Sea Watch chiede un porto per i 363 migranti a bordo | il manifesto

Sea Watch chiede un porto per i 363 migranti a bordo | il manifesto

2 Marzo 2021 0 Di Luna Rossa

#ilmanifestodibordo. La nave umanitaria ha chiesto il Place of safety per sbarcare i naufraghi a Italia e Malta. Ancora nessuna risposta. Intanto le condizioni meteorologiche stanno peggiorando e a bordo aumenta la stanchezza

Giansandro Merli – SEA-WATCH 3

Se non gli spettasse per legge o buon senso, dovrebbero darglielo per merito. Sulla Sea-Watch 3 ci sono 363 migranti e 22 membri dell’equipaggio che hanno urgente bisogno di un porto sicuro di sbarco. Due dei tre ponti sono pieni di famiglie, padri con figli, donne con bambini, minori non accompagnati, neonati. Vengono da Sudan, Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Camerun, Ghana, Gambia, Guinea, Niger, Nigeria. Un terzo di tutte le persone salvate nei cinque soccorsi operati tra venerdì e domenica hanno meno di 18 anni. Sono riusciti a lasciarsi la Libia alle spalle e a non morire nel Mediterraneo, hanno incontrato questa nave che li ha messi al sicuro ma adesso hanno bisogno di toccare terra. «Il meteo peggiora e ci stiamo dirigendo verso un tratto di mare riparato dal vento, per ora a sud della Sicilia – dice Hugo Grenier, capomissione – Le persone sono esauste. Ce la stiamo mettendo tutta per coprire i bisogni basilari, ma questa situazione non può durare a lungo. La soluzione è a terra, non in mare».

Il Place of safety, il porto sicuro, dovrebbe essere garantito il più presto possibile dopo ogni operazione di ricerca e soccorso (Sar). Quando le persone salvate sono classificate come migranti, però, le autorità considerano gli eventi di natura migratoria invece che Sar. I tempi si dilatano, le responsabilità rimbalzano come una pallina nel flipper. La Sea-Watch 3 ha inviato la prima richiesta di Pos a Malta e Italia sabato sera. La seconda domenica. Da La Valletta, prevedibilmente, non è arrivata risposta, mentre il centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma ha invitato il capitano a coordinarsi con lo stato di bandiera, la Germania. Ieri la richiesta è stata ripetuta, ma il risultato non è cambiato: il Pos ancora non c’è.

«Italy? Italy?», chiedono un gruppetto di ragazzi sudanesi che scrutano l’orizzonte per cercare il profilo della costa. «Malta not good», dicono preoccupati. Intanto la nave ricomincia a oscillare, mossa dal mare che si gonfia. Se ne accorge Amin che guarda l’acqua sbattere sul ponte di poppa. Ha gli occhi stanchi e la testa appoggiata a un corrimano. Ha 18 anni ed è solo. Nell’agosto del 2019 è partito dal Gambia senza dire nulla ai suoi. Arrivato in Algeria ha chiamato la madre per chiedere i soldi per continuare il viaggio. Vorrebbe trovare un lavoro e mandare qualcosa a casa. È l’unico maschio in mezzo a cinque sorelle. «In Libia la situazione è molto dura, non me l’aspettavo», dice. Questo era il suo secondo tentativo di attraversare il mare. Nel primo lo aveva intercettato la cosiddetta guardia costiera libica. Riportato a Tripoli è stato detenuto per sei mesi in una casa a due piani. È uscito solo quando la mamma è riuscita a mandare altri soldi. «Dove voglio andare? In Europa. Ho esperienza come muratore ma vorrei fare il calciatore», dice.

Non lontano c’è Salià, viene dal Mali. È salito a bordo domenica pomeriggio. L’imbarcazione in legno celeste su cui viaggiava era stata avvistata dall’aereo Moonbird, sempre di Sea-Watch. Dall’alto sembrava trasportare una quarantina di persone, invece ne sono uscite 96. Molte erano stipate in un vano sottocoperta. Tra loro Salià. «Ho avuto paura, ma non avevo scelta. Paghi e ti trovi sulla spiaggia con i libici che ti puntano la pistola. Decidono loro dove sistemarti. Ho avuto paura», ripete. Ogni volta che pronuncia la parola «Libia» scuote la testa. Non riesce a spiegarsi tanta cattiveria.

Il suo soccorso è stato il secondo di domenica, una giornata campale per l’equipaggio di Sea-Watch 3. Ha combattuto da solo in un mare sconfinato, andando su e giù per il Mediterraneo centrale. Il primo intervento è iniziato alle 3.20 di notte, col buio. L’ultimo si è concluso alle 4.30 di lunedì. 25 ore dopo. In tre operazioni, di cui l’ultima complicata dall’equilibrio precario di una barca in legno a rischio capovolgimento, sono stati portati sulla nave 216 esseri umani. Ma la sera Alarm Phone ha diffuso altri due Sos.

Alle 23 i due gommoni di salvataggio sono stati calati in acqua per la quarta volta. In 90 viaggiavano stretti come sardine sull’ennesima barca di legno celeste col doppio fondo. Erano in mare da due giorni: senza più cibo, né acqua, stremati e vicini all’ipotermia. Ormai la Sea-Watch 3 non poteva prendere a bordo altre persone. Aveva contattato Roma e La Valletta per chiedere di intervenire. Da Malta nessuna risposta. Da Lampedusa sono partite una motovedetta e un gommone intorno alle 3.30. Un’ora dopo iniziavano il trasbordo dalla zattera gonfiabile in cui le squadre di soccorso avevano trasferito i migranti per rifocillarli e scongiurare il rischio che finissero in acqua.

Sorgente: Sea Watch chiede un porto per i 363 migranti a bordo | il manifesto

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