Vulcani e asteroidi: la settimana della scienza

Vulcani e asteroidi: la settimana della scienza

20 Ottobre 2020 0 Di luna_rossa

Il vulcano più pericoloso, la verità su Tunguska, il ritorno della nave che per un anno ha studiato il polo Nord

LUIGI BIGNAMI divulgatore

  • Il vulcano Nyragongo sta tornando in una situazione simile a quella che nel 2002 lo portò a una drammatica eruzione.
  • La barriera corallina si è dimezzata a partire dagli anni Novanta.
  • La nave da ricerca Polarstern ha trascorso un anno in prossimità del Polo Nord, studiando l’ambiente e raccogliendo campioni di ghiaccio e acqua con l’obiettivo di studiare il clima artico e come quel mondo sta cambiando nel corso del tempo.

IL VULCANO PIÙ PERICOLOSO È IL NYRAGONGO

Il vulcano Nyragongo che si trova al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda sta tornando in una situazione simile a quella che nel 2002 lo portò a una drammatica eruzione. Morirono oltre 250 persone, il 20 per cento della città di Goma fu distrutta e centinaia di migliaia di persone furono costrette a fuggire. Vi è dunque un serio pericolo che il vulcano torni a eruttare, ma oggi la popolazione di Goma è quasi triplicata rispetto ad allora e conta circa un milione e mezzo di persone.

A questa conclusione vi è giunto Dario Tedesco, vulcanologo dell’Università Luigi Vanvitelli della Campania, che ha condotto una campagna di ricerche nel cratere ribollente del vulcano e i cui risultati sono stati pubblicati su Science Magazine.

All’interno della bocca del vulcano vi è un enorme lago di lava che sta crescendo come non mai e questo potrebbe, nell’arco di non più di 4 anni, traboccare. Ma una violenta eruzione potrebbe verificarsi anche in un qualsiasi momento se dovessero cedere le parete del lago anche in seguito ad una scossa di terremoto

 

DIMEZZATA LA BARRIERA CORALLINA

Stando a una ricerca condotta da ricercatori del Center of Excellence for Coral Reef Studies sulla Grande Barriera Corallina che si trova al largo della costa del Queensland, nell’Australia nord-orientale, il numero di coralli piccoli, medi e grandi è diminuito di oltre il 50 per cento a partire dagli anni Novanta.

La Barriera raggiunge i 2.300 chilometri di lunghezza e comprende anche centinaia di isole. Al suo interno vivono oltre 600 tipi di coralli, duri e molli, tra i quali vivono numerose specie di pesci, molluschi, tartarughe, delfini e squali. La motivazione principale della perdita di questo ecosistema è, secondo gli esperti, legato all’aumento delle temperature dovuto ai cambiamenti climatici. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B.

IL SUPERCONDUTTORE A TEMPERATURA-AMBIENTE

Il primo materiale superconduttore, composto da idrogeno, carbonio e zolfo, che riesce a manifestare le sue caratteristiche anche a temperatura ambiente è stato messo a punto da ricercatori dell’Università di Rochester a New York.

I superconduttori sono materiali che trasmettono elettricità senza alcuna resistenza, quindi ciò dà modo alla corrente di fluire al loro interno senza alcuna perdita di energia. Cosa che invece avviene nei conduttori normali.

I superconduttori sono già usati in vari campi della medicina e della fisica delle alte energie, ma tutti i materiali utilizzati richiedono temperature bassissime e quindi sono poco pratici per la maggior parte delle possibili applicazioni.

La nuova scoperta potrebbe rivoluzionare il mondo della tecnologia e dell’elettronica con notevoli benefici per l’ambiente

LA STELLA DIVORATA DAL BUCO NERO

Usando telescopi dell’ESO (European Southern Observatory) e di altre organizzazioni di ricerca, un gruppo di astronomi ha individuato una rara esplosione di luce che è arrivata da una stella mentre viene lacerata da un buco nero supermassiccio, ossia di grande massa.

Il fenomeno, noto come “evento di distruzione mareale”, è l’esplosione di questo genere più vicina alla Terra mai registrata finora: si trova a poco più di 215 milioni di anni luce dal nostro Pianeta, ed è stato studiato con dettagli senza precedenti. La ricerca è stata pubblicata oggi dalla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

«L’idea di un buco nero che ‘risucchia’ una stella vicina suona come qualcosa di fantascientifico. Ma questo è esattamente ciò che accade in un evento di distruzione mareale», ha spiegato Matt Nicholl, della Royal Astronomical Society presso l’Università di Birmingham, nel Regno Unito, e autore principale del nuovo studio.

Ma questi eventi, durante i quali una stella sperimenta la cosiddetta “spaghettificazione” (ossia vieni allungata come uno spaghetto) mentre viene risucchiata da un buco nero, sono rari e non sempre facili da studiare. In questo caso lo studio è stato possibile perché l’evento lo si è osservato poco tempo dopo che la stella era stata squarciata dal buco nero. E così gli astronomi sono stati in grado di vedere la cortina di polvere e detriti che si alzava mentre il buco nero lanciava un potente flusso di materiale con velocità fino a 10.000 chilometri al secondo

IL RIMBALZO DELL’ASTEROIDE SOPRA TUNGUSKA

Era il 30 giugno del 1908, quando, nelle prime ore della mattina, una spaventosa esplosione rase al suolo oltre 2.000 chilometri quadrati di foresta in una remota regione della Siberia orientale, lungo il fiume Tunguska. Un fenomeno che è passato alla storia come l’ Evento Tunguska”.

Quel che non si è ancora riusciti a capire è cosa causò quell’esplosione perché al di là della foresta distrutta non vi sono crateri sul terreno. Fu l’arrivo di una cometa o di un asteroide? Ora Daniil Khrennikov dell’Università Federale Siberiana in Russia e un gruppo di colleghi hanno pubblicato su ReserachGate un nuovo modello di quell’evento che potrebbe finalmente risolvere il mistero senza richiedere la presenza di una cicatrice sul terreno. Gli scienziati infatti, sostengono che l’esplosione venne causata da un asteroide che sfiorò la Terra, ma poiché entrò nell’atmosfera con un piccolo angolo non l’attraversò completamente, ma “rimbalzò” su di essa per poi perdersi di nuovo nello spazio.

Spiega Khrennikov: “Noi sosteniamo che l’evento di Tunguska sia stato causato da un asteroide ferroso, che ha attraversato poco l’atmosfera terrestre per poi continuare la sua corsa in un’orbita quasi solare”. L’asteroide però, causò un’onda d’urto che sterminò la foresta. Se Khrennikov e colleghi hanno ragione, quella mattina la Terra ebbe un “incidente” spaziale fortunato. Se quell’asteroide, il cui diametro è stato calcolato essere di circa 150 metri, fosse arrivato fin sulla Terra avrebbe devastato la Siberia, lasciando un cratere largo anche 3 chilometri. Avrebbe anche avuto effetti catastrofici sulla biosfera, con gravissime ripercussioni sulla civiltà moderna.

BAMBINI, MUSICA E CERVELLO

Un gruppo di neuroscienziati guidati da Leonie Kausel, della Pontificia Universidad Católica de Chile, ha trovato prove concrete pubblicate su Frontiers delle ricadute positive che possiede lo studio della musica sullo sviluppo del cervello del neonato. Secondo i ricercatori la musica sviluppa una maggiore attività neuronale nelle regioni del cervello legata al controllo dell’attenzione, della memoria e della codifica uditiva.

L’aumento delle prestazioni cognitive attorno a queste funzioni si traduce in una migliore capacità di lettura, maggiore resilienza e capacità di affrontare problemi e sfide, maggiore creatività e, come conseguenza di tutto ciò, migliore qualità della vita. È importante notare che i benefici persistono nel tempo e non si perdono quando passa l’infanzia.

È TORNATA IN PORTO LA POLARSTERN

La nave da ricerca Polarstern del Progetto MOSAiC (Multidisciplinary drifting Observatory for the Study of Arctic Climate) ha trascorso un anno in prossimità del Polo Nord, studiando l’ambiente e raccogliendo campioni di ghiaccio e acqua, e per gran parte del tempo si è mossa a motori spenti lasciandosi semplicemente andare alla deriva nel ghiaccio marino.

L’obiettivo della ricerca era quello di studiare il clima artico e come quel mondo sta cambiando nel corso del tempo. Non appena sceso dalla nave, il capo della spedizione, Markus Rex, dell’Istituto Alfred Wegener, ha detto con rammarico: “Il ghiaccio marino sta morendo. L’intera area è a rischio. Siamo stati in grado di vedere con i nostri occhi come il ghiaccio scompaia là dove c’era fino a poco tempo prima e nelle aree dove avrebbe dovuto esserci con uno spessore di molti metri è fortemente assottigliato e in alcuni punto non c’è del tutto”.

STUDIO SCIENTIFICO SUGLI UFO

La Marina Militare degli Stati Uniti preferisce chiamarli UAP, da Unidentified Aerial Phenomenon, ma in ogni caso si tratta di oggetti volanti non identificati. Dopo aver rilasciato alcuni video registrati da jet militari che avrebbero immortalato degli UAP che compiono manovre impossibili ad aerei terrestri, la Marina Militare ha istituito una Task Force sui fenomeni aerei non identificati, per capire se rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

ALBERI NEL DESERTO

Nell’immaginario comune le distese dei deserti del Sahel e del Sahara sono caratterizzate da poca o nulla vegetazione, ma dettagliate immagini satellitari combinate con un attento rilevamento fatto da computer hanno rivelato un’immagine diversa. In realtà infatti, nel Sahara dell’Africa occidentale e del Sahel vi sono circa 1,8 miliardi di alberi. Lo hanno scoperto ricercatori dell’Università di Copenhagen, il cui studio è stato pubblicato su Nature.

«Siamo rimasti molto sorpresi dal fatto che ci siano così tanti alberi che crescono nel deserto del Sahara», ha detto Martin Brandt, autore principale dello studio, il quale ha aggiunto: «Certamente ci sono vaste aree senza alberi, ma anche tra le dune sabbiose ci sono qua e là degli alberi che crescono senza alcun problema».

L’indagine fornisce a ricercatori e ambientalisti dati che potrebbero aiutare a guidare gli sforzi per combattere la deforestazione e misurare più accuratamente lo stoccaggio del carbonio sulla Terra.

alberi nel deserto, specie di homo estinte,  PER IL CLIMA

Improvvisi cambiamenti climatici potrebbero essere stati un fattore determinante  nell’estinzione delle prime specie umane. Pasquale Raia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II ha utilizzato modelli climatici e reperti fossili per determinare l’effetto che il cambiamento climatico ha avuto sulla sopravvivenza delle specie del nostro genere Homo. I ricercatori hanno utilizzato un database di 2754 documenti paleontologici di resti di diverse specie vissute negli ultimi 2,5 milioni di anni, tra cui Homo habilis , Homo ergaster , Homo erectus , Homo heidelbergensis , Homo neanderthalensis  e Homo sapiens. Incrociando tali dati con un emulatore climatico, che ha modellato la temperatura, le precipitazioni e altri dati meteorologici negli ultimi 5 milioni di anni Raia ha ricostruito  la nicchia climatica per ciascuna specie e ha scoperto che H. erectus , H. heidelbergensis  e H. neanderthalensis hanno visto una profonda trasformazione climatica poco prima della loro estinzione, elemento che fa pensare ad una profonda correlazione.

12 October 2020, Bremen, Bremerhaven: The research vessel “Polarstern” (2nd from right) returns to Bremerhaven after a one-year MOSAiC expedition through the Weser estuary. Photo by: Mohssen Assanimoghaddam/picture-alliance/dpa/AP Images

Sorgente: Vulcani e asteroidi: la settimana della scienza

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