Fukushima, dieci anni dopo: perché la tragedia nucleare non è ancora finita (e quanto tempo servirà ancora)

Fukushima, dieci anni dopo: perché la tragedia nucleare non è ancora finita (e quanto tempo servirà ancora)

11 Marzo 2021 0 Di Luna Rossa

Dove siamo oggi a dieci anni da quel terribile evento? L’estratto di RaiPlay della puntata di «Ossi di seppia» dedicata alla tragedia nucleare di Fukushima, ricostruita dal giornalista del Corriere della Sera Paolo Salom

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Dieci anni, nell’invisibile mondo dell’atomo, equivalgono a un battito di ciglia, la carezza di una brezza leggera. L’11 marzo 2011 è il giorno entrato nella Storia per lo spaventoso terremoto-tsunami che sconvolse il Nordest del Giappone innescando l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, l’esplosione dei reattori, l’emissione di radioattività nell’ambiente, l’evacuazione forzata di 180 mila cittadini, il terrore per le conseguenze dell’inquinamento di terra e mare intorno alla centrale.

Dove siamo, oggi, a dieci anni da quel terribile evento? La centrale è ancora lì e lo sarà per almeno altri quarant’anni: queste le previsioni per lo smantellamento degli impianti ancora incrostati di materiale radioattivo che si è fuso nelle ore e nei giorni dopo l’invasione dell’area da parte dell’onda di tsunami. Ma sono stime ottimistiche che vengono aggiornate, in peggio, troppo di frequente.

Le zone intorno all’impianto di Daiichi, un tempo brulicanti di vita civile, sono un’edizione rinnovata della regione di Chernobyl, in Ucraina, ancora deserta di vita dopo l’esplosione del reattore nel 1986. Ma allora si trattò di un unico nucleo uscito dal controllo dei tecnici per un errore umano, un’esplosione seguita dai drammatici tentativi di ricoprire quel che rimaneva del mostro. A Fukushima i reattori devastati sono quattro, sono ancora lì, e renderli inoffensivi è una scommessa tecnologica prima che di volontà. Quello che le squadre di «ripulitori» stanno facendo nei campi e nelle strade ricoperte di particelle mortali è noto: si tratta di scavare gli strati superficiali di terreno e riporli in un luogo protetto fino alla fine del pericolo (decenni o centinaia di anni a seconda del tempo di decadimento).

Ma pensiamo ai reattori danneggiati: finora tonnellate e tonnellate di acqua sono state usate per raffreddarli. Poi, l’acqua contaminata è stata stoccata in cisterne stagne. Fino a riempirle e a costringere i responsabili di questa opera immane di svuotarle nell’oceano con le conseguenze immaginabili per flora e fauna marina. Non solo, cosa succederà quando verrà il momento di imprigionare e rendere inoffensivo quel che è rimasto delle barre di combustibile fuso all’interno dei reattori? Basti pensare che ancora non è chiaro quanto di questo combustibile sia tracimato nella falda sottostante (e nel caso sarebbe impossibile recuperarlo) e, comunque, non è ancora stato inventato uno strumento, si presuppone robotico, capace di operare in quell’ambiente dove la radioattività è massima, senza rompersi in pochi secondi. Fukushima anno zero? Forse la vedranno i nipoti dei nostri nipoti.

A dieci anni di distanza, la tragedia è stata ricostruita dalla trasmissione di RaiPlay Ossi di seppia. Il rumore della memoria (puntata integrale sul sito www.Raiplay.it) con un titolo esaustivo: Fukushima, il disastro che dopo Cernobyl avremmo potuto evitare.
La puntata fa parte della serie prodotta da 42° Parallelo per la piattaforma Ott del Servizio pubblico.

Sorgente: Corriere della Sera