Foibe e giuliano-dalmati: quanto conoscete la storia ?

Foibe e giuliano-dalmati: quanto conoscete la storia ?

10 Febbraio 2021 0 Di Luna Rossa

Dalla caduta del muro di Berlino stiamo assistendo ad una sistematica demolizione di tutto ciò che è sinistra, cultura di sinistra, valori di sinistra. I maggiori responsabili sono ovviamente i fascisti, gli anticomunisti viscerali e quelli di comodo: gli ex-craxiani, i revisionisti dell’ultima ora.

Gli italiani che vivevano in Istria, venezia giulia e Dalmazia sono stati coivolti nella guerra, perseguitati e obbligati a lasciare le proprie case. Alcuni sono stati uccisi e sepoltinelle foibe. Perché? Sul tema delle foibe in particolare c’è il tentativo di creare un olocausto italiano da addebitare ai comunisti (Togliatti, il Pci). E’ vero: nelle foibe sono stati uccisi molti italiani (circa 4500 stando a stime di parte italiana) e l’esodo dei giuliano-dalmati in Italia nel dopoguerra è sicuramente una brutta pagina che l’Italia democristiana non ha saputo gestire nel migliore dei modi. I movimenti fascisti e post-fascisti hanno subito approfittato e strumentalizzato questi eventi fino ad oggi, per motivi di opportunità politica e di interesse, non certo per amor patrio.
Ma come in tutti gli eventi storici, la storia bisogna conoscerla bene e raccotarla interamente, non solo dal 1943 al 1945… Infatti la storia inizia ben prima, e le responsabilità sono da cercare da tutta un’altra parte…

Qui di seguito una serie di contributi e links interessanti sulla questione.

Contributo 1: un po’ di storia
Sulla questione dei cosiddetti “martiri delle foibe” e dell’esodo degli italiani dalle terre restituite alla Jugoslavia siamo intervenuti diverse volte, e in particolare ricordiamo l’articolo assai esaustivo “Sulla questione delle foibe. Origine, storia, cause e responsabilità” (Il Bolscevico n. 29/2001). Ne riassumiamo qui brevemente alcuni elementi storici essenziali: Dopo l’annessione all’Italia dei territori della Slovenia e della Croazia stabilita col trattato di Rapallo del 1920, il fascismo mussoliniano attuò, con la complicità della Chiesa, un’italianizzazione forzata della popolazione, basata su una politica razzistica di snazionalizzazione delle popolazioni autoctone (divieto dell’uso del serbo-croato, imposizione dell’italiano nelle scuole e negli uffici pubblici, italianizzazione dei cognomi), di epurazione dei posti di lavoro sostituendo mano d’opera locale con italiani immigrati, e con scorribande delle squadracce nere che seminavano il terrore nelle città e nei villaggi per scoraggiare qualsiasi ribellione. Nonostante ciò le ribellioni della popolazione slava ci furono, e centinaia furono i processi e le condanne a morte comminate dai tribunali speciali fascisti.
La situazione si aggravò ulteriormente a partire dal 1941 con l’aggressione nazifascista alla da poco nata Jugoslavia (1929), e con la costituzione dello Stato fantoccio di Croazia guidato dai sanguinari ustascia di Ante Pavelic. Questi ultimi, insieme ai nazisti, misero letteralmente a ferro e fuoco quelle terre. Nelle zone occupate dall’esercito italiano le repressioni, le stragi, gli incendi di villaggi e le deportazioni nei campi di concentramento, dove si moriva a migliaia per fame, malattie e torture, non furono però inferiori. Un milione di morti vittime della repressione nazifascista, più altri 700 mila caduti nella lotta di liberazione: questo il tributo di sangue pagato dagli jugoslavi alla feroce politica di aggressione e di conquista di Mussolini e Hitler verso quella nazione.
è da questo tragico retroterra che scaturiscono episodi – peraltro più circoscritti di quanto la propaganda fascista e revisionistica tende a far credere – come quello delle “foibe” e degli “esuli” istriani e dalmati. Nelle “foibe”, nel settembre 1943, furono gettati dalla popolazione insorta e dai partigiani jugoslavi alcune centinaia (e non migliaia come sostengono i fascisti) di fascisti, nazisti, slavi collaborazionisti, ustascia e cetnici, colpevoli di gravi crimini di guerra contro la popolazione, processati, passati per le armi e quindi infoibati.

Contributo 2: il lager di Arbe
Nel Lager di Mussolini sull’isola croata furono rinchiusi 15.000 internati. Il regime di detenzione era così duro che vi furono circa 1.500 morti. Una pagina di storia rimossa, all’insegna del mito “Italiani brava gente”.
Il problema della memoria dei crimini che gravano sul passato di una Nazione implica la questione della scrittura della storia, ovvero di ciò che del passato fa storia e fonda, in senso ampio, gli orientamenti sociali e culturali del presente. La storia ufficiale e le idee dominanti che circolano, soprattutto attraverso i media, rispetto al passato di una Nazione ne strutturano una immagine che tende ad essere omologante e ad eleggere un “oggetto unico” di memoria che non corrisponde affatto alla somma algebrica delle singole memorie in questione (i diversi soggetti coinvolti e le tappe storiche che vi si riferiscono).
I discorsi ufficiali sul passato sono pertanto verità parziali, spesso tentativi di autoglorificazione in cui è possibile riconoscere le idiosincrasie e le contraddizioni, i sintomi di verità ben più grandi e inquietanti, rimossi da una memoria illusoriamente portata a circoscrivere la barbarie nell’altro e ad evitarne l’integrazione nella nostra soggettività storica.
La memoria di una Nazione si compone dunque di un “racconto” costituito da parti “scelte” del passato: alcuni eventi vengono esaltati, altri rimossi.
Queste “parti scelte” non sono pertanto frutto del caso, ma sono strutturate e interpretate in modo tale da tracciare le grandi linee di quella che possiamo chiamare una ” singolarità nazionale”, la delimitazione cioè dei confini di significato entro cui è possibile inscrivere il giudizio sul passato e su quanto ad esso è legato.
In questa prospettiva, ad esempio, la specificità del fascismo italiano nella vicenda delle persecuzioni razziali durante la Seconda guerra mondiale non è stata definita, nel dopoguerra e negli anni successivi, sulla base della valutazione dei crimini commessi dagli italiani, ma è stata costruita, al contrario, operando un confronto con il fenomeno della deportazione e dei Lager nazisti. Eleggendo come “oggetto unico” della memoria della persecuzione razziale il Lager tedesco, questo confronto (insieme alla diffusione del mito degli “italiani brava gente”), ha banalizzato e relativizzato i crimini compiuti dall’Italia fascista ed ha costruito così una “singolarità nazionale” forgiata sul modello del “male minore”.
Se negli ultimi anni una parte della storiografia italiana sta criticando e tentando di smontare questo modello del “male minore” tramite, ad esempio, lo studio delle misure di internamento adottate dal governo italiano prima dell’8 settembre del 1943, quindi nel periodo precedente l’occupazione tedesca, prendono forma tuttavia altri modelli di banalizzazione e tentativi nuovi di cancellazione dei crimini italiani. Pensiamo a questo proposito al fenomeno recente di diffusione del “mito delle foibe” operato da una parte del mondo intellettuale e politico italiano: il giudizio sul passato non si fonda qui sul confronto con un “male peggiore”, ma è emesso addirittura tacendo sulle proprie colpe e, di conseguenza, ignorando l’ineludibile concatenazione storica degli eventi. Si assiste infatti in Italia ad una attitudine generalizzata a parlare del “caso foibe” (l’uccisione di italiani da parte dei partigiani di Tiro nel periodo a cavallo della primavera del 1945), decontestualizzando questa vicenda da quella più generale dell’aggressione nazi-fascista della Jugoslavia nella primavera del 1941 e dalle successive politiche di “pulizia etnica” intraprese dal governo di Mussolini: l’internamento delle popolazioni delle zone jugoslave annesse all’Italia in campi di concentramento ed altre misure ad esso collegate come ad esempio il saccheggio e l’incendio di villaggi e l’uccisione di ostaggi.
Intessuto attorno al silenzio di questi crimini, il “mito delle foibe” rappresenta un vero e proprio tentativo di costruire un discorso “restauratore” riguardo alla vicenda del dominio italiano sul territorio jugoslavo occupato e all’atteggiamento fascista nei confronti degli “allogeni”, un discorso che, riconoscendo all’Italia solo lo statuto assoluto di “vittima” e non quello, antecedente, di “aggressore”, mira a ristabilire una presunta integrità e una dignità storica impossibili da provare. Le polemiche suscitate dalla costruzione del “caso foibe” – che si trova attualmente ad un crocevia di giudizi storici, politici e giudiziari – rendono particolarmente importante ristabilire l’intera verità storica, precisare cioè quali sono state le responsabilità dell’Italia che pesano sul destino subìto dalle popolazioni slovene e croate prima e durante l’occupazione della Jugoslavia.
La sua vicenda è emblematica del modo in cui questi crimini siano praticamente assenti dalla topografia della nostra memoria nazionale e di come il silenzio in Italia contrasti con la memoria viva dei luoghi e delle popolazioni coinvolte. Il campo di Arbe fu aperto nel luglio del 1942 ed ospitò complessivamente circa 15.000 internati tra sloveni, croati, anche ebrei. In poco più di un anno di funzionamento (il campo cessò di esistere il 1 settembre del 1943), il regime di vita particolarmente duro causò la morte di circa 1.500 internati.
La memoria delle vittime (in maggioranza slovene) di questo campo italiano è custodita oggi da un grande cimitero memoriale sorto su una parte del campo e sul luogo che, già all’epoca, ne costituiva il cimitero. Al suo interno una cupola racchiude un rnosaico, opera dello scultore Mario Preglj, che simbolizza la lotta eterna dell’uomo per la conquista della libertà. Poco lontano dal complesso commemorativo alcune sporadiche baracche, inglobate nei terreni coltivati di privati cittadini, sfuggono allo sguardo del visitatore distratto. La loro presenza è però ancora in grado di rievocare in modo autentico il progetto inquietante che l’Italia fascista aveva riservato alle popolazioni della Jugoslavia assoggettate al suo dominio.
Nel settembre di ogni anno, nell’anniversario della liberazione, questo “luogo della memoria” ospita una sentita cerimonia a cui partecipano rappresentanti delle Repubbliche slovena e croata e nutriti gruppi di ex internati. A queste cerimonie né la società civile, né il governo italiano sono mai stati presenti. Il silenzio da parte italiana è stato finalmente rotto il 12 settembre di quest’anno, in occasione del 55′ anniversario della liberazione del campo: la Fondazione Internazionale “Ferramonti di Tarsia” ha partecipato alla manifestazione con una propria delegazione, ed ha apposto all’ingresso del cimitero una lapide il cui testo, scritto in italiano e in croato, dichiara per la prima volta da parte italiana, sullo stesso luogo teatro di questo crimine. le colpe dell’Italia. Il testo della lapide recita:”In memoria di quanti, negli anni 1942-1943, qui finirono internati soffrirono e morirono per mano dell’Italia fascista”.
Il significato dell’iniziativa – che si inserisce nel quadro più ampio delle attività che la Fondazione Ferramonti ha dispiegato in questi anni per promuovere la ricerca e il recupero della memoria dell’internamento civile fascista – è stato precisato dal presidente della Fondazione Carlo Spartaco Capogreco nel discorso che ha accompagnato lo scoprimento della lapide. L’intera cerimonia si è svolta in un clima carico di emozioni e di ricordi ancora vivi, sottolineati dalla commozione con cui, come un comune “giorno dei morti”, gli ex internati e i familiari presenti depositavano fiori e corone sulle tombe delle vittime. A ragione Milan Osredkar, sloveno ed ex intrnato a Gonars, ha definito quello di Arbe “il più grande cimitero sloveno”. La presenza italiana ha suscitato grande soddisfazione tra le autorità politiche e i rappresentanti delle varie associazioni presenti alla manifestazione, segno, forse, della speranza che il lungo silenzio italiano su questo passato tristemente comune venga finalmente messo in discussione e che anche questa verità storica entri nel quadro del dibattito attuale sui rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia negli anni della Seconda guerra mondiale.
Il 55′ anniversario della liberazione del campo è stato anche l’occasione per la presentazione di due pubblicazioni che il croato Ivo Kovacic e l’ex internato, e già ministro sloveno ai tempi di Tito, Anton Vratusa hanno dedicato alla vicenda di Arbe. Questi volumi vanno ad arricchire la già fiorente bibliografia sulla storia di questo campo di internamento dell’Italia fascista a cui la storiografia italiana ha, finora, prestato poca attenzione. Ricordare la tragedia del campo di Arbe e riconoscerne le responsabilità italiane non è però solo un problema storiografico o di politica internazionale, ma anche di sensibilità civile. L’atto pioniere dell’apposizione della lapide va interpretato in tal senso come un gesto dirompente per il “risveglio” della coscienza nazionale atrofizzata, come una denuncia della mancata elaborazione della memoria (collettiva e storica) degli italiani di questo crimine dell’Italia fascista.

Contributo 3: the Fascist Legacy
Fascist Legacy (L’eredità del fascismo), Gran Bretagna 1989 – 2×50 minuti. Regia: Ken Kirby; consulenza storica: Michael Palumbo; fotografia: Nigel Walters; montaggio: George Farley; voce narrante: Michael Bryant.
Documentario prodotto e trasmesso dalla BBC in due puntate, l’1 e 8 novembre 1989, suscitando una protesta da parte dell’ambasciatore italiano a Londra, un’interpellanza parlamentare e articoli apparsi su tutti i maggiori quotidiani italiani. Successivamente è stato acquistato dalla RAI che ne ha prodotto una versione italiana che non è mai stata trasmessa. Affronta il tema della rimozione dei crimini sistematicamente commessi dall’Italia fascista nella costruzione del suo impero, in nome della “superiore civiltà italica” e della sua “missione civilizzatrice”, in Africa (Libia, Etiopia, Somalia) e nei Balcani (Albania, Jugoslavia e Grecia). Massacri di civili, distruzione di interi villaggi, eliminazione delle élite intellettuali e politiche, uso di armi chimiche, distruzione delle colture e del bestiame per ridurre alla fame la popolazione, deportazioni e campi di concentramento con una mortalità che arrivò sino al 50% degli internati. Una serie di orrori, con un bilancio di morti, arrotondato per difetto, di 300.000 etiopi, 100.000 libici, 100.000 greci e 250.000 jugoslavi. La prima parte, intitolata A Promise Fulfilled (Una promessa mantenuta), documenta questi crimini analizzando quanto avvenne in Etiopia e Jugoslavia. Gli episodi e i luoghi più significativi di questi crimini vengono ripercorsi affiancando alle immagini dell’epoca il racconto di testimoni oculari e il commento di alcuni autorevoli storici, fra cui Angelo Del Boca, Guido Rochat e lo jugoslavo Ivan Kovacic. La seconda, intitolata A Pledge Betrayed (Un’impegno tradito) illustra le ragioni per cui i responsabili di quei crimini non furono mai processati e incriminati, contrariamente agli impegni precentemente presi dagli Alleati, né si sviluppò mai un serio dibattito pubblico che rielaborasse la memoria collettiva di tali eventi, rimasta così ancora oggi abbandonata a un’ambigua mescolanza di rimozione e luoghi comuni ereditati dalla propaganda autoassolutoria del regime. Basandosi principalmente sui documenti della Commissione ONU per i crimini di guerra istitutita nel 1943, lo storico Michael Palumbo ricostruisce come Stati Uniti e Gran Bretagna al termine del conflitto appoggiarono deliberatamente i tentativi di chi in Italia voleva affossare le richieste di processare quei criminali di querra italiani che la stessa commissione ONU riconosceva come tali. Testimoni dell’epoca, come il membro della Commissione ONU Marian Mushkat, l’allora ministro degli esteri jugoslavo Leo Mattes, storici come David Ellwood e Claudio Pavone, affiancano la documentazione fornita da Palumbo nel far luce sulla motivazione fondamentale di questo insabbiamento: condannare i criminali fascisti avrebbe messo in moto in Italia un processo di epurazione che avrebbe indebolito il fronte anticomunista, ritenuto essenziale nella logica della Guerra Fredda. Così nessun criminale venne processato, molti continuarono anzi a ricoprire alte cariche istituzionali. Contestualmente si orchestrò una campagna d’opinione che diffuse quel mito del “bravo italiano” ben rispecchiato anche nel cinema che ha affrontato queste vicende. Film come Mediterraneo (1991), I giorni dell’amore e dell’odio (1999) e il più recente Il mandolino del Capitano Corelli (2001) presentano tutti un’immagine del soldato italiano vittima egli stesso e costituzionalmente incapace di crudeltà. Paradossalmente, il massacro di Cefalonia, cui gli ultimi due film citati sono dedicati, venne a suo tempo insabbiato, come tante altre stragi naziste in Italia, prima ancora che insorgesse l’esigenza di non ostacolare il riarmo della Repubblica Federale Tedesca in funzione del ruolo assegnatogli dal suo ingresso nella NATO, proprio per evitare che questi processi potessero determinare un “effetto boomerang”, costituendo un precedente che legittimasse le richieste di processare i criminali di guerra italiani avanzate da Jugoslavia ed Etiopia3. Così, dopo che nel 1953 la pubblicazione sulla rivista “Cinema Nuovo” di una proposta di realizzare un film critico sul comportamento dei soldati italiani in Grecia, che avrebbe dovuto intitolarsi L’armata Sagapò, costò ai suoi promotori Guido Aristarco e Renzo Renzi l’arresto e un processo di fronte a un tribunale militare, un film italiano su questa pagina buia della nostra storia nei Balcani attende ancora di essere fatto. Va ricordato infine come nei confronti dell’Africa il cinema italiano sia riuscito a fare ben di peggio, se si pensa a quel fortunato genere cinematografico di cui negli anni Sessanta sono stati iniziatori Franco Prosperi e Gualtiero Jacopetti con il loro Africa Addio (1966). Un ultimo colpo di coda del razzismo colonialista, sferrato mentre era in atto il processo di decolonizzazione. Un film peraltro prontamente difeso da un autorevole custode della memoria italiana dell’avventura africana come Indro Montanelli. Fra i critici di allora Alessandro Galante Garrone, che in un suo articolo pubblicato su “Cinema Nuovo” nel marzo del 1966, ne denunciava l’ideologia sintetizzandola con il commento espresso all’uscita dei cinema da un suo spettatore ideale: “Quelli sono popoli selvaggi. Avrebbero ancora bisogno di noi bianchi, della nostra civiltà superiore”. Va sottolineato come la censura praticata nei confronti di questo documentario, così come quella attuata dieci anni prima e tuttora mantenuta nei confronti del film Omar Mukthar. Lion of the Desert, che documentava la brutale repressione nei confronti della resistenza libica all’occupazione fascista, vada inserita all’interno di quella politica della memoria che và dalla storiografia defeliciana all’attuale retorica della riconciliazione nazionale. Denunciare i crimini del colonialismo fascista e l’ideologia razzista che li legittimò, smonta infatti una delle basi su cui tale interpretazione del fascismo si regge, vale a dire la negazione del carattere costitutivamente razzista del fascismo. A tal fine si è in primo luogo tentato di allontanare l’Italia dal “cono d’ombra dell’Olocausto”, sino a disegnare un’immagine del fascismo che “come non fu razzista non fu nemmeno antisemita”, secondo le celebri formulazioni di De Felice. Le leggi razziali del 1938 diventano così un fenomeno importato dalla Germania, da condannare oggi come un semplice errore di percorso o una brutta parentesi, relativizzabile inoltre a fronte delle maggiori atrocità del nazismo. Presunte attenuanti queste, tutte inutilizzabili per assolvere il fascismo da quel razzismo antislavo e coloniale che fu persino sanzionato da una legislazione razziale che precedette quella antiebraica e sostenuto da una propaganda sulla superiorità della razza italica che contribuì a preparare il terreno all’accettazione delle stesse leggi antiebraiche. Da qui la necessità di rimuovere totalmente questo razzismo e le atrocità che esso servì a legittimare. Da qui, anche, la costruzione del mito del “bravo italiano” promossa nel dopoguerra, tuttora perfida arma ideologica utilizzata in quel conflitto delle memorie, particolarmente evidente in occasione di celebrazioni come il 25 aprile o il recentemente istituito “Giorno della memoria” e nelle produzioni cinematografiche e televisive italiane di questi ultimi anni, la cui posta in gioco sono gli stessi valori democratici che la lotta contro il fascismo consegnò alla Costituzione dell’Italia repubblicana.

Due testi fondamentali per conoscere i fatti e basati solo su documenti ufficiali:
Italiani Brava Gente? – Angelo Del Boca, Neri Pozza
Italiani Senza Onore – a cura di Costantino Di Sante, Ombre Corte

Alcuni link interessanti: Libro on-line sulle foibe a Trieste Molto interessante e circostanziato.
Foto e testimonianze sulla pulizia etnica italiana in Slovenia. Fondamentale.
Sito di controinformazione sulla Jugoslavia. Una voce diversa e controcorrente sulle questioni slave e balcaniche.
Da Zmag le testimonianze degli storici. Finalmente un po’ di chiarezza.
  

 

Sorgente: ciari.net

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