigillati in casa, depressi come nonna Khilo, che ha 72 anni e “passa le giornate a lamentarsi e a dire che non ha più voglia di vivere”. Loro sono Hazara, la comunità di origine cinese e di religione sciita pesantemente discriminata dai talebani – che sono di etnia e lingua Pashtun, e di religione sunnita – e la loro vita che scivolava via sopra la linea di sopravvivenza ora è precipitata ben al di sotto. “Non paghiamo l’affitto da due mesi, il proprietario di casa ha lasciato l’Afghanistan ma manda i suoi parenti a riscuotere.

Per ora siamo riusciti a resistere con i prestiti, ma non so quanto durerà”, dice Nelofar, una ragazza 18enne che parla un ottimo inglese imparato a scuola. “Tutto andava bene, prima che i talebani prendessero Kabul: papà lavorava come tassista, ma oggi non ci sono più clienti: quando ci prova spende più di benzina di quanto incassi”. La vecchia auto è parcheggiata nella corte interna accanto a cumuli di taniche giallognole di cui è disseminato l’Afghanistan: “Ci raccogliamo l’acqua”, spiegano. Quella corrente non è disponibile in almeno metà della capitale, e in quasi tutto il resto dell’Afghanistan; i pozzi interni, se ci sono, vanno alimentati con la corrente elettrica, che però arriva al massimo per un paio d’ore al giorno, a meno che non si abbiano i pannelli solari o il generatore ma è un lusso per pochi. E in ogni caso i pozzi pescano in una falda inesorabilmente inquinata da una rete fognaria quasi inesistente. Così, di tanto in tanto bisogna uscire a comprare l’acqua dalle tubature centrali che la portano dai monti, facendo code così lunghe che assomigliano a quelle per il cibo davanti ai supermercati della vecchia Unione sovietica. L’alternativa sono le autocisterne, ma la qualità è ancora peggiore. D’inverno, in ogni caso, quando le tubature ghiacciano, l’unica acqua disponibile per lavarsi o cucinare è quest’ultima; ed è con questa che si prepara il “chai”, il tè che viene bevuto continuamente perché bollire l’acqua è l’unico modo per uccidere i batteri.

Tuttavia, due mesi fa Nelofar era ancora in linea con i suoi sogni. In un attimo sono volati via. “Mi mancavano 2 mesi per finire le scuole superiori, ma non posso più completare gli studi perché i talebani vietano alle ragazze di andare a scuola. Poi mi sarei iscritta a studiare giornalismo o economia, sono ancora indecisa, ma non ho più nessuna speranza. Non solo perché non ho finito le superiori e perché in ogni caso i talebani non lasciano studiare le ragazze all’università, ma anche perché non abbiamo più i soldi per mantenermi agli studi”. E non è l’unico problema: “Nella mia famiglia l’unico maschio è papà, ma lui oggi è disoccupato e non riesce a trovare un altro lavoro, e nessuna di noi può aiutarlo perché i talebani non lasciano lavorare le donne. Noi tutte siamo chiuse in casa da due mesi. Nessuna di noi ha il cellulare, l’unico è quello di papà, e non possiamo neppure vederci con le nostre amiche. Abbiamo troppa paura a uscire di casa, i talebani sono molto pericolosi per noi”.

Faizoudine Alizada, 44 anni, con la moglie Hafisa, 37, e i loro figli Nelofar, 18, Nooruadin, 16, Qais, 7, Ferdous 2, Ilaf, 1, e Khilo, la nonna paterna di 72 anni. Discriminato a causa dell’etnia Hazara, Faizoudine è un tassista che non lavora perché con la crisi non ci sono clienti

IL DRESS CODE DEI TALEBANI

Quando usciamo dalla loro casa nella piccola corte di questo quartiere periferico, in cui vivono migliaia di famiglie Hazara, nel dedalo di vicoli che portano alla strada principale passa un’auto con almeno sei talebani a bordo. Dai finestrini abbassati filtra un’ossessiva musica sacra, una specie di rap devoto, l’unica ammessa dalla teocrazia oscurantista al governo. Se fosse un film, sarebbe una delle tante pellicole girate in un quartiere difficile di una città americana, con le gang a spasso su vecchie auto tra sbruffonerie, musica trap e pistole in vista. Quando ci affiancano, iniziano a urlare nei nostri confronti: non gli va bene il modo in cui vestiamo. “Voi occidentali non avete ancora capito che le cose sono cambiate qui?”, sbraitano con uno sguardo d’odio che non promette nulla di buono. Ma non vanno oltre, si accontentano della sgridata e proseguono l’ispezione. Sono la buoncostume dei vicoli di Kabul, quella che atterrisce le ragazze acciuffate da sole in strada.

Non ci sono regole chiare, in realtà, su cosa sia lecito e cosa non lo sia dal punto di vista del costume. Più volte i mullah talebani hanno detto che i parrucchieri devono smettere di radere le barbe agli uomini, per esempio, ma molti uomini continuano ad avere la barba rasa. Nel centro di Kabul e delle città principali come Herat, Mazar-I Sharif e persino Kandahar – dove la matrice culturale dei talebani è più radicata – gli studenti coranici hanno capito di non poter imporre un balzo all’indietro di venti anni fino ai tempi del primo Emirato Islamico, quando governavano con il pugno forte su un Paese stremato e docile. In questi anni le città hanno vissuto un gran fermento culturale e sociale, l’istruzione ha forgiato una generazione di afghani preparati, relativamente liberi, lontani anni luce dalla barbarie medievale dei talebani. Ma come esci dal centro, ecco la morsa stretta della cultura retriva dei talebani. Ronde di squadracce atterriscono le ragazze, pestano a sangue le donne che osano uscire sole o mostrare il volto.

Il dress code dei talebani è la sciatteria programmatica, il senso culturale è la ribellione alla cultura dell’immagine occidentale, il risultato è una forma di imbecillità antiestetica. I capelli, per i maschi, dovrebbero essere portati lunghi e senza acconciature alla moda: se in centro è pieno di giovani con i capelli scalati e ciuffi più o meno evidenti, e i parrucchieri nei quartieri alla moda continuano a proporre tagli sofisticati e un po’ pacchiani, in periferia rischiano una manganellata o peggio, come un colpo in faccia con il calcio del kalashnikov. Anche in centro, però, è ormai raro vedere ancora qualcuno indossare i jeans o i vestiti all’occidentale. Nelle scorse settimane un ragazzo ha condiviso su Facebook la sua disavventura: “Stavo camminando a Kabul con degli amici”, dice, quando un gruppo di soldati talebani ci ha fermati accusandoci di offendere l’Islam. Indossavano jeans e magliette, due suoi amici sono scappati, racconta, gli altri sono stati picchiati e minacciati con i fucili puntati.

Waheedullah Hashimi, comandante talebano

Ma è ben noto che non siano gli uomini i più minacciati dall’ignoranza e dalla furia dei talebani. Tutti sanno che razza di non-vita fossero costrette a vivere le donne nel primo emirato, prima della cacciata nel 2001: vietato ridere, unirsi a gruppi in cui fossero presenti uomini, affacciarsi al balcone e vestirsi con qualsiasi altra cosa che non fosse un burqa, completamente coperte – per il cento per cento della pelle – dagli sguardi maschili. Ma oggi che i talebani vanno in giro blaterando di essere cambiati rispetto ad allora, nessuno in effetti ha ancora avuto il coraggio di imporre per iscritto il burqa e gli impedimenti più retrivi.

Waheedullah Hashimi, un comandante talebano, ha detto alla Reuters che “i nostri ulema decideranno se le donne debbano indossare l’hijab, il burqa o semplicemente il velo o l’abaya. Spetta a loro decidere”. Non lo hanno ancora fatto, ufficialmente. Altri mullah hanno sostenuto tesi diverse, e l’incertezza è persino peggio del divieto. Migliaia di donne si sono definitivamente chiuse in casa, autocensurate perché nell’assenza di regole chiare il rischio di essere picchiate o persino uccise, come accadeva prima del Duemila, non è stato escluso da nessuno, e anzi si diffondono testimonianze di severe prevaricazioni.

L’errore più diffuso, quando si ragiona dell’Afghanistan dei talebani, è considerarlo uno Stato con leggi e regole definite. In realtà, il Paese sta vivendo in un bizzarro regime di dittatura teocratica, con l’imposizione di un canone rigoroso di regole morali e una generale anarchia per tutto il resto. L’ossessione per i costumi è incredibile e fuori dal tempo. A Ghazni, un grande centro a un’ora da Kabul lungo la strada per Kandahar, le autorità hanno diffuso proclami imponendo il divieto di ascoltare musica e di usare i telefonini, di radere la barba, mentre alle donne è vietato uscire senza un accompagnatore e a entrambi i sessi è proibito indossare vestiti chiari e attillati, od occhiali e cappelli alla moda. Persino il gelato, chissà perché, è finito al bando. Ma i talebani sono un governo di bande, e ogni banda – ogni governatore locale – detta legge e canta la sua musica. Quel che è lecito o tollerato a Kabul può essere peccato mortale nei distretti dell’Helmand, la provincia ribelle in cui il controllo dei talebani, in molti distretti, non è mai venuto meno.

Ronda dei talebani su un pick-up nelle strade di Kabul, 30 settembre 2021

Un combattente talebano controlla i pendolari a un posto di blocco stradale. La nuova forza di polizia dei talebani, secondo il loro portavoce, conta circa 4.000 uomini nella capitale. Kabul, 3 ottobre 2021

PRECETTI MORALI E ANARCHIA

L’ossessione per i precetti morali del vero Islam arcaico che hanno imparato nelle madrasse, inculcato a forza a bambini a cui è stato insegnato a caricare un kalashnikov e a recitare a memoria il Corano ma non a scrivere il proprio nome, si traduce in un colossale caos amministrativo. Basta osservare il traffico di Kabul per averne la fotografia immediata. Il senso di marcia non esiste, i semafori neppure: anche quando sono accesi, nessuno li rispetta o semplicemente li osserva. In strade a tre corsie per senso di marcia, nel traffico caotico della capitale c’è pieno di auto che si immettono contromano in corsia di sorpasso piuttosto che arrivare alla prima inversione possibile.

E se all’incrocio trovano un talebano, a cui è affidato anche il controllo del traffico? Nessun problema, sarà lui stesso a favorire il rientro nella corsia corretta. “Non era affatto così prima dei talebani – dice Waris, dirigente di un’impresa di telecomunicazioni a Kandahar – ma adesso non ci sono regole, nessuno controlla. Le patenti, per esempio. O i documenti dell’auto. Prima c’erano controlli continui ai check point, ora ci sono molti meno posti di controllo e non viene mai richiesto nulla che abbia a che vedere con la documentazione. Si limitano a controllare che non ci siano armi a bordo”. L’effetto è quello di un caos incredibile a cui i talebani fanno fronte con gli strumenti che conoscono: battono le auto con frustini o bastonate per imporre agli autisti di non fermarsi e di levarsi dai piedi, come farebbe un mandriano ineducato con le sue vacche riottose.

Una volta conquistato il Paese con inattesa facilità per la fuga precipitosa del governo afghano di Ashraf Ghani, a cui la coalizione internazionale aveva incautamente lasciato le chiavi della difesa del Paese contro i barbari fondamentalisti, è evidente che i talebani non sanno come gestire uno stato moderno. “Per riuscire a governare l’economia e la complessa macchina amministrativa dello Stato – dice Abdul Wahid Farzaee, docente di Diritto pubblico e di Scienze politiche all’università di Kabul, e celebre commentatore nelle televisioni afghane prima della conquista talebana – i talebani dovrebbero usare tutte le risorse a loro disposizione.

Invece hanno cacciato buona parte delle figure chiave nel precedente governo, hanno rinunciato alla ormai cospicua partecipazione femminile nei ruoli tecnici e dirigenziali e si sono trovati ad affrontare la fuga delle persone più istruite e capaci. L’effetto è immediatamente visibile: il sistema bancario è collassato, la burocrazia amministrativa pure, l’economia si è fermata, e non sono neppure in grado di far funzionare il rilascio dei documenti. Con queste premesse non potranno governare il Paese, ma se cedono rispetto ai loro principi – come quello secondo cui le donne devono restare in casa a fare figli e non certo lavorare – perdono l’appoggio della loro base”.

Bambini afghani memorizzano il Corano in una madrassa durante il mese di Ramadan a Kabul

Intanto, la marcia indietro nel tempo dei talebani non si ferma affatto. Nonostante le proteste internazionali e le pretese che varassero “un governo inclusivo” capace di rappresentare anche le donne e le minoranze etniche hazara, tagika e uzbeka, le concessioni in questo senso sono state praticamente inesistenti, soprattutto sul fronte delle donne che sono rimaste completamente escluse dall’esecutivo. E persino il braccio di ferro della comunità internazionale sul rispetto dei diritti delle donne è scivolato in secondo piano. Brandita come scudo per rigettare qualsiasi ipotesi di un riconoscimento ufficiale del governo talebano, di fatto la condizione femminile inaccettabile imposta dai talebani non ha per ora intralciato un cauto avvicinamento delle democrazie occidentali.

Abdul Wahid Farzaee, docente universitario a Kabul

Tantomeno ha ostacolato l’avanzata dei totalitarismi asiatici, mediorientali e russo verso l’Emirato islamico, a cui negano il riconoscimento ma promettono aiuti e – nel caso di Iran e Pakastan – investimenti infrastrutturali. Eppure, i peggiori incubi sul trattamento riservato alle donne si sono puntualmente avverati.

La stessa decisione di impedire “temporaneamente” la frequentazione delle scuole alle bambine oltre la seconda elementare e alle docenti, e di vietare il lavoro femminile “in attesa di creare percorsi separati in accordo con la legge islamica”, si è rivelata l’ennesima promessa da marinaio degli studenti coranici. Sono trascorsi due mesi e il temporaneo ha tutta l’aria di essere già diventato definitivo, come accadde nel loro primo emirato.

Anche il professor Farzaee ha le valigie pronte. Ha due figli, un maschio e una femmina, e non è più contento di crescerli in un Paese calato nelle tenebre, in cui da celebre commentatore televisivo sia ora ridotto al silenzio dal nuovo potere. “Sto aspettando che maturino alcune condizioni. Certamente non me ne andrò da clandestino o da richiedente asilo, ma ci sono alcune università in diversi Paesi che mi hanno offerto una cattedra e il processo è in corso”, dice. Con lui se ne andranno altre competenze, un fiume ininterrotto in questo Paese sciagurato che non dovrebbe permettersi di rinunciare a nessuna delle sue menti migliori e invece le fa fuggir via imponendo regole medievali, arcaiche, misogine e ributtanti come le punizioni dettate dalla Sharia.

Donne completamente coperte dal burqa in un mercato del centro. Kabul, 22 settembre 2021

Un giovane talebano armato presidia una strada di Kabul, 30 settembre 2021

Una manifestazione di sei donne per il diritto allo studio viene bruscamente interrotta dai talebani che le spintonano e le disperdono con colpi di arma da fuoco in aria. Cercano anche di oscurare gli obiettivi con le mani. Kabul, 30 settembre 2021

LA BARBARIE DELLA BERLINA

Per contrastare la piccola criminalità, per esempio, in tutto il Paese i talebani hanno iniziato a esporre i colpevoli alla berlina, un sistema caduto in declino mille anni fa in Europa. “Per contenere i furti agiamo in accordo con l’Islam – spiega un comandante talebano, Qahri Abdul Basit Farooqi – per cui esistono diversi gradi di gravità. Se si ruba un telefonino, un paio di scarpe o una manciata di denaro dipingiamo la faccia di nero e tagliamo ciocche di capelli. Così otteniamo due risultati: eviterà di rubare una seconda volta, e vedendo l’onta della punizione la gente si sentirà rassicurata e imparerà a sua volta la lezione. Per i furti più gravi, invece, per esempio se uno ruba una macchina o un ammontare di denaro importante, lo arrestiamo e gli verrà tagliata la mano. Ma mentre per i furti lievi la punizione viene comminata direttamente sul posto dagli agenti o dai soldati che hanno acciuffato il ladro, per quelli più gravi la decisione spetta alle corti islamiche. Ne abbiamo tre, e solo alla fine del processo può essere deciso il taglio della mano che verrà certamente eseguito in pubblico, allo stadio, davanti a tutti, pubblicizzandolo prima in modo che tutti possano vedere cosa succede ai ladri».

Il videoreportage di Paolo Brera. Kabul, 24 settembre 2021

Per i reati diversi e più gravi, come l’omicidio, c’è invece la pena capitale. Anche qui, per ora non sono arrivate indicazioni ufficiali e inequivocabili dal governo o dalle massime autorità religiose. Teoricamente è ancora aperta almeno la possibilità che gli spettacoli più orripilanti siano risparmiati al pubblico, anziché diventare l’ennesimo esempio terribile per i bambini. Ma al momento nulla lascia pensare che non si percorra la strada più truce.

A Herez è già accaduto due volte che i cadaveri di “rapitori” uccisi dai talebani venissero esposti alla berlina nelle piazze principali, dopo averli issati con le gru per essere di monito a tutti. Nel frattempo, non trascorre giorno in cui non arrivino notizie e immagini orrende di attivisti uccisi, di collaborazionisti decapitati, di ex agenti del precedente governo picchiati “da sconosciuti armati”. Le uccisioni mirate extragiudiziali sono una cartina tornasole inequivocabile della presenza di un sanguinario regime totalitario. Per capire come è possibile che un ragazzo afghano della stessa età dei Maneskin o di Fedez possa accettare e addirittura sposare una filosofia di vita che rinchiude in casa le coetanee e vieta la musica e l’arte, non restava che provare a stringere l’obiettivo su uno di loro; su un ragazzo che a 14 anni ha imparato a uccidere e da allora non ha mai smesso.

VITA DI UN TALEBANO

Alle 4,30 del mattino, Shaid Mal è in ginocchio sul tappetino della preghiera a evocare Allah. “A Kabul, dove ora lavoro, vivo in un grande appartamento con molte stanze insieme a 40 o 50 compagni”, racconta. È una specie di guarnigione talebana, compagni con cui ha combattuto sulle montagne, altri che ha incontrato qui a Kabul. Noi lo abbiamo conosciuto allo zoo di Kabul. Fuori servizio, era andato a dare un’occhiata alle centinaia di specie animali ospitate e gestite dai due veterinari della struttura. Per quindici giorni, a piccole e diffidenti puntate successive, abbiamo approfondito la conoscenza reciproca, con tutte le difficoltà che ciò comporta per il rischio di esporre il traduttore a successive ritorsioni. Chi vive a Kabul il tempo necessario da intercettare i talebani in diverse occasioni, impara a sue spese che le situazioni apparentemente serene possono rapidamente cambiare segno: meglio non dimenticare mai che chi ha in mano le armi e il potere di fare praticamente quello che vuole, può decidere di usarlo quando meno te lo aspetti. Tuttavia Shaid Mal, che non sa leggere né scrivere, è sempre stato corretto e cordiale.

“Vengo da un villaggio dell’Helmand – racconta – e ho sposato una ragazza del mio Paese. L’hanno scelta i miei genitori, da noi si fa così. È mia cugina, abbiamo avuto sei figli. Se la amo? Ma certo che no! Io non amo nessuno, questo sentimento non lo conosco e non lo conoscerò mai: il mio cuore è duro come un sasso, gli unici che amo sono i miei genitori e i compagni che ho perduto combattendo”. E i tuoi figli, Shaid? I bambini? Li fai giocare? “No. Non mi interessano i bambini, se ne occupano mia moglie e i miei genitori”. Nel villaggio, racconta, l’unica istruzione che ha ricevuto è arrivata dalla madrassa, la scuola islamica dove ha imparato a recitare i Corano. “A quindici anni ho iniziato a combattere. Mi è stato assegnato il ruolo di artificiere: io dovevo innescare e disinnescare gli Ied, gli esplosivi a controllo remoto che piazzavamo contro i nemici.

Vuoi sapere come ho imparato? No, nessuna scuola: ci hanno dato un foglio, c’era scritto come si fa. Ma non chiedermi altro, sono segreti militari. Però ho imparato con quel foglio. Gli anni della guerra sono stati durissimi. Ho trascorso molti giorni in montagna senza mangiare nulla: mettevamo una pietra sullo stomaco per sentirci più forti, invincibili. Tanti di noi sono morti davanti a me, uccisi nei combattimenti o finiti per la fame e gli stenti, senz’acqua per giorni e senza cibo. Ho ucciso molto, certo. Non so con sicurezza quante persone, ho provato a fare un conto e so che sono almeno una settantina e forse qualcuno più di cento. Afghani, stranieri… Nemici, infedeli, gente contro cui ci era giusto combattere per l’Islam. Non ho mai preso stipendio, combattevo per l’Islam e per i miei compagni, ci pensavano i capi a darci quello che serviva per vivere”.

Il talebano Shaid Mal nello zoo di Kabul

Non ha un tentennamento. A 28 anni ha l’esperienza di un veterano e il cuore di pietra di un reduce. “Sono stato ferito tante volte. Alcune in modo grave. Guarda”, dice tirando fuori una lastra da una cartellina: “Oggi sono stato da un medico, non mi reggo più in piedi dal male alle gambe. Vedi – dice dando per scontato che qualunque straniero istruito abbia confidenza con una lastra – dicono che devo riposare, che non devo sforzarlo, che forse bisognerebbe operarmi”. Si alza l’orlo dei pantaloni sulle due caviglie, mostrando i segni delle ferite sulla pelle. Lo stesso sul ventre, su un braccio, sul petto in entrambi i lati: “Schegge”, fa segno con le mani. E tua moglie, Shaid? Non era preoccupata? “Lei sa che il mio compito è quello di combattere, e ne è orgogliosa. È nella nostra tradizione, era giusto così”. Hai detto che hai un’altra moglie, ora? “Sì, la sto prendendo in moglie”. Vivrete tutti insieme nella casa della tua attuale famiglia? Ne hai parlato con tua moglie? Hai dovuto chiederglielo o è bastato comunicarglielo? “No, lei non c’entra. La nostra tradizione prevede che io possa avere fino a tre mogli, non è una cosa di cui devo parlare con lei”. Ma non hai sorelle? Non sei triste a pensare che debbano vivere chiuse in casa, con il burqa, usate solo per fare i figli da un altro talebano? “No, è giusto così. È la nostra tradizione che lo vuole, è quello il loro ruolo”.

E ora che avete vinto, Shaid? Che fai, ora che non devi più combattere? “Va molto bene, ho anche preso il primo stipendio. Mi hanno dato 18mila afghani per il primo mese, vedremo se sarà sempre così”. Sono meno di 175 euro, ma è un stipendio buono in Afghanistan. “E mi danno da mangiare, compresi focaccia e tè. Il mio incarico professionale, ora, è cambiato: lavoro per l’intelligence, ma non posso dirti di più”. Ma quando torni a casa che fai? Come trascorri il tempo libero? Come ti diverti con gli amici? “Mangiamo e preghiamo insieme. E parliamo”, dice laconico.

Se questo è un ragazzo di 28 anni, a cui la vita ha strappato dalla carne qualsiasi sentimento che non sia il cameratismo, non è difficile capire perché non sarà così semplice che i talebani cambino davvero, che accettino di aprire le finestre al vento del nuovo millennio. Ma se non lo faranno, se i leoni resteranno leoni, per le gazzelle in trappola non resta che sperare nella comunità internazionale.

Nafisa e Nasima, 16 e 17 anni, mostrano il prestampato in cui si dice che non possono uscire da sole e devono sposare subito un ‘mujaheddin’ o verranno uccise. Kabul 20 settembre 2021

“Questi li troviamo continuamente davanti alla porta”, dicono le sorelle Nafisa e Nasima, di 16 e 17 anni, mostrando due prestampati con le insegne dell’Emirato islamico. “C’è scritto che non possiamo continuare a uscire da sole e senza un uomo; che il nostro compito è sposare subito un ‘mujaheddin’, cioè un combattente talebano, e che se non lo faremo ci uccideranno. Ne riceviamo di continuo”, dicono preoccupatissime. Potrebbero essere presto la preda di un talebano, ma non è l’unico leone interessato a cacciarle: “Il problema più grave è lo zio Ezatullah Wali, il fratello della mamma”, dicono.

Najiba Daewish, la madre di Nafisa e Nasima, ha 47 anni: il fratello l’ha già ripetutamente picchiata. Da quando ha perso il marito, ucciso 16 anni fa, Najiba e le sue figlie sono diventate prede. Per il fratello, Najiba si sarebbe dovuta subito risposare con uno dei cugini. E ora tocca alle figlie. Ma se per tutti questi anni Najiba ha potuto resistere con i risparmi e poi con la pensione di reversibilità di 539 dollari l’anno, ora la partita è persa. “I talebani mi hanno detto che la pensione non mi spetta più, il gruzzolo che avevo da parte è finito e non posso più lavorare. Ogni tanto mi trovo mio fratello Ezatullah davanti alla porta e se non corro come una matta mi riempie di botte, dicendomi che disonoro la famiglia e che devo chiedergli il permesso prima di uscire di casa. Prima o poi mi ammazzerà, me lo ripete di continuo”.

Il compito delle donne, come dice Shaid il talebano, è “stare a casa e pensare ai figli”. Che speranza può avere un Paese in mano a un governo che impone queste regole morali? Un governo, oltretutto, che sta dimostrando a velocità record di non sapere affatto come governare. Perché mentre batte cassa in decine di incontri con le delegazioni internazionali chiedendo e ottenendo la promessa di aiuti umanitari, non è minimamente in grado di mandare avanti l’ordinaria amministrazione e di risolvere i drammatici problemi irrisolti come la rete infrastrutturale inesistente, l’igiene e la sicurezza degli approvvigionamenti idrici, la sanità e l’economia. Vivere diventa ogni giorno più difficile. “Quindici chili di farina costavano 1.200 afghani, ora siamo arrivati a tremila: praticamente raddoppiata in poche settimane”, dice Nouria, che non può più contare nel suo stipendio cancellato dai talebani né sugli incassi del marito, le cui tre società che andavano a gonfie vele sono ferme in secca senza molta speranza di spiegare le vele, almeno per ora. “Sono chiusa in casa, non esco più, passo il tempo a leggere. Non posso neanche portare i bambini al parco, ci sono i talebani appostati”. I leoni se ne stanno tutto il giorno lì, seduti sulle auto giocattolo, a scrutare chi passa con i fucili a tracolla.

2. I “diavoli” del Panshir

di Pietro Del Re

«Sei musulmano, vero?». Il taleb mi fissa con un luccichio maligno negli occhi e con la testa leggermente inclinata, come se così gli fosse più facile indovinare se mento oppure no. Non so che cosa rispondere perché mi dico che fingere è troppo rischioso come del resto lo sarebbe il tentativo di spiegargli perché sono ateo. Provo a cavarmela con l’attenuante geografica rispondendo soltanto che sono nato a Roma, nella speranza che le mie lontane origini possano farmi assolvere. «Convertiti subito, altrimenti andrai in inferno», urla lui con l’aria sdegnata, mettendomi le mani sulle spalle e scuotendomi con violenza. «Sei il primo infedele che incontro, e spero l’ultimo».

Due talebani nel mausoleo di Ahmad Shah Massud. Valle del Panshir, 9 settembre 2021

È il 9 settembre e sono entrato da un paio d’ore nella valle del Panshir appena espugnata dagli “studenti del Corano”, quando improvvisamente realizzo che se il matto che ho di fronte decidesse di farmi fuori e di far scomparire il mio corpo, di me non verrebbe ritrovata neanche una molecola. Nella valle incrocio ovunque talebani armati: sui pick-up parcheggiati davanti agli edifici governativi della provincia, nelle terrazze dei bar sprangati, nelle ville eleganti appena abbandonate. E questi non sono certo le “colombe” del movimento, ma i combattenti che appartengono all’ala più radicale e violenta, ai clan meno tolleranti. Mi chiedo se hanno già profanato la casa che fu di Ahmad Shah Massud, il Leone di Panshir assassinato vent’anni fa, diventata da allora un luogo di culto per la maggior parte degli afghani perché il celebre comandante dell’Alleanza del Nord era anticomunista, perché combatté contro i sovietici e perché sconfisse i talebani.

Per accedervi, in uno dei tanti check-point mi dicono che servono due lasciapassare, uno per risiedere nella valle e uno per uscirne, da richiedere nella sede dell’ex governatorato. Qui, scopro che i talebani adorano la burocrazia, i timbri e i pezzi di carta, sebbene siano in buona parte quasi analfabeti. Ritrovandomi in mezzo a loro per la prima volta in un ambiente chiuso scopro anche che, a differenza della maggior parte degli afghani, gli islamisti puzzano fieramente.

Talebani nello studio di Ahmad Shah Massud. Valle del Panshir, 9 settembre 2021

Visitai la casa di Massud nove anni fa con Faheen Dasthy, che era stato suo segretario e che era recentemente diventato portavoce del figlio, a capo della resistenza sconfitta. Poche ore prima di arrivare nella valle, apprendo che Dashty è stato ucciso da una bomba talebana. Quando finalmente entro nello studio di Massud riconosco le mappe appese ai muri, i solenni divani, le finestre che affacciano sulle cime appuntite dei monti che sovrastano la valle. La stanza è adesso piena di talebani. Il loro comandante, seduto dietro la scrivania che fu del Leone del Panshir, mi chiede a bruciapelo che cosa sono venuto a fare. Dico al mio interprete Shamshad di rispondergli così: «In Europa siete visti come dei diavoli. Sono venuto fin qui per capire chi siete veramente, quali sono i motivi della vostra lotta e quali le vostre ambizioni per il futuro dell’Afghanistan». Ma Shamshad impallidisce. Poi mi dice: «Non posso tradurre “diavoli”, perché s’arrabbierebbero troppo». Insisto: «Traduci quello che ti ho detto».

Dopo qualche istante, il capo comincia a spiegarmi lungamente l’ovvietà, ossia che il solo obiettivo dei talebani è governare il Paese applicando la legge islamica. Alla fine m’invita a visitare il mausoleo del Leone del Panshir dicendomi di aver ordinato a Kabul la lastra di cristallo che ne ricopriva il feretro e che alcuni dei suoi hanno infranto per sbaglio, ansioso di non farli passare per iconoclasti della memoria massudiana. Poi è lui a rivolgermi una domanda. Con sorprendente ingenuità mi chiede: «Ma perché gli abitanti del Panshir fuggono?». Mi viene voglia di rispondere che scappano perché temono rappresaglie, perché anche per loro voi siete dei diavoli, perché eravate i principali nemici del loro idolo. Ma mi limito ad alzare le spalle.

Tagiki in fuga. Valle del Panshir, 9 settembre 2021

Sulla via del rientro m’imbatto nel grande esodo della popolazione, con migliaia di macchine, pullman e camion carichi fino all’inverosimile incolonnati per chilometri lungo l’unica carreggiata che attraversa la valle. È qui che assisto all’efferata prepotenza dei nuovi padroni dell’Afghanistan che per lasciar passare i loro convogli non esitano a minacciare le famiglie in fuga infilando le canne dei kalashnikov nelle auto in fila o facendo scendere gli autisti troppo lenti nel fare manovra per poi picchiarli col calcio del fucile davanti a parenti atterriti. Quando esco dalla valle è già notte. Lì, vengo fermato da un taleb che, tra il serio e il faceto, mi chiede se sto bene e se non sono ostaggio di Shamshad e del mio autista. Gli sorrido, mi sorride e ci fa proseguire. Quest’ultimo episodio non mi fa cambiare il mio giudizio sui talebani, che è gente per lo più brutale, frustrata e bigotta.

Sorgente: Un giorno a Kabul: la vita nell’Afghanistan dei talebani

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