Li chiamano i ceasefire babies: sono i bambini nati negli anni ’70 in Irlanda del Nord, cresciuti troppo in fretta e passati da un trauma all’altro. Una generazione di ragazzini bruciata prima dalla guerra civile nell’Ulster e poi dai traumi post-conflitto. Il ‘Good Friday agreement’, l’accordo del Venerdì Santo che ha posto fine a trent’anni di sangue, terrore e violenza nella parte di Irlanda sotto il controllo di Londra, ha rappresentato un vero e proprio spartiacque per quella generazione, soprattutto per i maschi. Dall’ardore della lotta, instillata dentro ogni singola famiglia della lower class nordirlandese, cattolica e protestante, al vuoto del regime di pace. Dall’impegno civile al disimpegno militare, la base del crollo di molti.

Se c’è una cosa positiva che il conflitto in Irlanda del Nord, tra il 1969 e il 1998, ha tenuto lontano è il peso del ricordo e della lotta di classe. Venuti meno quei cardini di condivisione, sono iniziate le vere conseguenze del post-cessate il fuoco. Si calcola che nella guerra trentennale a Belfast e nelle sei contee che compongono la parte più povera e bistrattata del Regno Unito, il fuoco abbia mietuto più di 3700 morti, oltre alle migliaia di feriti. Paradossalmente i venti anni di pace successivi, quelli tra il 1998 appunto e il 2018, in Irlanda del Nord hanno prodotto quasi 4mila suicidi.