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Tra i braccianti di Foggia sequestrati dai caporali | Rep

Storia di Lesek che da 45 giorni vive in una baracca fra i pomodori. In Puglia rumeni e polacchi hanno sostituito gli africani sindacalizzati

di Giuliano Foschini

LESEK non lo vedono da quasi due mesi. Ma i suoi amici non sono preoccupati. Non risponde al cellulare, perché non può. Ha mandato qualche messaggio per dire che le cose andavano bene e che forse c’era bisogno anche di loro. In caso si sarebbe fatto vivo lui. Lesek tornerà, ma non sanno ancora quando: dopo il 4 maggio, forse, o magari per la fine del mese, non c’è fretta tanto il suo materasso in un sottano fuori Cerignola per il momento non lo occupa nessuno.

Lesek è uno degli schiavi dei Coronavirus. Polacco, da tre anni vive nella provincia di Foggia dove lavora come agricoltore stagionale: c’è il tempo dell’uva, quello dei pomodori, ora è quello degli asparagi. Da quando è cominciato il lockdown i suoi caporali lo hanno preso e gli hanno detto «devi venire con noi». E lui è andato. Troppo pericolosi, per i controlli della Polizia, quei viaggi stipati nei furgoni ogni giorno dalla città alla campagna. I padroni, per assicurarsi di non perdere nemmeno un euro, hanno allestito dei campi di emergenza, con roulotte, baracche, all’interno dei loro appezzamenti di terra e organizzato indecenti dormitori per questi schiavi travestiti da agricoltori.

Lesek dorme lì da 45 giorni, ma come lui sono centinaia. «Da qualche tempo» spiega Francesca Pirrelli, procuratore aggiunto del tribunale di Foggia e coordinatrice del primo pool italiano di investigatori anti caporalato voluto dal procuratore Ludovico Vaccaro, «stiamo osservando una sorta di frammentazione dei grandi ghetti: piuttosto che le maxi baraccopoli, che danno troppo nell’occhio, si stanno organizzando in piccoli assembramenti di roulotte o baracche. Spesso anche all’interno delle stesse aziende agricole, soprattutto quando sono molto grandi».

Un fenomeno che da quando è partito il lockdown è esploso. E ha peggiorato, se possibile, la qualità della vita dei lavoratori. I carabinieri a febbraio avevano scoperto una decina di loro ammassati in poche roulotte, sommersi dai rifiuti. Con una zona comune che avrebbe dovuto fungere da cucina. Senza acqua, con la corrente a intermittenza. «Mancanza delle basilari condizioni di igiene», «un odore nauseante», «bombole del gas e collegamenti elettrici improvvisati, pericolosissimi», sono alcune delle descrizioni riportate nei verbali di polizia.

«Paradossalmente» spiega Raffaele Falcone della Flai-Cgil di Foggia, «con i cittadini bulgari, rumeni, polacchi abbiamo più difficoltà a lavorare che con gli extracomunitari che sono in qualche maniera più sindacalizzati e che, recentemente, siamo anche riusciti a convincere a denunciare». In queste settimane, per esempio, dal Gran Ghetto di Foggia dove vivono fino a 3 mila persone, i migranti hanno chiesto garanzie ai caporali. Sul trasporto — per evitare i pulmini affollati — e sulle condizioni di lavoro.

Le associazioni umanitarie battono da settimane i ghetti per cercare di spiegare le misure sanitarie basilari per prevenire il contagio da Covid 19. Ma è difficile, manca persino l’acqua corrente. I ritmi, poi, sono infernali. La grande distribuzione chiede alle aziende prodotti. I lavoratori mancano e le aziende spremono chi c’è. Questo è il racconto di uno degli schiavi davanti ai magistrati: «Lavoro — ha raccontato Amadou — dalle 6.30 alle 13. E il pomeriggio dalle 13.30 alle 18 per un totale di 11 ore. Il padrone non ci fornisce né calzature né protezione.

Se dobbiamo andare nei bagni, facciamo nei campi. Se non piove lavoro sette giorni su sette. Vengo pagato per la somma di 3,5 a ora. Ho una busta paga ma vengono segnate molte meno giornate di lavoro. Pago una quota per l’alloggio di 30 euro e di 27 per la bombola del gas». I numeri sono importanti: i lavoratori dei campi in provincia di Foggia, ufficialmente, sono circa 80 mila. «Novemila lavoratori africani, 20 mila rumeni bulgari, 50 mila italiani» spiega la Cgil. I numeri rispecchiano in quantità la situazione reale.

La divisione per nazionalità no. Molti degli italiani hanno buste paghe fasulle, pagano i contributi sulle giornate per poi intascare la disoccupazione dall’Inps. Al posto loro in campagna vanno a lavorare gli stranieri — ma per una parte anche gli italiani stessi, che la crisi ha spinto di nuovo in campagna — per lo più irregolari. Con contratti a nero. A gestire il business non ci sono direttamente le mafie.

Ma le mafie — nonostante il grande sforzo degli ultimi tempi della squadra Stato, tra Prefettura, forze di polizia e procura distrettuale antimafia — lucrano sul settore dell’agricoltura. Taglieggiano le grandi aziende guadagnano consenso sociale con i finti braccianti. Sfruttano il movimenti delle merci per il traffico di droga. Per bloccare la speculazione criminale i sindacati chiedono al governo una norma per regolarizzare i troppi migranti che oggi lavorano nelle nostre campagne. «Il cibo in queste settimane non è mai mancato.

E qualcuno ha lavorato per portarlo sulle nostre tavole e per far ingrassare i fatturati della grande distribuzione» spiega Aboubakar Soumahoro, sindacalista dell’Usb. «Quel qualcuno sono schiavi che rischiano ogni giorno la loro vita e che nessuno vuole vedere». «La regolarizzazione sarebbe un grave danno per le mafie» ha detto il procuratore nazionale, Federico Cafiero de Raho. «Consentirebbe un lavoro regolare a tutti, i mafiosi perderebbero capacità di ricatto». E Lasek, Amadou, gli altri,

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