Le verità da restituire a Borsellino | Rep

17 Luglio 2019 0 Di Luna Rossa

Fiammetta, la figlia del magistrato ucciso dalla mafia a Palermo 26 anni fa, chiede giustizia a uno Stato che da una parte occulta quanto accaduto e dall’altro cerca risposta

Lo Stato cosa può restituire a uno di quegli italiani “fuori posto” in Italia come Paolo Borsellino? Cosa può dare o dire alla sua famiglia più di un quarto di secolo dopo e dopo tutti quei depistaggi, la clamorosa revisione di un processo, i “pupi” vestiti da pentiti, gli spioni travestiti da poliziotti, le indagini che rovistano nelle indagini? Lo Stato, come sempre, ha mostrato i suoi due volti anche davanti a uno dei suoi figli migliori. Lo Stato che occulta la verità e lo Stato che quella verità la cerca, lo Stato che dirotta e corrompe le investigazioni e lo Stato che prova a sfondare il muro di gomma, le prime inchieste che gridano vendetta e quelle che ventisei anni dopo distruggono teoremi fabbricati in maleodoranti laboratori sbirreschi.

Ma cosa c’è – riflettiamoci – di così inedito e di sorprendente in questa spaventosa storia sull’uccisione del procuratore Paolo Emanuele Borsellino, uomo di legge e di coraggio, erede di Giovanni Falcone e testimone eccellente della sua morte, eppure mai sentito dai suoi colleghi inquirenti nei cinquantasette giorni che separarono un attentato dall’altro? Cosa c’è di altro e di diverso nel pozzo profondo di via D’Amelio rispetto a tante altre tragedie italiane come Ustica o piazza Fontana, la stessa strage di Capaci? Per non ricordare il primo degli italiani, il nostro presidente Sergio Mattarella, il capo dello Stato di cui parliamo, che dopo trentotto anni non conosce ancora l’identità del sicario che ha sparato a suo fratello Piersanti nel giorno dell’Epifania.

Fiammetta, a nome suo e a nome di sua sorella Lucia e di suo fratello Manfredi, chiede giustizia per un padre che di giustizia ne aveva fatto esistenza di vita. Pone domande semplici — Perché nessuno l’ha protetto? Perché non l’hanno mai interrogato? Chi sono stati i suggeritori del falso collaboratore Scarantino? — alla fine di un percorso che è iniziato il 23 maggio del 1992 con Giovanni Falcone che salta in aria e dove — soltanto oggi — affiorano frammenti di veridicità. Domande troppo semplici, terribilmente semplici per avere in cambio risposte chiare e comprensibili. Ci hanno provato i magistrati di Caltanissetta che sono stati costretti — dopo due decenni — a cercare una pista credibile partendo da un’inchiesta farlocca, inseguendo prove e indizi che alcuni loro colleghi avevano accantonato, privilegiando ipotesi che erano state dolosamente ignorate. Ecco, ancora, i due volti dello Stato. Quello del passato (e con i dovuti distinguo, non tutti i procuratori dell’epoca meritano scherno e oltraggio) e quello che si è sovrapposto successivamente e che ha intravisto manovre oscure e tranelli. Fiammetta urla il suo dolore a uno Stato che è spaccato in due, è sempre andata così, forze che spingono da una parte e forze che spingono dall’altra: o alla ricerca della verità o al suo seppellimento. Fiammetta e la sua famiglia si stanno rivolgendo agli uni e agli altri, i primi non potranno mai placare la loro sofferenza, gli altri continueranno a scavare nonostante il tempo passato e certi archivi sempre chiusi.

Anche l’incredibile e dolorosa vicenda di Paolo Borsellino è su questa altalena, fra omertà e verità di Stato. Oggi, 19 luglio 2018, è anche il trentesimo anniversario di un’intervista che lo stesso Borsellino (allora procuratore capo a Marsala) rilasciò a noi di Repubblica e all’Unità. In tre battute disse che avevano isolato Falcone, che avevano disintegrato il pool dell’ufficio istruzione, che da anni non si facevano più indagini di mafia a Palermo. Una settimana dopo il Consiglio Superiore della Magistratura, non curandosi delle accuse lanciate da un magistrato così autorevole, lo mise sotto procedimento disciplinare per avere “dichiarato alla stampa”. Poi, però, il presidente Francesco Cossiga costrinse l’organo di autogoverno ad aprire un “caso Sicilia” e le parole del procuratore trovarono conferma ufficiale in atti e testimonianze. Uno Stato che stava con lui e uno Stato contro.
Una sorta di “prova generale” di quanto sarebbe accaduto nella breve estate del ‘92. Con Borsellino che quello Stato diviso in due lo vide da vicino, consapevole che stava andando solo incontro alla morte. Il dopo, cominciò subito. Dalla scena del crimine, quel pomeriggio in via D’Amelio. Un bivacco — lo ricorda Fiammetta in una delle sue 13 domande — reperti calpestati, borse che passavano di mano, l’agenda rossa sparita.

Il dopo, cominciò subito. Un procuratore capo — Giovanni Tinebra — con relazioni istituzionali di alto livello e molta fretta di chiudere l’indagine, accerchiato da sostituti che non conoscevano nemmeno i nomi dei boss di Palermo. Non sapevano niente. Fu allora che, qualcuno — come si dice in siciliano, “ha vestito il pupo” — s’inventò un malacarne qualunque che si chiamava Enzo Scarantino e lo fece diventare il protagonista del grande depistaggio.

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