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Le riforme biforcute | Rep

di Michele Ainis

I numeri si contano perché i numeri contano. In matematica, però anche nel diritto. E nella Costituzione, come no. Non per nulla Aristotele distinse le forme di governo in base ai numeri del potere: il governo d’uno solo (monarchia), dei pochi (aristocrazia), dei molti (democrazia). Ecco perché il taglio dei parlamentari, insieme al voto ai sedicenni, non è affatto una riforma neutra. No, cambia la qualità della democrazia italiana, oltre che la sua quantità.

E la cambia verso una direzione univoca: più potere agli eletti, meno potere agli elettori. Quanto alla riduzione dei deputati (230 in meno), nonché dei senatori (115 in meno), la differenza sta nel peso di ciascun parlamentare. Vale in un’assemblea legislativa, come in un consiglio d’amministrazione o in una riunione di condominio. Meno siamo e meglio stiamo, recita un vecchio detto popolare. Perché in un consesso più ristretto ognuno ha maggiori spazi d’intervento, e perché l’influenza del suo voto cresce in percentuale. Inoltre aumenta la rappresentatività dei membri delle Camere, dato che aumenta il numero dei loro singoli elettori. Per la medesima ragione, anche il voto ai sedicenni rafforza il peso specifico dei parlamentari, allargando la platea da cui vengono estratti: un milione d’elettori in più, non proprio un dettaglio.

Tuttavia ogni medaglia ha il suo rovescio. Che in questo caso si rovescia addosso agli elettori, diminuendone il potere. Altro è che a scegliere il nostro deputato siamo in dieci, altro è che siamo in cento. Nella prima ipotesi ciascuno potrà decidere un lembo di stoffa della sua divisa, nella seconda forse neppure un bottone. L’incidenza d’ogni voto si stempera, diluisce come sapone nell’acqua. Certo, migliorerebbe la qualità dell’acqua. Perché in cambio gli elettori otterrebbero un Parlamento più autorevole, oltre che più efficiente, più rapido a produrre decisioni. Oggi infatti nessun altro Paese europeo (eccetto il Regno Unito) ha più parlamentari dell’Italia, in rapporto alla popolazione; non è un bel primato.

È questa la giustificazione della riforma costituzionale che si profila all’orizzonte, al di là delle ragioni accampate dai partiti. Dice: con il taglio dei parlamentari risparmieremo 500 milioni per ogni legislatura. Ma la democrazia costa, non è mica gratis. Altrimenti tanto varrebbe concentrare il bastone del comando nelle mani d’un Führer, risparmieremmo molto di più. Ri-dice: dobbiamo far votare i sedicenni perché il futuro è loro, quindi a loro spetta il potere di deciderlo. Giusto, però a maggior ragione dovremmo estendere il diritto di voto ai dodicenni, o agli alunni delle scuole elementari.

La verità – quella che non si dice in pubblico, ma si racconta in privato – è che ogni partito conta di succhiare consensi da questa doppia riforma, e chissà poi quanto si sbaglia. Però la verità costituzionale è che a ciascun diritto corrisponde un dovere, che ogni nuovo potere deve incontrare un nuovo limite.

Ecco difatti il punto critico della riforma: un deficit di consapevolezza sulle sue concrete conseguenze. Vi si può mettere rimedio, però aprendo gli occhi, non chiudendoli per immergersi nel sogno. Quanto al taglio dei parlamentari, innanzitutto. A quel punto i cambi di casacca avranno conseguenze doppie sugli equilibri politici del nostro Parlamento; urge perciò un’azione di contrasto, sulla scia della riforma già imbastita dal Senato (nessun nuovo gruppo parlamentare, se non corrisponde a un partito che si sia presentato alle elezioni). Urge altresì ridurre il numero delle commissioni parlamentari, che dispongono di molteplici poteri, compresa l’approvazione delle leggi “in sede deliberante”, scavalcando l’aula. Con 200 senatori e 14 commissioni, ciascuna ospiterebbe una decina d’inquilini: troppi per un poker, troppo pochi per timbrare una legge dello Stato.

Anche il voto ai sedicenni, tuttavia, implica svariate conseguenze. Perché da un lato allarga le basi della democrazia italiana, ma dall’altro carica i minorenni di responsabilità e doveri, probabilmente non desiderati. Circa la responsabilità penale, per fare un solo esempio. A differenza d’un imputato maggiorenne, la loro capacità d’intendere e volere non è mai presunta, bensì va dimostrata caso per caso, con il soccorso di psichiatri. E in caso positivo, la pena per i delitti che abbiano commesso viene ridotta di un terzo, proprio perché gli adolescenti sono fragili, immaturi. Ma si può essere al contempo maturi per eleggere e immaturi per delinquere? Scegliamo una soluzione, purché sia una sola: la coda biforcuta è del demonio.

Sorgente: Le riforme biforcute | Rep

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