“Torture, tutti sapevano”. L’open space in caserma inchioda i carabinieri | Rep

28 Luglio 2020 0 Di Luna Rossa

Piacenza, sopralluogo del pm a caccia di tracce di sangue

dai nostri inviati GIULIANO FOSCHINI e FABIO TONACCI

PIACENZA –  Il muro di omertà e bugie crolla sulla planimetria della caserma Levante. Quella pletora di “non ho visto niente”, “non ho sentito niente”, “ero nell’altra stanza”, propinati dai carabinieri al giudice per le indagini preliminari durante gli interrogatori di garanzia sbatte fragorosamente contro la disposizione interna della stazione posta sotto sequestro dalla procura di Piacenza: uno stanzone unico senza alcun divisorio, quattro scrivanie, i computer degli indagati con i quali venivano compilati tutti gli atti e i verbali degli arresti uno accanto all’altro. Chiunque abbia lavorato in quella caserma, la seconda della città, non poteva dunque non accorgersi dei pestaggi, delle torture e degli abusi che il trojan installato sul cellulare di Montella hanno documentato nella loro ignobile crudezza. Chi era in quella stanza ha visto e sentito. E, non soltanto non è intervenuto. Ma, come impongono il codice penale e il senso civico, non ha nemmeno denunciato.
Ieri gli inquirenti piacentini, che hanno affidato agli specialisti del Ris la ricerca di “tracce ematiche e dna”, si legge nel provvedimento, all’interno dell’open space, sono andati a fare un sopralluogo nella caserma. Tutti i documenti cartacei sono stati sequestrati, dei computer e dei supporti elettronici è stata fatta copia forense. I finanzieri hanno sequestrato anche gli encomi ricevuti negli ultimi anni per gli “arresti fotocopia” di piccoli spacciatori (Repubblica ne ha contati una quarantina) e alcune foto trovate appese sui muri e sui supporti delle scrivanie. Raffigurano l’appuntato Montella, sorridente, insieme con gli altri della squadra e con persone ancora da identificare.


I rilievi tecnici del Ris, tuttavia, non saranno effettuati prima di una decina di giorni, perché il legale dell’appuntato scelto Antonio Esposito (indagato) ha fatto richiesta di incidente probatorio. «Ci saranno i nostri periti e così – spiega l’avvocato Pierpaolo Rivello – tutti ci sentiremo più garantiti». Una strategia difensiva che allunga i tempi del procedimento e che impedirà, almeno fino ai primi giorni di agosto, la rimozione dei sigilli alla caserma.
Dalla planimetria si vede chiaramente, oltre all’open space, il locale della palestra e una piccola stanza attigua, chiusa con una porta di metallo. Tra le scrivanie, non ci sono divisori in plexiglass che possano oscurare la visuale ai militari in servizio. I finanzieri, durante la perquisizione, hanno trovato mazzette di contanti in un cassetto. In tutto, circa duemila euro. «In un mese abbiamo guadagnato quattromila euro, li ho guadagnati con Mary (la sua fidanzata, ndr)», diceva l’appuntato Montella al collega Angelo Minniti. «Non sono soldi buoni questi qua, eh minchia! Glielo vai a dire che hai fatto i soldi così e allora no… li metto in caserma chi cazzo mi becca?». Con l’latro che riconosceva: «In effetti è una bella pensata». Gli inquirenti piacentini, guidati dalla procuratrice capo Grazia Pradella, sospettano che siano i proventi del traffico di droga.
«Io non ho mai spacciato né guadagnato un euro» ha detto ieri nel corso dell’interrogatorio Maria Luisa Cattaneo, fidanzata di Montella. È rimasto in silenzio, invece, il maresciallo Marco Orlando. «In trent’anni di onorata carriera non ho mai avuto una sanzione disciplinare» ha detto soltanto, a mezza voce, ai cronisti che lo attendevano all’uscita del tribunale.

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