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I militari italiani internati nei lager nazisti, gli eroi ignorati che due storici hanno riportato alla luce – Il Fatto Quotidiano

Quei meridionali che dissero “No!”

Ingannato, Malmenato, Impacchettato
Internato, Malnutrito, Infamato
Invano Mi Incantarono
Inutilmente Mussolini Insistette
Iddio Mi Illuminò
Inverno Malattie Infierirono
Invano Mangiare Implorai
Implorai Medicinali, Indumenti
Italia Mi Ignorò
Invocai Morte Immediata
Impazzivo Ma Insistetti

Giovannino Guareschi, 31 maggio 1945

di Nicoló Carnimeo

Giovannino Guareschi fu forse il più famoso dei 650mila militari italiani prigionieri nei campi di concentramento nazisti. All’indomani dell’8 settembre, molti soldati si unirono alle bande partigiane alla macchia, ma ci fu anche chi fece una scelta diversa. Chi si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale di Salò, chi optò per una resistenza senz’armi, chi non si piegò alle SS tedesche e finì nei campi di concentramento in Germania, impiegato nel lavoro coatto, una sorta di guerra della coscienza nei lager nazisti. Molti tra loro erano meridionali, campani, calabresi e pugliesi.

A dare nuova luce, a questa pagina di storia nascosta, negletta e, colpevolmente, dimenticata, arriva adesso il libro di Mario Avagliano e Marco PalmieriI militari italiani nei lager nazisti, una resistenza senz’armi (1943-1945).

I due autori, entrambi storici e giornalisti, ricostruiscono spulciando lettere e diari, un’esperienza di privazioni quotidiane e di caparbio e attaccamento alla vita, tra rabbia, amore, rivalsa e ribellione. Nei lager era severamente vietato tenere diari, ma molti dei prigionieri, ufficiali, o di truppa, avvertono come un dovere morale insopprimibile, quello di testimoniare l’accaduto, ben sapendo che in caso fossero stati scoperti, li attenderebbe la fucilazione seduta stante.

Fin dalle prime pagine del ponderoso lavoro di Avagliano e Palmieri, scopriamo così le miserrime condizioni degli internati e che anche nei campi tedeschi c’erano differenze tra prigionieri italiani settentrionali e meridionali.

L’armistizio coincide con la confusione generale, chi confida nell’arrivo di direttive su come comportarsi, ben presto rimane deluso: “Il Capitano – scrive in quel frangente in Grecia il tenente Antonio Rossi, di Canosa di Puglia (Bari) – chiede ordini: non ce ne sono”.

Per chi si rifiuta di collaborare c’è il campo in Germania: “Ci troviamo – annota ancora Antonio Rossi, il 25 febbraio nel suo diario – in mezzo a 200 detenuti di tutte le razze, di tutte le nazioni. Vige la legge della giungla. I tedeschi si valgono dell’aiuto di secondini russi aderenti alle S.S. che bastonano continuamente con furia disumana. Il nostro stato d’animo è inesprimibile”.

Non potendo avere l’assistenza della croce rossa, in virtù del loro status giuridico, l’unico vero aiuto arriva dalle famiglie attraverso i pacchi alimentari, almeno per i militari originari delle regioni centro-settentrionali sotto il controllo dei tedeschi e della Rsi, tanto che tra i prigionieri nasce una discriminazione tra i “pacchisti”, “fruitori dei periodici arrivi”, e i “magroni”, che invece non ricevono nulla da casa. “Arrivano sempre pacchi – si lamenta il pugliese Vito Lapenna, nel campo di Sandbostel il 19 maggio 1944 – Nessuno si degna di offrire a noi meridionali nemmeno una briciola di pane! Com’è brutto il morir di fame e vedere i vicini compagni che mangiano tanto ben di Dio!”. “Si comincia a diffondere la certezza che noi meridionali non avremo mai posta”, scrive nel suo diario Antonio Rossi il 5 febbraio 1944.

Non di rado accade che ricevano da casa la notizia della nascita dei figli, concepiti prima della prigionia, come avviene a Giuseppe Mareschi, di Molfetta (Bari), che scrive una lettera colma di affetto a casa il 5 giugno 1944: “Mia Cara Amore non puo in maginare il giorno che sono ricevuto la tua lettera come mi sono messo ha legri, ha sendire le tue notizio, e in piu mi sono messo piu ha legrì ha sendire che tu hai fatto una bella Bambina che si chiama Dorina, sono molto condendo perche il mia pensiere era sempre quello che voleva una Bambina, ansi Mia Cara Rosetta deve fare di tutto di fare una piccola fotografia e la deva la deva la mandare. vi Baci ha te, e piu centi baci alla piccola donna tuo Marito per sempre”.

Avagliano e Palmieri, in una doverosa e puntuale operazione verità, rendono finalmente giustizia ad un esercito di quotidiani eroi ignorati.

[Mario Avagliano, Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), Il Mulino, pagg.458, 26 euro]

Sorgente: I militari italiani internati nei lager nazisti, gli eroi ignorati che due storici hanno riportato alla luce – Il Fatto Quotidiano

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