0 30 minuti 4 mesi

Owen Dowling |  Paul Le Blanc – 23 Gennaio 2024

Per il poeta Langston Hughes, Lenin è un simbolo che «cammina per il mondo» e che continua a farlo anche molto tempo dopo la sua morte. Ma bisogna coglierne la complessa eredità, a partire dalla sua idea di democrazia

Come simbolo della rivoluzione, Vladimir Lenin ha vissuto per tutto il secolo successivo alla sua morte. Un simbolo presente nelle marce della fame o nelle battaglie antifasciste degli anni Trenta, nella resistenza metro per metro a Stalingrado, nelle insurrezioni partigiane in tutta Europa, nella guerra clandestina contro l’apartheid e nella marcia di Ho Chi Minh. Ma è rimasto vivo anche nell’iconografia dei processi di Mosca contro i suoi vecchi compagni e negli slogan dei riformatori socialisti-umanisti della Primavera di Praga. Come ha scritto memorabilmente Langston Hughes, questo Lenin «ha camminato per il mondo». Ma a prescindere dalle crociate politiche per le quali la sua mummia imbalsamata è stata arruolata, l’uomo Lenin è morto di ictus il 21 gennaio 1924.

A cento anni di distanza, un nuovo libro dell’attivista e storico socialista Paul Le Blanc offre una gradita rivalutazione della vita e del pensiero rivoluzionario di Lenin. Lenin: Responding to Catastrophe, Forging Revolution segue Lenin dalla sua infanzia a Simbirsk attraverso la scoperta del marxismo, il suo ingresso nel movimento rivoluzionario russo e l’ascesa dei bolscevichi – dalla repressione alla guerra, all’Ottobre Rosso, al governo rivoluzionario fino all’«ultima lotta», come una Cassandra, contro i semi dello stalinismo. È stata definita «forse la migliore introduzione a Lenin disponibile in inglese».

Owen Dowling ha incontrato Paul Le Blanc per discutere della vita e della morte di Lenin, del suo contributo all’arsenale del pensiero socialista e del suo significato per la sinistra di oggi.

Siamo al centenario della morte di Lenin. Mentre la sua figura passa ulteriormente alla storia, cosa l’ha spinta a comporre questo studio sulla sua vita politica e sul suo pensiero – e perché proprio ora?

Mi sono occupato di Lenin durante tutto il mio percorso di pensiero, scrittura e attivismo. Faccio anche parte del comitato editoriale di Verso Books, Complete Works of Rosa Luxemburg, e uno dei miei colleghi, un eccellente compagno che vive nel Regno Unito e lavora per un editore più tradizionale, mi ha chiesto se volessi prendere in considerazione l’idea di scrivere questo libro. Questo è stato lo stimolo immediato. Come si è scoperto, il suo editore non era interessato, ma la Pluto Press sì.

Un’affermazione chiave che lei fa è che «Lenin è sempre stato un feroce partigiano di una democrazia genuina – che vedeva come governo della maggioranza dei lavoratori». Lei definirebbe Lenin un teorico della democrazia? Che importanza ha avuto nella sua visione della rivoluzione proletaria e, più in generale, della liberazione umana?

Non avevo mai pensato a Lenin come a un «teorico della democrazia», ma apprezzo il fatto che abbia sollevato questo punto: in effetti è vero. Molti leggono Stato e rivoluzione, ma c’è un’opera di Lenin del 1915 intitolata Il proletariato rivoluzionario e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, che include una brillante discussione sulla democrazia e sul suo posto all’interno della strategia per la rivoluzione socialista. Ho pubblicato un importante estratto di quel saggio nel mio libro, perché credo che risponda ad alcune delle questioni che lei ha appena sollevato. Alcuni lo considerano «un avversario della democrazia e un promotore della dittatura». Ma è falso. Voleva una democrazia autentica, non una democrazia fasulla. Riteneva che molta di quella che passava per democrazia fosse una democrazia per i ricchi a spese dei poveri. Voleva spingere per la piena democrazia, perché fosse coerente con la sua visione del socialismo, ma aveva anche un valore strategico.

Lenin vedeva la classe operaia come strategicamente fondamentale e riteneva che il movimento rivoluzionario dovesse basarsi su qualsiasi democrazia esistente, difendendola ma anche sfidandone i limiti e spingendosi verso una democrazia più completa, più genuina, che fosse un percorso verso il socialismo. Quindi, credo che questo abbia contribuito a fare di Lenin un importante teorico della democrazia. Si possono trovare contraddizioni e problemi in Lenin, così come si possono trovare in qualsiasi teorico degno di nota. Ma per chiunque sia sinceramente interessato al legame tra democrazia e socialismo, Lenin è uno dei punti di riferimento.

Quanto è stata importante per la successiva formazione di Lenin l’esperienza della Rivoluzione russa del 1905?

È stata incredibilmente importante, per lui e per gli altri, perché ha comportato un’esperienza concreta di lotta rivoluzionaria. Ci fu un’insurrezione di massa che non fu iniziata dai bolscevichi o dall’Rsdlp Russian Social Democratic Labor Party, ndt], ma a cui essi parteciparono e da cui impararono molto. Un altro aspetto importante è che il Rsdlp non aveva una grande base operaia. Si erano impegnati a lavorare tra gli operai, a reclutare lavoratori, a creare un partito operaio di massa. Ma nel 1905 si creò una base operaia di massa, composta da bolscevichi e menscevichi.

Un paio di altre cose influenzarono Lenin in questa esperienza. Una è la formazione (semi)spontanea di consigli democratici all’interno dei luoghi di lavoro e delle comunità operaie, chiamati soviet, che divennero molto importanti. Non erano controllati da nessun particolare partito politico socialista o di sinistra. Lenin fu molto colpito da questo sviluppo, che stimolò il suo pensiero in diversi modi. Alcuni dei suoi compagni vedevano questi soviet in modo settario («non dovremmo essere coinvolti in quelle sciocchezze; dobbiamo fare la rivoluzione bolscevica»). Lenin entrò in conflitto con alcuni dei suoi compagni su questo punto.
C’era anche il problema di come l’ondata di lavoratori radicalizzati si sarebbe inserita in questa organizzazione sotterranea o semi-sotterranea. Alcuni compagni favorirono un approccio più rigido, ma Lenin spinse in direzione dell’apertura, per attirare sempre più lavoratori nelle strutture del partito. Questi erano dunque aspetti importanti dell’esperienza di Lenin del 1905: l’esperienza rivoluzionaria in sé, il coinvolgimento dei lavoratori, la creazione dei soviet.
Poco prima del 1905 si pose anche un’altra questione. La classe operaia russa era una minoranza relativamente piccola. Poi c’erano i capitalisti, una grande massa di contadini, l’aristocrazia e lo zar. Quindi, se si voleva una rivoluzione democratica per rovesciare lo zarismo, con chi ci si doveva alleare? I menscevichi conclusero: «Be’, questa è una rivoluzione democratico-borghese. Vogliamo lo sviluppo capitalistico e una repubblica democratica, quindi i nostri alleati naturali sono i liberali borghesi». Lenin non era d’accordo e sosteneva la necessità di una «alleanza operaio-contadina”.

Concordava sul fatto che si sarebbe trattato di una rivoluzione democratica e non socialista. Ma, grazie all’esperienza del 1905, considerò anche la possibilità che potesse rivelarsi una «rivoluzione ininterrotta» – usò quest’espressione – con la rivoluzione democratica che si sarebbe diretta verso una rivoluzione socialista più rapidamente di quanto originariamente previsto. Un leader menscevico accusò Lenin di volere «una rivoluzione borghese senza la borghesia». Se guardiamo a ciò che Lenin faceva e diceva in questo periodo, c’è del vero in questo. Ciò ha contribuito a creare dei precedenti nel suo pensiero che si sono imposti con ancora più forza nel 1917.

Quali sono state le linee generali del Partito bolscevico di Lenin e del suo sviluppo dopo il 1905, con il suo principio di centralismo democratico? Dal punto di vista programmatico, quali erano le «tre balene del bolscevismo» [dall’antica fiaba popolare sulle tre balene su cui riposa la terra, ndt]?

Dopo il 1905, ci fu disillusione sia tra i menscevichi che tra i bolscevichi. Alcuni, in particolare alcuni menscevichi, volevano «liquidare la clandestinità» e dedicarsi solo alle attività di riforma legale. Lenin lo considerava opportunistico e un allontanamento dalla lotta rivoluzionaria, a cui si opponeva strenuamente. Ma tra i suoi stessi compagni, alcuni si diressero ulteriormente a destra: «La rivoluzione non è avvenuta nel 1905, ma sta per accadere da un giorno all’altro, e noi dovremmo concentrarci sulla preparazione alla lotta armata, senza preoccuparci troppo delle elezioni della duma zarista e dell’attività sindacale o riformatrice».
Inizialmente Lenin era d’accordo, ma poi concluse che questo avrebbe isolato i bolscevichi, che dovevano essere coinvolti nelle lotte reali della classe operaia e degli oppressi. Così si oppose sia all’opportunistico «liquidazionismo» di alcuni menscevichi sia all’ultra-estremismo di alcuni dei suoi stessi compagni bolscevichi. Molti bolscevichi, e anche altri, si unirono all’orientamento di Lenin. Nel 1912 avevano organizzato un segmento più coerente dell’Rsdlp.

«Centralismo democratico» è un termine usato per la prima volta nel 1905 dai menscevichi, quando loro e i bolscevichi erano ancora nello stesso partito. I bolscevichi e Lenin erano d’accordo sul fatto che avesse senso. Significava che i compagni che lavoravano insieme ai vari progetti discutevano sul da farsi, prendevano decisioni, le portavano avanti e imparavano dai risultati. Questo era un aspetto importante del funzionamento dell’organizzazione intorno a Lenin. Ma i menscevichi avevano un problema: alcuni di loro erano favorevoli alla liquidazione della clandestinità, altri no. Per restare uniti, avevano un funzionamento più lasco in cui ci sarebbero state discussioni e decisioni, ma se le decisioni fossero state contrarie ai liquidatori, non sarebbero state eseguite. Non potevano funzionare con la stessa coerenza dei bolscevichi.
Allo stesso tempo, Lenin e i bolscevichi avevano l’orientamento che ho menzionato, favorendo un’alleanza operaio-contadina per la rivoluzione democratica. E avevano tre richieste che ripetevano continuamente per farle capire a più persone. Queste richieste vennero conosciute come le «Tre balene del bolscevismo», in riferimento a un racconto popolare russo che parlava del mondo in equilibrio sul dorso di tre balene.
Le «Tre balene del bolscevismo» erano: 1) la giornata lavorativa di otto ore, particolarmente importante per la classe operaia; 2) la riforma agraria, per dare la terra ai contadini; 3) un’assemblea costituente per creare una repubblica democratica. Questo riflette l’alleanza operaio-contadina per una repubblica democratica, ed essi avrebbero collegato la loro attività pratica a questo orientamento strategico.

Grazie a questa coerenza organizzativa e politica, tra il 1912 e il 1914 divennero sempre più influenti nel movimento operaio e la forza principale – molto più forte dei menscevichi – all’interno del Rsdlp come partito.

Il 1914 vide l’inizio di alcuni scioperi rivoluzionari, l’inizio di un senso di reale tumulto in Russia forse per la prima volta in modo concertato dal 1905. Poi arrivò la catastrofe: lo scoppio della Prima guerra mondiale. Che significato ha avuto la «catastrofe» della Prima guerra mondiale nella traiettoria del pensiero di Lenin e nel cammino verso la rivoluzione?

Inizierò la mia risposta parlando di oggi. Il cambiamento climatico è in atto, milioni di persone ne soffrono e milioni di persone stanno morendo o moriranno a causa del riscaldamento globale e dell’inquinamento provocato dalle industrie dei combustibili fossili e dal capitalismo in generale. È possibile fermare tutto questo, ma non viene fermato perché non sarebbe redditizio farlo nel breve periodo. Molti di noi ne sono consapevoli e sono inorriditi, sempre più persone vengono colpite e la scienza dice che «la situazione peggiorerà». È una catastrofe, sembra che non ci sia speranza. Ora, credo che dobbiamo continuare a lottare. Di fronte alla catastrofe ci sarà anche una radicalizzazione, e ci saranno opportunità e possibilità di reagire, in modo più duro ed efficace – e noi dobbiamo farlo, secondo me….]
Anche la catastrofe della Prima Guerra Mondiale, come intuì Lenin, avrebbe avuto un impatto radicalizzante, a causa delle sofferenze che i lavoratori e gli altri in tutta Europa stavano affrontando: molti mutilati e morti, molti affetti distrutti, vite trasformate in caos. Questo ebbe un impatto radicalizzante, proprio come il cambiamento climatico è destinato ad avere questo tipo di impatto su un numero maggiore di persone. Lenin sviluppò il suo pensiero strategico e tattico in quel contesto, così come noi dobbiamo farlo nel contesto che sta plasmando il nostro tempo.

Ci sono ovviamente molte cose di cui potremmo parlare: la teoria di Lenin sull’imperialismo, il suo atteggiamento nei confronti del sostegno della Spd allo sforzo bellico tedesco, la conferenza di Zimmerwald contro la guerra, ecc. Ma forse dovremmo passare alla situazione in Russia nel 1917 dopo la Rivoluzione di febbraio e alle Tesi di aprile di Lenin dopo il suo ritorno dall’esilio. Secondo lei, il famoso appello di Lenin per «Pace, terra e pane – Tutto il potere ai soviet» e il suo flirt di quell’estate con una sorta di anarchismo nel suo Stato e Rivoluzione rappresentano più una continuità o una rottura con la traiettoria precedente del suo pensiero?

Sulla questione della continuità o della rottura si parla anche in dibattiti tra studiosi, tra cui io e altre persone come Lars Lih, per esempio. La mia conclusione è che possiamo vedere entrambe le cose. Lars ha sostenuto che c’è molta continuità. C’è del vero in questo. C’è continuità nella nozione di alleanza operaia e contadina per portare avanti la rivoluzione democratica, e anche nella nozione di Lenin di «rivoluzione ininterrotta». C’è il fatto che Lenin e altri avevano anche letto l’introduzione di Karl Marx e Friedrich Engels del 1882 al Manifesto comunista, in cui si chiedeva: «E se la rivoluzione scoppiasse prima in Russia?», rispondendo che questo avrebbe potuto segnalare l’ascesa di forze rivoluzionarie anche in Occidente, che si sarebbero unite ai russi per realizzare una trasformazione rivoluzionaria in Europa e nel mondo. C’è quindi molta continuità tra l’approccio di Lenin nel 1917 e le cose a cui lui e i suoi compagni avevano pensato in precedenza.

Allo stesso tempo, la sua nozione di «rivoluzione ininterrotta» era rimasta sullo sfondo come una possibilità nel 1905, ma è salita prepotentemente in primo piano nel 1917. Non avrebbe potuto scrivere Stato e Rivoluzione nel 1905, quello emerse nel 1917. Quello che c’è in Stato e Rivoluzione, e l’enfasi sui soviet e non su un’assemblea costituente, dimostra che ci sono differenze, ci sono cambiamenti nel pensiero di Lenin nel 1917. In alcune delle sue affermazioni di questo periodo, lo vediamo avvicinarsi a cose che prima aveva respinto con disprezzo, comprese alcune nozioni paragonabili al pensiero anarchico. Quindi, stanno accadendo entrambe le cose: c’è una continuità, ma Lenin non è statico – ci sono dinamiche nel suo pensiero che riflettono le nuove cose che lui e altri suoi compagni stanno imparando e pensando. È importante vedere la continuità e le novità.

Di quale tipo di sostegno popolare godevano i bolscevichi di Lenin alla vigilia della rivoluzione dell’ottobre 1917?

Vorrei citare due resoconti contemporanei utili per rispondere alla domanda: uno è Dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed. Lui descrive l’impennata del sostegno alle posizioni bolsceviche nel settembre e nell’ottobre del 1917. In un periodo precedente non era stato necessariamente così. Ma a causa dell’esperienza vissuta dal popolo dopo il rovesciamento dello zar in febbraio-marzo, un numero crescente di operai, soldati e contadini rifiutava l’orientamento dei socialisti più moderati, dei liberali e dei conservatori che si dichiaravano favorevoli alla rivoluzione, perché non riflettevano le aspirazioni del popolo che aveva effettivamente rovesciato lo zar.
A questo proposito, desidero coinvolgere anche Isaac Don Levine. Reed era totalmente solidale con i bolscevichi e si unì al movimento comunista poco dopo la Rivoluzione. Isaac Don Levine era un tipo diverso: era un immigrato dalla Russia, parlava correntemente il russo, le sue simpatie erano per Alexander Kerensky – non amava particolarmente Lenin. Ma scrisse un libro basato su articoli di giornale che aveva scritto per il New York Tribune, un libro intitolato La rivoluzione russa, che uscì nel giugno 1917.
Riferì che c’era quello che Leon Trotsky in seguito chiamò «doppio potere». C’era un governo provvisorio composto da conservatori e liberali e da alcuni socialisti moderati, che Levine paragonò nel suo orientamento al governo degli Stati uniti sotto Woodrow Wilson. Poi c’erano i soviet, composti dal popolo che aveva combattuto e versato il sangue per rovesciare lo zar. Egli scrisse che i Soviet erano socialisti. Credevano che fosse necessario prima rovesciare l’autocrazia, rovesciare lo zarismo, ma poi volevano andare avanti per porre fine alla guerra e creare un mondo socialista. Questo è ciò che Levine riferiva nel giugno 1917.
Quando Lenin diceva «Tutto il potere ai soviet», questo era il contesto in cui risuonava lo slogan bolscevico. Poi, durante l’estate, i menscevichi e gli altri moderati si screditarono e i bolscevichi ne uscirono piuttosto bene, e il loro slogan ebbe ancora più risonanza. Quindi, in quel momento, avevano un sostegno significativo, certamente tra i soldati rivoluzionari, gli operai e ampie fasce di contadini.

Come si tradusse in pratica il pensiero di Lenin sulla «dittatura democratica del proletariato e dei contadini» durante i primi anni del governo rivoluzionario? Quale impatto ebbe l’esperienza della guerra civile sulla cultura politica del Partito bolscevico di Lenin?

Fino al 1917 si può notare una coerenza e un’uniformità nella teoria e nella pratica di Lenin e dei bolscevichi. Direi che era super-democratica: credevano nella possibilità di un potere sovietico, che significava potere da parte dei consigli democratici degli operai, dei soldati, dei contadini e di altri – una democrazia genuina, radicale, completa. Poi, con la guerra civile, gli interventi stranieri e il crollo dell’economia, questo è diventato impossibile. Fu una situazione brutale, che portò Lenin e i suoi compagni a stabilire una dittatura non del proletariato, della classe operaia, ma del Partito Comunista. Il Partito comunista russo era al comando e scatenò il cosiddetto Terrore Rosso.
Fu preceduto e interagì con un «Terrore Bianco», non meno brutale, sostenuto e finanziato dai governi di Gran Bretagna e Francia, Stati uniti e altri, per distruggere il governo rivoluzionario. Dal punto di vista dei generali e degli ammiragli russi che erano a capo delle forze controrivoluzionarie bianche, essi volevano instaurare – se non di nuovo lo zarismo – una sorta di dittatura militare che avrebbe spazzato via i rivoluzionari e i ribelli della classe operaia. Era una realtà brutta, feroce e brutale. Ci furono violazioni dei diritti umani da entrambe le parti, la situazione sfuggì al controllo in tutti i modi e furono commessi errori, errori terribili che non erano coerenti con ciò che Lenin e i suoi compagni avevano scritto, detto e fatto fino al 1917.
Fu un disastro. Alcuni hanno sostenuto che attraverso questa violenza autoritaria Lenin e i suoi compagni stessero cercando di creare un nuovo percorso verso il socialismo. Ma non stavano cercando di crearlo; stavano cercando di sopravvivere. Alcuni possono aver sostenuto che si trattava di «una nuova via al socialismo», ma di certo non lo era, e a un certo punto gran parte di essa dovette essere abbandonata.

Il pensiero di Lenin sulla «dittatura democratica del proletariato e dei contadini» prima di questa catastrofe subì un parziale cambiamento, anche se c’era una certa coerenza. Lenin percepì che questo sarebbe stato l’inizio di una rivoluzione socialista in Russia, a cui si sarebbero uniti altri paesi che stavano subendo lo stesso impatto della Prima guerra mondiale che avevano subito gli operai e i contadini russi. Per questo motivo, si riferì a ciò che stava nascendo in Russia, il governo, come «una dittatura del proletariato in alleanza con i contadini». Per Lenin c’era ancora un contenuto democratico, ma nel periodo della guerra civile questo svanì in gran parte. Ci sono stati diversi bolscevichi che hanno combattuto per i vecchi ideali, e a un certo punto lo ha fatto anche Lenin. Non rinunciò mai alle vecchie idee, ma ritenne che dovessero essere accantonate nella crisi della guerra civile. Tentò di riportarle in auge mentre stava morendo.
Ma l’esperienza della guerra civile era stata devastante e aveva spinto la rivoluzione a una svolta antidemocratica. C’è un libro molto bello del compianto Arno Mayer, intitolato Furie, che analizza la violenza e il terrore nelle Rivoluzioni francese e russa. Mayer documenta molto di quello che è successo e credo che metta il dito sulla dinamica in un modo su cui vale la pena riflettere.

Nel penultimo capitolo, lei descrive in modo piuttosto toccante gli ultimi anni di vita di Lenin, debilitato dopo una serie di ictus. Lei fa riferimento al libro di Moshe Lewin del 1968, L’ultima battaglia di Lenin. Che cos’era questa battaglia? Qual era il suo famoso «testamento» e – soprattutto in occasione del centenario della sua morte – che posto dobbiamo dare a questi testi nel nostro resoconto complessivo della vita e dell’opera di Lenin?

Per prima cosa citerò il mio amico Lars Lih. Io e lui siamo in disaccordo su diverse cose, ma ci siamo anche trovati d’accordo su molte, e uno dei punti che ha sollevato e che ritengo molto valido riguarda il «testamento di Lenin». Questo nome – come in effetti «L’ultima battaglia di Lenin» – sono spesso usati per riferirsi a una lettera che egli scrisse al congresso del Partito comunista valutando i vari leader bolscevichi e indicando che Stalin aveva troppo potere e doveva essere rimosso. Questo era un elemento dell’ultimo testamento di Lenin, ma Lars sottolinea che il testamento di Lenin copre in realtà molto di più: non si trattava di un unico documento, ma di una serie di documenti e articoli.

Lenin non era contento della svolta che si era verificata rispetto agli impegni, alle idee e ai principi per cui aveva combattuto per tutta la vita. Quando fu colpito dal primo ictus – ebbe una serie di ictus nel 1922, ’23 e ’24, e l’ultimo lo uccise – uno dei suoi più stretti compagni, Lev Kamenev, andò a trovarlo e gli pose essenzialmente la domanda: «Di cosa è infelice Lenin?». Lui rispose: «Praticamente di tutto, e soprattutto dello sviluppo della burocrazia». Quindi, un aspetto dell’ultimo testamento di Lenin è stato il tentativo di trovare modi per controllare e respingere la crescente burocrazia, per dare più voce, influenza e potere agli operai e ai contadini. Un’altra cosa che lo faceva impazzire era quella che lui chiamava «presunzione comunista» (come dire: «Noi sappiamo tutto, compagni, lasciate fare a noi!»). Lo faceva impazzire, perché i compagni non sapevano tutto – c’erano molte cose che non sapevano, e avrebbero dovuto smettere di atteggiarsi, e «invece imparare, imparare e imparare», ed essere più modesti. Un altro elemento del suo testamento era l’elogio del libro di John Reed e la critica di altre interpretazioni più negative. Una parte del suo testamento, quindi, è stata la difesa della Rivoluzione del 1917, ma anche il tentativo di proteggerla e farla progredire in vari modi.

Un altro aspetto del suo testamento è stato molto interessante. Prima di essere colpito, incontrò il vecchio anarchico Pyotr Kropotkin, per il quale nutriva un grande rispetto. Kropotkin era sicuramente molto critico nei confronti di Lenin e della dittatura bolscevica, ma gli piaceva molto Stato e Rivoluzione e l’idea dell’estinzione dello Stato, in cui vedeva una sintesi delle cose che Lenin diceva e del tipo di cose per cui si batteva: un socialismo senza Stato come obiettivo finale. Nella loro discussione, Kropotkin sostenne la necessità di creare cooperative, che Lenin respinse, ma uno dei suoi ultimi articoli riguardava la necessità di sviluppare cooperative che coinvolgessero gli operai e i contadini nel controllo di vari aspetti dell’economia – sia del consumo che delle attività produttive. Questo avrebbe portato la Repubblica sovietica più nella direzione del tipo di socialismo da lui favorito.

Quindi, tutte queste cose facevano parte del suo testamento. Poi c’era la questione della leadership e il fatto che Stalin aveva un potere immenso e stava – volutamente o meno – minando alcuni degli obiettivi che Lenin si era prefissato. Lenin riteneva che fosse necessario un cambiamento nella leadership. Tutto questo era troppo poco e troppo tardi, ma questa «ultima battaglia» indicava il continuo impegno di Lenin per le cose per cui aveva lottato per tutta la vita, e dà anche un’idea delle direzioni in cui i socialisti dovrebbero pensare di andare.

Lenin morì per un ultimo ictus, all’età di cinquantatré anni, il 21 gennaio 1924. Un secolo dopo, i temi che lei identifica come particolarmente caratteristici in Lenin – democrazia e catastrofe – incombono sempre più minacciosamente. Mentre stiamo parlando, non solo ci troviamo di fronte a una «policrisi» generale e a una crisi climatica emergente, ma siamo a quasi due anni da una terribile guerra nel cuore storico della Rivoluzione d’Ottobre e a tre mesi da un genocidio in Palestina, con il pericolo di una più ampia conflagrazione regionale. Cosa possono ottenere da un «ritorno a Lenin» in questo centenario coloro che lottano per il socialismo in questo momento buio, compresi quelli che non si identificano necessariamente con una «tradizione leninista» circoscritta?

Penso che si possa imparare molto, sia da chi si considera leninista sia da chi non si considera assolutamente tale. Alcune delle cose a cui lei ha fatto riferimento – la teoria dell’imperialismo, l’impegno per una democrazia radicale e integrale e la centralità della maggioranza della classe operaia – fanno parte di Lenin e devono essere prese sul serio da tutti noi, indipendentemente dal fatto che siamo d’accordo o meno con tutte le idee di Lenin.
Il nostro attivismo non deve essere guidato semplicemente dai nostri umori e dalle mode passeggere, come troppo spesso accade, né da slogan e frasi fatte, ma dallo studio e dalla discussione seria, talvolta dal disaccordo, dall’attivismo e dall’esperienza. È essenziale essere aperti, ma dobbiamo fondere questa apertura con la teoria, l’analisi, i principi, e continuare a imparare senza dare per scontato di sapere tutto. Questi sono aspetti essenziali di Lenin. Alcune di queste cose non sono esclusivamente sue, ma Lenin poteva essere molto bravo in queste cose e vale la pena guardare a lui, a Rosa Luxemburg e a vari altri rivoluzionari (compresi quelli che erano in forte disaccordo con Lenin).
C’è dell’altro. È importante sviluppare quadri politici con mentalità critica – gli attivisti che imparano a valutare una situazione, a organizzarsi, a scrivere un volantino che possa essere efficace, a organizzare una riunione e a far sì che ne escano decisioni efficaci. Non tutti sono in grado di farlo. Ma queste persone devono anche aiutare a organizzare le persone e insegnare loro a fare lo stesso tipo di cose. Questo è assolutamente necessario per costruire un movimento rivoluzionario di massa che abbia la possibilità di essere efficace. Lenin era molto impegnato in questo senso.
Ma ha anche l’idea che non si debba essere arroganti e saccenti e che si debba essere aperti all’apprendimento. E i compagni devono essere disposti a commettere errori – è inevitabile. Il punto è riconoscere gli errori e imparare da essi.
E questo implica un ulteriore tipo di funzionamento. Non si tratta di seguire un leader saggio e onnisciente o un comitato centrale; è necessario un funzionamento collettivo democratico, con un numero sempre maggiore di persone che apportano le loro intuizioni, le loro conoscenze, la loro esperienza e la loro comprensione.
In questo contesto, dobbiamo essere in grado di discutere, dibattere, valutare ciò che deve essere fatto, decidere, eseguire la decisione, imparare dai risultati e poi ripetere. Questo era parte dell’approccio di Lenin. Dovremmo farlo anche noi, se vogliamo affrontare efficacemente le catastrofi che si stanno verificando intorno a noi.

*Paul Le Blanc ha scritto Lenin and the Revolutionary Party. Fa parte del comitato editoriale del progetto Complete Works of Rosa Luxemburg (Verso Books). Owen Dowling è storico e ricercatore d’archivio per Tribune. Questo testo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. 

Sorgente: jacobintalia.it