Malta e i migranti, La Valletta d’Italia | il manifesto

9 Luglio 2019 0 Di Luna Rossa

Porti Chiusi. Viaggio nell’isola vicina e simile a Lampedusa. Razzismo, Ong sempre più in difficoltà, niente trasparenza sulle condizioni di chi arriva. Molti scappano dall’Italia dei «porti chiusi» di Salvini

Nello scalcinato bar davanti al centro di identificazione per migranti di Marsa il tempo non passa mai, per ucciderlo si gioca a domino e a biliardo, o si cerca di intravvedere il mare aperto oltre le navi arrugginite alla deriva sulla banchina del porto. Tutto in questo angolo ricorda l’Africa, non solo le lingue che si scambiano le persone presenti intorno ai tavolini fuori o il profumo speziato della carne sulla brace, ma persino il vento caldo e secco che proprio da quel continente proviene. I turisti che ogni estate arrivano in quest’isola affollano le sue spiagge e i lungomari ricchi di alberghi e pub, ma poco conoscono probabilmente delle migliaia di rifugiati che si sono ritrovati confinati su questo scoglio in attesa del loro futuro.

IL LORO NUMERO ESATTO è sconosciuto persino alle organizzazioni umanitarie che operano sull’isola: qualcuno parla di 5mila persone, altri di oltre 10mila. Tra queste una delle più attive sul territorio è Kopin, un’associazione che attraverso progetti educativi e di formazione cerca di promuovere un’«accoglienza sostenibile» e un punto di incontro tra comunità locale e straniera.
Come spiegano Dominik e William chiunque arriva irregolarmente a Malta, viene condotto negli screening center, dove rimarrà per un massimo di 15 giorni per essere identificato, registrato e dove verranno valutate le condizioni psicologiche e sanitarie.

LA DETENZIONE DAL 2015 non è più immediata, ma è prevista per chi ha un visto scaduto o è privo di documenti e può prolungarsi anche per tempi indeterminati in mancanza di informazioni chiare sul soggetto. Per gli altri, specie chi ottiene l’asylum o trova un impiego, lo stato mette a disposizione degli «open center» per alloggiarvi: cinque su tutto il territorio nazionale, e un reddito minimo per chi vi risiede, senza però garantire cibo e altri servizi assistenziali al suo interno. Generalmente nei sovrappopolati «open center» le persone hanno libertà d’entrata e d’uscita per recarsi a scuola o a lavoro, ma chi decide di uscire da tale circuito, spiegano gli operatori di Kopin, difficilmente può rientrarvi.

Secondo l’Unhcr, solo nel 2018, ci sono stati 1445 arrivi con barconi irregolari dalla Libia, persone provenienti soprattutto dalla stessa Libia, dal Sudan, dal Bangladesh, dal Corno d’Africa e dalla Siria. Ma la tendenza attuale, come concordano gli operatori delle Ong, è quella soprattutto di migranti che provengono dall’Italia, giunti su questa vicina isola sia per la ricerca di un lavoro, che a causa della politica di respingimento e dei «porti chiusi» del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

ABDURRAHMAN, UN TUAREG della Libia, qualche mese fa risiedeva proprio in un Centro di Accoglienza nei pressi di Catania. Mostrando le foto di riparazioni di frigoriferi e centraline, racconta fieramente che in Italia lavorava come elettricista.

Si è ritrovato a Malta perché dopo la chiusura del centro non sapeva dove altro recarsi, ma nonostante un permesso di soggiorno italiano, come ad altri nella sua stessa condizione, un ritorno in Italia gli è stato negato dalle autorità maltesi per aver perso i documenti. A Hal Far, in un’area industriale e desolata nei pressi di un ex hangar dell’aviazione inglese, si trovano due «open center» di cui uno esclusivamente riservato alle famiglie.

Quello principale è costituito da una fila di bianchi container disposti l’uno sopra l’altro, dove vivono in ogni scatolone sette-otto persone, ma nonostante il nome l’ingresso è negato sia ai giornalisti che ad alcune Ong.

L’ex edificio di detenzione invece è stato comprato da un privato che affitta ai rifugiati camere per cento euro a persona al mese. Intorno al centro si trova PeaceLab, un’organizzazione attiva da trent’anni gestita da un frate francescano di 89 anni, Padre Dionysus Mintoff, aiutato da Livingstone, uno studente keniota. Insieme ospitano una cinquantina di migranti.

ADIACENTE ALLO SPAZIO È ATTIVO la mattina un Info Point e Caffè allestito in una baracca da un gruppo di ragazzi locali, «Hal Far Outreach», un punto di riferimento per i bambini e gli adulti dei centri limitrofi così da offrire supporto linguistico e informativo, e l’intenzione a breve di allestire una biblioteca specialmente per i più piccoli. Mike seduto sulla rotatoria vicino PeaceLab, è scappato dal Gambia perché si era innamorato della figlia di un potente imam locale, con la quale ha avuto un bambino che adesso non può neppure sentire per telefono. Se non fosse stato in pericolo di vita, sarebbe rimasto nel proprio paese, dove gestiva una lavanderia: «Nessuno vorrebbe andare via da casa propria, io amavo la mia città, ma in Africa non sei libero di essere te stesso, se sei di un’altra religione, o hai un diverso orientamento sessuale, o hai determinate idee politiche puoi rischiare la morte o la prigione a vita».

Sulla strada che da Hal far porta a Birzebbuga lo scorso aprile, un ragazzo ivoriano di 42 anni, Lassana Cissè, è stato ucciso da colpi di arma da fuoco, nell’attacco sono state ferite altre due persone. L’inchiesta, ancora aperta, ha portato sotto processo come responsabili dell’omicidio due soldati della antistante base militare. «Già in passato ci sono stati altri episodi simili», racconta un volontario che preferisce l’anonimato, «probabilmente i soldati, come fanno abitualmente, non hanno trovato gatti o conigli a cui sparare».

Neil di Aditus Foundation – Ong nata nel 2011 da un gruppo di avvocati per assicurare il rispetto dei diritti umani nell’isola – , afferma che le ragioni principali che vertono intorno al discorso xenofobico a Malta si fondano, oltre che sullo spazio limitato del territorio isolano, sulla paura dell’invasione islamica che minaccerebbe l’identità cattolica di Malta, nonostante molti migranti africani siano essi stessi cristiani.

IN CONTRASTO CON QUESTO sentimento diffuso, la chiesa, la quale a Malta gode di una forte autorevolezza, fornisce, con varie associazioni all’interno di un forum comprendente tutte le altre Ong, sia alloggi propri che assistenza per trovare lavoro, o organizzare matrimoni e funerali. Padre Alfred Vella della Malta Emigrants Commission, organizzazione caritatevole nata inizialmente nel 1950 per assistere i maltesi che emigravano all’estero, ha ampliato il proprio campo d’azione negli ultimi anni rivolgendosi così a «tutti coloro in movimento» senza nessuna distinzione etnica o religiosa. Il problema principale però come spiega Vella e altri operatori è l’alto costo della vita e degli affitti, e la piaga del lavoro nero che contemporaneamente abbassa i salari. Continuamente infatti intorno a Marsa o a Hal Far, passano furgoni per raccogliere i migranti e portarli a lavorare a giornata nei vari cantieri che sono stati aperti negli ultimi anni in tutte le città dell’isola per la costruzione di nuove abitazioni e alberghi di lusso. Ai migranti che lavorano sulle gru o sulle impalcature, non viene fornita alcuna protezione, gli incidenti e le morti sul lavoro sono all’ordine del giorno, e le spese per gli eventuali infortuni sono tutte a carico del lavoratore.

AL VALLETTA FILM FESTIVAL, in una serata sulle migrazioni organizzata dall’Unhcr, l’equipaggio della Ong tedesca Lifeline Rescue, racconta del sequestro da parte della magistratura maltese della propria nave che soccorreva migranti nel Mediterraneo. I 243 migranti che erano a bordo sono stati distribuiti in otto stati diversi, il comandante costretto invece a pagare 15mila euro di multa. «Da quando il governo italiano ha chiuso i porti, coloro che salvano persone in mare sono sempre più criminalizzati e la nostra attività resa più difficile anche dagli altri governi, le Ong devono restare per giorni in mare nella costante attesa di un attracco, mettendo a rischio le condizioni già precarie dei superstiti», racconta Hamida.

Coloro che sono naufragati su quest’isola, hanno trovato forse un rifugio e una speranza come altri in passato. Oppure una prigione, che porta comunque il nome di Europa, ma dalla quale non si può partire per nessun altro luogo.

Sorgente: Malta e i migranti, La Valletta d’Italia | il manifesto

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