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Quelle 33 mila donne in fuga dalla violenza | Rep

Primo censimento ufficiale dei 338 centri in Italia che aiutano chi subisce aggressioni e minacce. Il piano delle Pari opportunità: arrivano più risorse, quest’anno 37 milioni. Ma anche più controlli. E il sottosegretario Spadafora attacca: “L’Italia è più sessista, e Salvini dà il cattivo esempio” 

DI MARIA NOVELLA DE LUCA

In fuga da violenze e abusi. Spesso in pericolo di vita. Senza nulla, a volte, se non i loro bimbi impauriti, portati via per mano, nella notte, addirittura in pigiama. Sono state oltre 33 mila le donne accolte nel 2017 dalla rete capillare dei 338 centri antiviolenza italiani, per la prima volta censiti dall’Istat e dal Cnr su incarico del dipartimento per le Pari opportunità. Ma oltre cinquantamila donne hanno chiesto aiuto, pur senza entrare nel “programma di protezione”.

Un censimento che spiega nel dettaglio cosa sono e quanti sono centri e case rifugio, unica trincea contro i femminicidi. E chiarisce finalmente, con questo dettagliato monitoraggio, i cui risultati saranno presentati oggi dal sottosegretario Vincenzo Spadafora e dalla ministra Giulia Bongiorno, quali strutture si occupano delle donne minacciate da mariti, fidanzati, compagni, amanti. E delle vittime di stalking, aggredite con l’acido, massacrate. Una rilevazione che finora era stata soltanto parziale e frammentaria, rendendo difficile anche un reale controllo dei fondi. Tra quelli che aderiscono a un’intesa firmata con le Regioni nel 2014 (253) e quelli non aderenti (85), i centri sono in tutto 338. Ossia, in media 1,1 centri ogni centomila donne nel Nord e nel Centro; il dato è un po’ più alto al Sud, con 1,5 centri ogni centomila donne. Anche se poi, ed è una incongruenza, sono ben più numerose le donne prese in carico al Nord , 18.489, dove cioè i centri sono di meno (47 solo in Lombardia), rispetto al Sud, che ne ha accolte 7.628 pur avendo un numero maggiore di strutture.

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Alto il dato delle donne straniere che hanno chiesto aiuto e nei centri hanno iniziato il loro percorso di uscita dalla violenza: nel 2017 sono state 8.711. Perché è importante sottolineare che essere accolte in un presidio antiviolenza vuol dire iniziare un cammino che porta all’autonomia, alla presa di coscienza di sé non più soltanto come vittima ma come persona. Un centro è qualcosa di molto diverso da un servizio sanitario, da un consultorio, ma anche da uno sportello di denuncia. Naturalmente, le donne ricevono assistenza sanitaria, psicologica, legale, ma tutto passa attraverso un rapporto, esclusivamente femminile, con le operatrici, custodi di un know how nato dalla riflessione femminista e sperimentato nel tempo. In media Istat e Cnr hanno calcolato che sono presenti 16 centri/servizi per ogni Regione.

Il censimento dei centri, questo l’obiettivo delle Pari opportunità, servirà, anche, a monitorare il loro lavoro. A capire come vengono spesi i fondi erogati ogni anno, se le strutture rispondono ai requisiti di garanzia. “Faremo controlli stringenti, con una task force di ispettori”, annuncia Spadafora. Negli ultimi anni, infatti, le polemiche sulla ripartizione dei fondi (che per quest’anno dovrebbero arrivare a 37 milioni di euro) sono state roventi. Le Regioni, è l’accusa di molte case delle donne maltrattate, hanno deviato i soldi su altre voci di spesa, o magari hanno finanziato strutture di accoglienza per donne in pericolo, con filosofie molto diverse però da quelle dei centri antiviolenza. Il cui cuore è la conquista dell’autonomia delle vittime, che imparano a sottrarsi al dominio di mariti e compagni violenti, e a camminare con le proprie gambe insieme ai figli.

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Spiega un’operatrice: “Molte donne vittime di tratta, accolte in strutture cattoliche finanziate con i fondi del piano antiviolenza, ci hanno raccontato di essere state dissuase e osteggiate, ad esempio, nella loro decisione di abortire. Ecco: questa non è la filosofia autentica dei centri antiviolenza”.

Spadafora: “L’Italia è più sessista e Salvini dà il cattivo esempio”

II sottosegretario alle Pari opportunità: “Gli insulti del ministro dell’Interno alla capitana Carola hanno dato la stura all’odio maschilista: è un brutto momento per i diritti”

“L’Italia vive una pericolosa deriva sessista. Come facciamo a contrastare la violenza sulle donne, se gli insulti alle donne arrivano proprio dalla politica, anzi dai suoi esponenti più importanti?”. Un esempio? “Gli attacchi verbali del vicepremier alla capitana Carola. L’ha definita criminale, pirata, sbruffoncella. Parole, quelle di Salvini, che hanno aperto la scia dell’odio maschilista contro Carola, con insulti dilagati per giorni e giorni sui social”. Va giù duro Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità, mentre descrive il nuovo clima di attacco ai diritti civili e ai diritti delle donne che sembra solcare l’Italia da Nord a Sud. Oggi, insieme alla ministra Giulia Bongiorno, Spadafora presenterà il primo censimento nazionale dei centri antiviolenza, annunciando l’arrivo di nuovi fondi, ma anche di più rigorosi criteri di controllo sull’operato dei centri stessi.
Spadafora, c’è un brutto clima?
“Nei confronti delle donne sì. Odio, sessismo. E la politica non dà il buon esempio”.
Oggi lei presenta il censimento dei centri antiviolenza.
“C’era bisogno di avere una mappa chiara di tutte le strutture sul territorio. Per vedere quali funzionano e quali no. Abbiamo messo in campo più fondi, quest’anno 37 milioni di euro. Ma vogliamo essere sicuri che vengano rispettati i requisiti previsti dall’intesa che proprio i centri hanno firmato con il governo”.
Come farete i controlli?
“Anche con una task force di ispettori”.
Non vi fidate? La rete storica dei centri, che nasce dall’esperienza del femminismo, ha aiutato migliaia di donne a liberarsi dalla schiavitù della violenza domestica.
“È proprio per valorizzare l’esperienza dei centri virtuosi che nasce il censimento. Difendendoli da chi li vuole smantellare”.
Darete fondi anche ai centri per “maschi maltrattanti”? Uomini che riconoscono la propria violenza e cercano di cambiare?
“Sì, è una delle novità del piano operativo che presentiamo oggi. Insieme allo studio sulla violenza di genere in tutti i corsi di ambito sanitario. Alle misure per le donne disabili vittime di violenza. E per le donne migranti, oggi abbandonate al loro destino”.
Le donne migranti non hanno tutela?
“Sono vittime tra le vittime. E il decreto sicurezza peggiorerà ancora di più la loro condizione di vulnerabilità. Il ministero dell’Interno le sta lasciando senza più supporti, siamo di fronte a una tragedia che ha la firma della Lega”.
I centri antiviolenza nel 2017 hanno preso in carico oltre ottomila donne straniere.
“Soltanto una piccola percentuale di quelle che avrebbero bisogno di aiuto”.
Lo stanziamento per i centri ques’anno sarà di 37 milioni. Ma a molte strutture non sono arrivati nemmeno i soldi del 2018.
“Non è vero”.
In che senso?
“Tutte le Regioni che ci hanno presentato piani rigorosi hanno avuto i finanziamenti. Ma ci sono Regioni in forte ritardo. E poi parte di quei fondi, nella gestione che mi ha preceduto, sono stati spesi per iniziative diverse dal contrasto alla violenza”.
Si riferisce alla gestione delle Pari opportunità di Maria Elena Boschi?
“Sì. Undici milioni di euro spesi per cento progetti di sensibilizzazione contro la violenza, come convegni, partite di calcio, campagne pubblicitarie”.
Invece?
“Ci vogliono azioni concrete, forti. Le donne continuano a essere uccise. E quando riescono a ribellarsi alla violenza, quando escono dalle case rifugio, rischiano di ricadere nella stessa trappola perché non sanno come mantenere se stesse e i propri bambini. Per questo abbiamo istituito un fondo per le donne quando finiscono il loro percorso nei centri”.
Soldi finalizzati a pagare un alloggio, a mantenerle mentre cercano un lavoro?
“Questo è l’obiettivo, per il 2019 sono soltanto due milioni di euro, ma è un primo passo”.
Lei parlava di clima ostile ai diritti. Non solo verso le donne. Penso al mondo Lgbt. Sono tornate le carte d’identità con scritto padre e madre.
“Un’assurdità. Su questo il mio pensiero è noto. Ero a Palermo, con una coppia di papà che stavano registrando all’anagrafe la loro bambina. L’ufficiale di stato civile ha allargato le braccia dicendo: ‘Non ci possiamo fare niente, lo spazio è quello, uno di voi due verrà definito madre per legge'”.

 

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