Omicidio del Circeo, ritorno nella villa degli orrori, 45 anni dopo – la Repubblica

Omicidio del Circeo, ritorno nella villa degli orrori, 45 anni dopo – la Repubblica

29 Settembre 2020 0 Di Luna Rossa

Il cancello è arrugginito, la macchia mediterranea la sta quasi inghiottendo e in pochi sanno esattamente dove sia. Quel giorno i carabinieri videro un fiume d’acqua uscire da una casa, entrarono: trovarono la madre e il fratello di Ghira che lavavano il sangue da terra

di CLEMENTE PISTILLI

Dalla piazzetta di San Felice Circeo a via della Vasca Moresca sono cinque chilometri scarsi. Non più di un quarto d’ora in auto. Occorre percorrere via del Faro, a picco sul mare e con un panorama mozzafiato, poi via delle Batterie, immersa nella fitta vegetazione mediterranea del promontorio, e infine quella strada che termina su un viottolo sterrato costruito dai forestali per l’anticendio, poco frequentata in estate e completamente deserta nelle restanti stagioni.

Tra lecci, cespugli di fillirea, lentisco e alaterno, il silenzio è spettrale. Ed è proprio qui, in una delle ville in stile moresco più nascosta di altre agli sguardi, villa Ghira, che 45 anni fa vennero stuprate e seviziate due giovani romane del quartiere popolare della Montagnola: Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, 19 e 17 anni.

Omicidio del Circeo, ritorno nella villa degli orrori, 45 anni dopo

Due giorni d’inferno e indicibili violenze finiti con l’omicidio della prima e con delle ferite nell’animo talmente ampie per la seconda da non riuscire più a tornare a una vita normale, tormentata e perseguitata da quegli orrori fino al giorno della sua morte quindici anni fa, al termine di un’estenuante lotta contro il cancro. Da allora quell’angolo sperduto del Parco Nazionale del Circeo è associato al massacro e quell’immobile ormai sepolto dal verde è noto come la villa degli orrori.

Il 29 settembre 1975 Rosaria e Donatella, quelle che per i massacratori non erano altro che due borgatare su cui sfogare istinti bestiali, vennero attirate con l’inganno a San Felice. La 19enne, originaria di Agrigento e iscritta a un corso meccanografico organizzato dall’Ibm, aveva legato con Donatella, studentessa di un istituto professionale. Uscivano sempre insieme e, dopo essere state al cinema, una settimana prima avevano accettato un passaggio fino a casa da un ragazzo che si era presentato con il nome di Carlo, anche se in realtà era uno dei dei ragazzi della Roma bene già condannati per reati violenti compiuti insieme ai massacratori.

Omicidio del Circeo, ritorno nella villa degli orrori, 45 anni dopo

La diciassettenne gli aveva lasciato il suo numero di telefono. Da lì un appuntamento con “Carlo” e due suoi amici, Angelo Izzo e Gianni Guido. I giovani si mettono d’accordo per incontrasi di nuovo, ma si presentano poi solo Izzo e Guido. Sono all’Eur, vicino al ristorante Il Fungo, e propongono a Rosaria e Donatella una gita a Lavinio, per andare una festa a casa di Carlo. Inizia un conto alla rovescia che alle due ragazze non lascerà scampo e che cambiera la storia d’Italia, portando a un giro di vite in tema di indagini e condanne per violenza sessuale.

I quattro salgono a borgo della Fiat 127 di Gianni Guido, che preme l’acceleratore sulla Pontina, passando ad Aprilia davanti agli stabimenti Ghira, quelli del padre del terzo autore del massacro. Si dirigono al Circeo, non a Lavinio. Izzo, con una condanna alle spalle proprio per sequestro di persona e abusi sessuali su una minorenne, ma libero avendo beneficiato della condizionale, e Guido, entrambi fascisti legati al giro del bar di piazza Euclide, dei picchiatori, hanno le chiavi della villa in via della Vasca Moresca. Aprono e tentano subito un approccio con Rosaria e Donatella, che dopo essersi rese conto della situazione chiedono di tornare a casa. Per loro è la fine.

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Guido tira fuori una pistola. I due per fare ancora più paura si presentano come componenti della banda dei Marsigliesi, annunciano l’arrivo del padrone di casa, sostenendo che si tratta del capo, Jacques Berenguer. Poi arriva Andrea Ghira, il terzo. Rosaria e Donatella vengono stuprate, massacrate di botte, seviziate, chiuse nude in bagno, senza acqua né cibo. Infine Rosaria viene tenuta con la testa sott’acqua, nella vasca da bagno, e uccisa. Donatella, trascinata anche per le stanze della villa con una corda al collo, si salva invece fingendosi morta. I tre, dopo che Guido come se nulla fosse era tornato anche a Roma a mangiare per poi recarsi nuovamente al Circeo, caricano i due corpi sulla Fiat 127 e si dirigono alla volta della capitale.

Vogliono disfarsi di quelli che pensano essere ormai due cadaveri. Chiedono aiuto ai “camerati” e parcheggiano in via Pola, nel quartiere Nomentano. Donatella inizia a lamentarsi, dal portabagagli cola sangue, e un metronotte chiede aiuto. Quando arrivano i carabinieri e aprono la portiera si trovano davanti a una scena raccapricciante, immortalata da un reporter che, avendo intuito fosse accaduto qualcosa di grave, si era precipitato sul posto. Quell’immagine diventa il simbolo del massacro. Guido, visto un capannello di gente attorno alla sua auto, si avvicina e poi prova subito a fuggire, ma viene arrestato. E in manette finisce in fretta anche Izzo. Ghira invece, latitante, fa perdere le sue tracce.

I carabinieri raccolgono le prime informazioni da Donatella. Non è semplice individuare la villa. Sul promontorio ce ne sono decine e decine. Un’intuizione dei militari si rivela però fondamentale. Vedono che da una di quelle proprietà scorre un fiume d’acqua. Entrano e trovano la madre e il fratello di Ghira intenti a cercare di ripulire tutto, a eliminare quel sangue che imbratta ogni angolo.

In quella villa, dopo un mese, Donatella Colasanti sarà costretta a tornare per un sopralluogo con magistrati, carabinieri, avvocati e medici legali. Un’altra tortura.  I tre massacratori verranno condannati all’ergastolo. Izzo, che ottenuta la semilibertà, ha poi ucciso altre due donne, si trova ora rinchiuso nel carcere di Velletri, dove passa le sue giornate divorando libri e cibo. Guido è tornato libero ben undici anni fa, nonostante si fosse anche reso protagonista di diverse evasioni, e Ghira, rimasto sempre latitante, solo nel 2005 è stato indicato come l’uomo morto per overdose undici anni prima a Melilla, con il nome di Massimo Testa de Andres, dopo essere stato espulso dalla legione straniera spagnola dove si era arruolato. Un caso quest’ultimo che presenta ancora diverse ombre nonostante anche una seconda inchiesta abbia confermato che quei resti riesumati sono del massacratore.

La villa moresca ora è disabitata. Il cancello è arrugginito, la macchia mediterranea la sta quasi inghiottendo e in pochi ne conoscono esattamente l’ubicazione. Ma da tempo non è più dei Ghira. Maria Cecilia Angelini Rota, la madre di Andrea Ghira, a distanza di 25 anni da quegli orrori di fine settembre del 1975, la vendette a un’anziana piemontese e quell’immobile è passato poi al figlio, un architetto di quasi 80 anni. Ufficialmente la villa degli orrori è lo studio tecnico del professionista. Senza un numero di telefono a cui poterlo contattare e senza che nessuno lo conosca all’Ordine di Latina a cui è iscritto. La casa che Donatella Colasanti aveva acquistato a Sezze, proprio in provincia di Latina, la Regione un mese fa ha deciso di trasformarla in un centro antiviolenza.

Sorgente: Omicidio del Circeo, ritorno nella villa degli orrori, 45 anni dopo – la Repubblica

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