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Malta, il marcio nel palazzo del potere | Rep

A due anni dall’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, il primo ministro laburista Joseph Muscat ha indicato una data certa, il prossimo 12 gennaio, in cui lascerà la guida del Paese e del partito. Travolto dalle evidenze che provano che in quella morte vi sono le stimmate di Stato

A Malta, il più piccolo Paese dell’Unione, alla fine di una settimana che ne ha cambiato per sempre la storia, si è consumato l’epilogo di una vicenda che parla non solo ai maltesi ma all’Europa. A due anni di distanza dall’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, il primo ministro laburista Joseph Muscat ha indicato una data certa, il prossimo 12 gennaio, in cui lascerà la guida del Paese e del partito.

Travolto dalle evidenze che provano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che in quell’omicidio vi sono le stimmate di Stato. Un’enormità. A ogni latitudine. A maggior ragione nel cuore dell’Unione europea. E tuttavia – lo si può dire oggi con la certezza dell’indicativo – la verità. Come in questi due anni e ancora nella settimana appena trascorsa ha raccontato Repubblica e con lei il consorzio di 18 testate internazionali – il Daphne Project – di cui fa parte. Un lavoro di inchiesta permanente, che ha scoperchiato il verminaio maltese. Esposto le manipolazioni, i depistaggi, le menzogne con cui il governo laburista di Joseph Muscat, fino alla fine, ha tentato di ostruire la strada che indicava i mandanti dell’omicidio di Daphne nel Palazzo del Potere. Nel patto osceno stretto dai campioni del “Rinascimento maltese”, del socialismo riformista dalla mano tesa a regimi plutocratici come quello azero o dei paesi del Golfo – il primo ministro e i suoi “dimissionati” ministri Keith Schembri e Konrad Mizzi – con la finanza nera, con i campioni della sua corruzione. Quello che Daphne, in completa solitudine, aveva avvistato, documentato, denunciato. E per il quale ha pagato prima con la vita. E poi con l’oltraggio alla sua memoria (per due anni, ogni notte, il suo memoriale, nel cuore della Valletta, è stato ripulito di fiori, candele, cartelli per “ragioni di decoro urbano”).

Il giornalismo, la resilienza di una famiglia – Paul, il marito di Daphne, i suoi tre figli, le sorelle – la forza di qualche migliaio di attivisti (“Repubblika”, “Occupy Justice”), il coraggio ostinato di una parte dell’opposizione parlamentare maltese (l’ex leader del Partito Nazionalista Simon Busuttil, il deputato e legale della famiglia Jason Azzopardi, l’eurodeputato David Casa), di eurodeputati di entrambi gli schieramenti (va ricordato e dato atto dell’impegno dell’ex presidente del Parlamento, il popolare Antonio Tajani, e di quello, cruciale, dell’olandese Pieter Omtizgt), dei siti di informazione indipendenti (“Shift news” di Caroline Muscat, “Truth be told” di Manuel Delia), il sostegno delle organizzazioni della stampa (“Reporter senza frontiere”, e le nostre “Articolo 21”, Fnsi e Usigrai), hanno alla fine dato consapevolezza, forza, a una piazza che ha trovato orgoglio, argomenti, di farsi democrazia in movimento. Di gridare che il Palazzo del Potere era marcio nelle sue fondamenta. E aveva le mani sporche del sangue di Daphne. Fino ad assediarlo, fisicamente, in una prova di forza (8 manifestazioni in dieci giorni) che, in questa ultima settimana, ne ha vinto l’arrocco. Con un’ultima spallata, innescata dagli esiti di un’indagine penale che, dopo aver girato in tondo per due anni, si è alla fine emancipata dalla mano del governo che l’aveva frenata, condizionata, intimidita.

Bruxelles e Strasburgo faranno bene a non dimenticare quanto accaduto. L’omicidio di Daphne e i giorni della Valletta sono la fotografia esatta di quale può essere il futuro distopico di democrazie che scelgono la scorciatoia del patto faustiano con il veleno che le democrazie le corrode. Perché alla fine di certe avventure, l’epilogo è scritto. Che Malta e i maltesi, ora, possano ritrovare la loro strada.

Sorgente: Malta, il marcio nel palazzo del potere | Rep

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